Ritorna Scott Matthew, l'australiano con base newyorchese. E non attendetevi svolte clamorose, dal barbuto artigiano di note disposte su ogni altezza di pentagramma della malinconia. Ritorna per presentare dieci canzoni tanto scarnificate nella veste esteriore quanto emotivamente devastanti. La cosa curiosa è che, strumentalmente, questo quinto disco è anche il più ricco e variegato di Matthew: con tocchi di elettrica, archi, voci a rinforzo, un Fender Rhodes, e via citando. Ma tutto trascolora sullo sfondo dell'inquietudine. E ovunque trionfa ( si fa per dire, per un album che nel titolo ha la parola “disfatta”) la voce del Nostro, quasi un Costello preso dai diavoli del blues tendenti al nero notte, un Thomas Dybdahl che abbia deciso di non voler più consolazioni da parte della vita, tranne il coraggio di scrivere canzoni come queste. Belle, ma da dosare omeopaticamente pena auto-compiacimenti pericolosi. (Guido Festinese)






