Ammettiamolo, fa un certo effetto ai fan di vecchia data vedere quella scritta che dice “in memoriam Bert Jansch e John Renbourn”, giusto a destra sotto la foto del gruppo all’interno del doppio cd. Però questo è il dato pregnante di certa musica: possono anche scomparire dal pianeta gli artefici, le note resteranno per sempre. Se sono note di grandi. E i Pentangle sono stati grandsissimi. A un ragazzo giovane diremmo che nessuno come loro ha saputo far lievitare in salsa alchemica folk inglese, rock gentile e sprazzi insospettabili di jazz creativo, accompagnando il tutto con l’incanto di una vice femminile, quella di Jacqui McShee, che sembrava arrivare diretta dalle schiere delle fate gaeliche. Poi c’era Danny Thompson, un bassista che sapeva pesare ogni cavata sul legno, e Terry Cox alle percussioni, uno che ha sempre preferito sottrarre e alludere piuttosto che aggiungere tocchi ridondanti. Nel 2008 i Pentangle hanno dato i loro concerti d’addio. E chi credeva di trovarsi di fronte ad arrugginiti e svaporati musicisti nostalgici ebbe la sorpresa di ascoltare invece gente per la quale l’anagrafe era un mero optional. C’è tutto, qui: da Cruel Sister a Goodbye Pork Pie Hat, il brano che Mingus scrisse in memoria di Lester Young. Un incanto che resterà. (Guido Festinese)






