Tom Petty sembra improvvisamente tornato allo spirito e al sound dei suoi primi album, datati seconda metà degli anni '70. Gli appassionati non potranno che salutare con entusiasmo e soprattutto sorpresa questo tredicesimo album in studio del blasonato rocker della Florida con i suoi Heartbreakers, che all'epoca cominciò (almeno in parte e in chiave più leggera) proprio a partire dal punto in cui Dylan si era fermato con The Band. Un disco solido, convincente, equilibrato, in stile classico (potremmo dire), tutto validamente scritto, composto e interpretato dallo stesso Petty. Un'opera che parte un po' in sordina, con l'apparentemente banale e silenziata "American Dream Plan B", e che poi trova immediatamente l'adeguata marcia e brillantezza, facendosi meglio apprezzare ad ogni ascolto.
La fanno sostanzialmente da padrone una serie di ballate rock (una più bella dell'altra, da radio rock FM di una volta, la spettacolare "Red River" su tutte, ma che dire di "All You Can Carry", "Power Drunk", o della più jammin' "Fault Lines"!?) dall'incedere d'altri tempi (della serie quattro quarti compassato e battagliero, veloce ma non troppo), con in primo piano i luminosi riff, le aggressive armonie elettriche, gli scintillanti e misurati soli dello storico chitarrista del gruppo Mike Campbell, qui anche in veste di coproduttore. Entusiasmante la miscela sonora che Campbell, davvero il valore aggiunto di questo lavoro, riesce a formare con il puntuale chitarrista ritmico Scott Thurston e la sei corde dello stesso leader. Un amalgama che potremmo collocare al centro di un campo di forze sospeso tra le scorribande dei Creedence, le torride atmosfere soniche degli ZZTop, nei loro momenti più "space", il southern rock dei Lynyrd Skynyrd, le progressioni sfilacciate dei più attuali Widespread Panic, ma anche le cavalcate elettriche dei Wishbone Ash e gli intrecci chitarristici degli Status Quo, due tra i gruppi british del passato più "americani". Per carità, niente di sensazionale o ricercato (probabilmente stiamo esagerando con le citazioni, i rimandi, le suggestioni), e neanche di innovativo (si intende), ma davvero molti sono gli spunti di qualità. Dell'impresa, fanno parte, tra gli altri, anche i fondatori Benmont Tench alle tastiere e Ron Blair al basso elettrico, dal confortante (quasi surreale) suono vintage, oltre all'efficace e idiomatico batterista Steve Ferrone. Solo in un paio di momenti l'album si allontana dal baldanzoso e sferragliante clima generale, grazie a un paio di brani più lenti e riflessivi, un jazzy shuffle di memoria caleiana ("Full Grown Boy") e un'altra ballata forse più contemporanea ("Sins Of My Youth"); mentre l'incendiario e hookeriano "Burnt Out Town" rappresenta l'unico vero e proprio blues della raccolta. Rinascita o generazione indomita. (Marco Maiocco)






