E pensare che, per anni, è andata avanti la leggenda (tutta italiana, peraltro) di un gruppo che, nella seconda metà della carriera, sarebbe stato l'ombra di se stesso, la copia lontana e “commerciale” come si diceva allora, del fulgido ensemble battagliero e totalmente sperimentale di qualche anno prima. Parliamo dei Soft Machine. Ora, è ben vero che i tempi di Robert Wyatt ed Elton Dean furono magnifici, e che Ratledge raggiunse vertici di creatività. Ma se qualcuno si andrà ad ascoltare (e vedere: c'è anche un dvd) i Soft Machine del l.uglio '74 a Montreux, quelli con un giovanissimo e prodigioso Allan Holdsworth alla chitarra, le tastiere e fiati di Karl Jenkins, il basso a sei corde di Roy Babbington e la clamorosa batteria di John Marshall avrà abbondante materiale per ricredersi. Questi Soft Machine erano più vicini alla Mahavishnu Orchestra che al jazz rock inglese che fu. Ed oggi, al riascolto, è una gioia e una benedizione per le orecchie. (Guido Festinese)






