Pare che dopo la pubblicazione del doppio e apprezzato "Privateering" (2012), Mark Knopfler sia partito in tour con Bob Dylan, probabilmente per rispolverare gli antichi fasti della sua collaborazione con il celebre folk singer del Minnesota ai tempi di "Slow Train Coming" e "Infidels", due album notevoli (anche se spesso trascurati) e antitetici, come il diavolo e l'acqua santa (nel vero senso della parola), o meglio viceversa. "Lights Of Taormina", che, dopo un'irrequieta introduzione alla batteria di Ian Thomas, a ricordare molto da vicino quella di "Water of Love" nel primo album dei Dire Straits, segue la falsa riga di una tipica ballata dylaniana, è stata scritta (come la delicata e romantica "Silver Eagle": il mancato incontro tra un uomo e una donna che si pensano con amore) proprio nel corso di questo ennesimo tour mondiale del menestrello di Duluth.
In un album molto discreto, misurato, riflessivo e ispirato (realizzato in stretta collaborazione con il fidato Guy Fletcher, fin dai tempi dei Dire Straits, nella loro ultima versione, vero e proprio direttore musicale), consueta elegante sintesi di acustica ed elettricità, espressione compiuta di un suggestivo e personale sound euro atlantico, ecco (quindi) il primo inaspettato diretto richiamo agli anni ruggenti di Knopfler, quando guidava i suoi Dire Straits. Il secondo lo si ritrova in "Beryl" (dedicata alla scrittrice inglese Beryl Bainbridge), in una citazione sorprendente della leggendaria "Sultans Of Swing", banale e scontata finché si vuole, ma a nostra memoria, da quando Knopfler pubblica album a proprio nome, qualcosa di mai accaduto. Un album, quest'ultimo "Tracker" (lavoro sincero di uno storyteller on the road, lontano dai clamori della cronaca), che nell'autobiografica e giovanile "Laughes and Jokes and Drinks and Smokes" parte con un singolarissimo (nella musica di Knopfler) e vivace jammin' swing, che potrebbe ricordare gli effervescenti Allman Brothers al Fillmore East, sul quale poi si innestano i più consueti e ariosi scenari "irish" del chitarrista di origine scozzese, sempre capace di mescolare armoniosamente folk (di matrice britannica e americana) a pastose e felpate reminiscenze rock. Lo aiutano in questo senso, oltre a Fletcher alle prese con tutte le tastiere (in "Basil" addirittura lievemente elettroniche) e il già citato Thomas alla batteria, Glenn Worf al basso elettrico e contrabbasso, e poi, non dimenticando un paio di interventi di Nigel Hitchcock al sassofono e Tom Walsh alla tromba, la folta sezione di musicisti folk, essenziale nel conferire all'intera registrazione la "grana popolare" (per così dire), di cui abbiamo parlato: John McCusker (violino e cetra), Mike McGoldrick (whistle, flauto, chitarra tenore), Phil Cunningham (fisarmonica), Bruce Molsky (banjo, fiddle, chitarra), e ancora Ian Thomas (washboard). Continuando a passare rapidamente in rassegna alcune delle "incisioni" di questa nuova raccolta knopfleriana (undici brani, quindici nell'edizione deluxe, diciassette nel box set), se in "Broken Bones" a farsi strada è una sorniona ballata, ripetitiva, circolare, nel puro stile dell'antico mentore sonoro JJ Cale, "Mighty Man" potrebbe invece collocarsi a metà strada tra il cooderiano "Paris Texas" (l'album in sé, che nella sua indolente malinconia, questo "Tracker" per la verità evoca più volte) e la celebre "Brothers in Arms", senza rinunciare al solito familiare scenario celtico di "contorno"; mentre nella lenta e conclusiva "Wherever I Go" (stiamo parlando della versione a undici tracce) a lasciare meravigliati è la voce soprano della giovane folk singer australiana (ma canadese di adozione, cresciuta a Winnipeg nella provincia di Manitoba) Ruth Moody, già componente del trio femminile The Wailin' Jennys (per approfondirne il talento, si ascolti il suo "These Wilder Things" del 2013, oppure "Birght Morning Stars" con appunto le Wailin' Jennys, del 2011). Nel complesso un Knopfler non accomodato sui suoi allori (pur da tempo non avendo più bisogno di dimostrare alcunché), desideroso di suonare, raccontare (salvo qualche accenno autobiografico, come in "Basil" il tratteggio della burbera figura del poeta Basil Bunting, conosciuto in giovane età, molti sono i protagonisti dei quali in questo disco riporta a modo suo le storie), mettersi in gioco, senza far cadere le cose dall'alto, e di certo non rincorrendo le mode del momento, ma anzi essendo capace, più di altre volte, di voltarsi indietro, rivolgersi al passato, che invece in precedenza ogni tanto è sembrato voler dimenticare, con magari qualche nostalgia in più, ma senza rimpianti. (Marco Maiocco)





