Certo che i Bellowhead sono un bel "mistero", musicalmente parlando. Il loro straordinario primo disco "Burlesque" (un "trionfo" di corde, ottoni, aerofoni ed energici assiemi vocali) aveva suscitato molte speranze nella rinascita di un nuovo folk progressivo, che fosse non solo nuovo, o per lo meno attuale, contemporaneo, ma anche in qualche modo avveniristico. Eccezionale lo scavo compiuto allora nelle radici della musica britannica (e non solo), poi restituito da una musica brillante, effervescente, imprevedibile, teatralmente febbrile, intrisa di influenze, aperta anche ad altre culture musicali, suonata da un ampio assieme orchestrale (undici gli elementi), capace di unire il passo di una ballata ancestrale con la discrezione della musica da camera (da una parte), i vivaci arrangiamenti per fiati di una jazz band (dall'altra), e molto altro ancora. Una formula vincente e sufficientemente spiazzante, perché custode (sì) di una sorta di ricercato e costruito vintage, ma soprattutto di un profondo slancio innovatore, rivolto a inedite soluzioni musicali. E però, i loro successivi album, contrariamente a quanto ci si poteva aspettare, sono risultati solo un piacevole tentativo, un po' ininfluente in chiave artistica, di riprodurre quelle atmosfere, quei medesimi stilemi espressivi. Nessun passo in avanti, quindi, ma sostanzialmente solo la messa in campo di un mero atto di conservazione estetico-stilistica. E lo diciamo un po' a fatica, perché stiamo parlando di musica sempre interessante, ben confezionata, alla quale siamo di certo affezionati. In questo "Revival", che festeggia i dieci anni di attività del gruppo, e per altro pubblicato dalla storica Island (l'etichetta, tra gli altri, manco a dirlo, dei gloriosi Fairport Convention), il processo involutivo, potremmo dire regressivo, del gruppo sembra aver raggiunto una sorta di stadio definitivo (oppure no, vedremo). D'altronde lo suggerisce il titolo stesso, pur in contrasto con quella sorta di visionaria isola volante in copertina, che potrebbe richiamare la favolosa Laputa di Jonathan Swift o di Hayao Miyazaki. E non pare, in questo senso, che abbia aiutato molto l'intervento del nuovo produttore Rupert Christie, già al lavoro con U2 e Green Day, che forse una ventata di maggiore freschezza avrebbe potuto anche portarla. Certo una vena più rock non manca al gruppo almeno dal precedente "Broadside", e anche qui non disdegna di apparire, ma si rimane sempre nell'ambito di una sorta di compito manierismo, privo di una qualche originalità. Non fatevi però ingannare dalle attese deluse di un appassionato della musica di questa spesso scatenata band. I Bellowhead suonano, come al solito, a meraviglia e con la necessaria determinazione, dimostrando per l'ennesima volta che se tornasse loro un pizzico di coraggio in più probabilmente non avrebbero rivali. Nella scaletta dell'album, salvo in un caso formata da brani della tradizione, compaiono, opportunamente rivisitati, anche due classici come il traditional "Rosemery Lane", portato a un discreto successo da Bert Jansch, e "I Want To See The Bright Light Tonight" di Richard e Linda Thomposn. Da ascoltare. (Marco Maiocco)
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BELLOWHEAD - Revival
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