Dettagli Recensione
Inviato da Guido Festinese 21 Marzo, 2014
Elbow, la formula resta di pregio.
Pare che quest’ultimo disco (il sesto in studio) della rinomata band di Manchester segni in modo malinconico il fatidico superamento della soglia dei quarant’anni da parte dei suoi componenti. Le atmosfere appaiono quindi riprodurre una sorta di nostalgica e collettiva rassegnazione, non priva (però) di una certa qual dose di sordinata serenità. Il gruppo, è vero, rispetto al precedente “Build A Rocket Boys!”, risulta ancora più compassato, calligrafico, piacevolmente abbandonato, privo del coraggio necessario ad imprimere una nuova svolta (sono lontani i tempi più fibrillanti ed entusiasmanti di “The Seldom Seen Kid”), ma quanta eleganza custodisce ancora l’equilibrata, sofisticata e corale musica di questo assieme, dalla produzione sempre più eterea, evocatrice alla lontana dei fasti più concreti del rock progressivo di un tempo. Sempre in prima linea la voce di Guy Gurvey, un epigono più morbido dell’istrionico Peter Gabriel, che in quest’ultimo lavoro, per non farsi mancare nulla, guida il gruppo addirittura nei Real World Studios dello stesso Gabriel, con la solita efficace capacità di conduzione. La sensazione è che la lezione del colto prog dei Genesis, il post rock di gruppi come i Tortoise, rappresentato da album ormai lontani (eppur così vicini) come “Milions Now Living Will Never Die”, e un certo pop lievemente elettronico, ancora più post moderno e al contempo contemplativo del passato (da nuovo imperscrutabile millennio), si combinino armoniosamente in una sorta di magica andatura “barocca” in mid tempo, dagli ariosi e delicati arrangiamenti. I colori sono quelli pastello di tastiere e chitarre che sfumano nell’azzurrino tenue, con qualche dorato fiato, dal suono quasi più naturale che temperato, a scintillare ogni tanto qua e là. Poca baldanza, sì, ma sempre tanta classe da distribuire. Marco Maiocco
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