Non abbiamo mai seguito con la dovuta attenzione (ci perdonerete quindi qualche imprecisione o semplificazione) la vicenda artistica di Van Morrison (nord irlandese atipico, shouter e soulman, se possibile ancora più capace e raffinato dei suoi "dirimpettai" americani), sospesa tra il primo ruggente beat rock (l'iniziale e decisiva parentesi con i Them), il soul, il blues, l'r&b, il folk progressivo, il jazz, lo swing, e quant'altro. Una formula ambiziosa, la sua, ma attenzione non artefatta (risultato naturale, per lo meno nel suo caso, di una cultura musicale euro atlantica, veicolata dai mezzi di comunicazione), e però spesso troppo sovraccarica, appesantita (ecco probabilmente il motivo della nostra rispettosa lontananza), anche se certamente originale, riuscita e coraggiosa. Dalla metà degli anni '70 in poi (andando a braccio), dopo i rutilanti esordi con i Them, il folk visionario di "Astral Weeks", lo swing di "Moondance", il "ciclopico" live riepilogatore "It's Too Late To Stop Now" (in realtà nuovo punto di partenza), preceduto da album notevoli come "His Band And The Street Choir" e "Tupelo Honey", il suo stile, il suo modo di procedere ci è apparso sempre più retorico e ridondante. Ma stiamo senz'altro esagerando, Morrison è giustamente considerato un'icona della popular music mondiale, e poi (va da sè) era nell'ordine delle cose che nel corso del cammino andasse scemando almeno una parte del suo primigenio e sperimentale entusiasmo giovanile, quello di "Gloria" per intendersi. Una retorica e una ridondanza, dicevamo, che invece non riscontriamo affatto (e ne siamo contenti, oltre che sorpresi) in quest'ultimo "Duets: Reworking The Catalogue", nonostante le molte decadi trascorse e certi comprensibili sentimentalismi, per la verità tenuti decisamente a bada. Sarà che l'album (non una semplice rivisitazione di standard firmati Van Morrison, ma un convincente modo di saggiarne l'odierna tenuta) è stato registrato interamente nella "guerriera" e probabilmente tonificante Belfast. Già, perchè, come suggerisce il titolo di questo lavoro, che potremmo tradurre come "di nuovo al lavoro sul catalogo", con l'obiettivo di reinventarlo piuttosto che semplicemente rileggerlo, questa volta Van Morrison, a dispetto del suo caratteraccio, ha chiesto (anche con una certa umiltà) ad una schiera di suoi speciali estimatori (musicisti e soprattutto cantanti) - così li ha definiti in una recente intervista - di riprendere il suo passato (ma non troppo: solo tre pezzi dei Settanta, "Lord, If I Ever Needed Someone", 1970, "Streets Of Arklow", 1974, "The Eternal Kansas City", 1977), o meglio di provare a ricantarlo insieme. E l'ottimo fluente risultato che ne è scaturito crediamo possa aver stupito anche lo stesso Morrison. Si va dal coinvolgente soul (il "colore" principale della registrazione) di "Wild Honey", "These Are The Days" e "If I Ever Needed Someone", con la partecipazione rispettivamente delle specialiste Joss Stone, Natalie Cole e della splendida decana Mavis Staples, ad un'intensa ballata dalle striature folkloriche come "Streets Of Arklow" (risalente al periodo di un ritorno in Irlanda alla ricerca di nuova ispirazione, dopo il divorzio dalla modella Janet Planet), con il contributo di Mick Hucknall dei Simply Red; dal piglio più rock di "Fire In The Belly" in collaborazione con il mai sopito Steve Winwood, altro talento britannico con la musica afroamericana nel sangue, al blues conclusivo di "How Can A Poor Boy", che solo la voce esperta e solare di Taj Mahal avrebbe potuto completare; dall'eleganza di "Irish Heartbeath", sostenuta dal sempre puntuale Mark Knopfler alla voce e alla chitarra, a "Born To Sing" (dall'andamento quasi doo-wop, così come accade in "Get On With The Show", cantata insieme a Georgie Fame, tastierista, cantante, esponente del rhythm and blues inglese), con l'attempato vocione Colosseum di Chris Farlowe, attorniato da una luminosa sezione fiati (sax baritono, tenore e tromba in primo piano); fino al jazz di "The Ethernal Kansas City", con l'intervento dell'ottimo Gregory Porter, krooner e all'occorrenza shouter (un ossimoro, ce ne rendiamo conto) da qualche tempo meritoriamente sulla breccia, e allo swing di "Real Real Gone", con un contributo di Michael Bublé, davvero troppo patinato (diremmo lo scivolone dell'intero progetto). E poi ancora da non dimenticare i duetti con l'irruento e da poco scomparso Bobby Womack, che aveva cominciato la carriera come chitarrista di Sam Cooke, la figlia Shana Morrison, dalla voce decisamente interessante, sospesa come quella del padre tra soul e folk, George Benson, ed altri ancora. Insomma un'ampia rassegna dell'articolato sound morrisoniano, delle sue molteplici possibilità e variegate declinazioni, che crediamo possa essere decisamente apprezzata dagli appassionati, e soprattutto rappresentare un ottimo viatico per tutti coloro che abbiano voglia di approfondire la storia e la vicenda di questo grande protagonista delle note "popolari". (Marco Maiocco)
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VAN MORRISON - Duets: Reworking The Catalogue
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