Che cosa accadrebbe se lo Steve Earle più ricercato ed il David Bowie di China Girl s'incontrassero in un immaginario (ed oggi impossibile) progetto comune? Forse ne verrebbero fuori canzoni come le dodici tracce che costituiscono questo Pony. Il lavoro di Orville Peck potrebbe essere definito – da quei critici musicali sempre protesi all'inesausta ricerca di etichette e definizioni – come un disco (un bel disco, diciamolo subito) di alternative country: una musica, quindi, non solo tradizionale ed opportunamente scarna e essenziale quando occorre che lo sia, ma altresì capace di arricchire la sua gamma sonora con una strumentazione più ampia ed a sua volta in grado di valorizzare la ricchezza dei singoli brani. Ecco così spiegata la presenza della doppia tastiera e di una sezione ritmica molto rock. Naturalmente, a farla da padrone – ed è giusto così – sono chitarra, voce e banjo. In Pony, si trovano e il canto e l'ethos del cowboy americano. Un cowboy che si è fatto crooner, non senza poi tocchi alla Stan Ridgway. Davvero un debutto interessante. (Davide Arecco)






