Secondo disco per Liz Green la cantautrice di Manchester che probabilmente è nata nel posto e nel periodo sbagliato o quantomeno agisce in una bolla temporale che ci sfiora periodicamente, in occasione dell’uscita dei suoi album; fatto sta che la sua mistura di folk-blues, cabaret e jazz primigenio, oltre al bizzarro stile vocale, sembra provenire più dal calderone nero di New Orleans che dal caliginoso nord dell’Inghilterra. Una volta entrati nella macchina del tempo, comunque, ci si ambienta volentieri e il tempo si blocca accompagnato dal soffio di un trombone o cullato dal ronzare di un archetto. Rispetto a O Devotion, album d’esordio un po’ algido e monotono, gli arrangiamenti più frizzanti e sincopati contribuiscono sostanzialmente alla buona riuscita del progetto. (Fausto Meirana)






