Artisti italiani
Nello sfibrato mondo della canzone d'autore italiana contemporanea, dove imperversa gente che non ha niente da dire, e non lo dice con una montagna di parole, spesso con rime precarie, e per nostra fortuna annegate nell'orrore alieno dell'autotune, figure come i musicisti – autori della torinese Stanzadigreta sono perle rare. Le perle, notoriamente, nascono da un'irritazione delle valve del mollusco: sono legittima reazione all'intrusione di un soggetto estraneo. Se è così il dato biologico, adattato a quello culturale della canzone i conti tornano. Le canzoni della Stanzadigreta sono tutte perle splendenti, tutte legittime reazioni dell'intelligenza e della musicalità irritate nei confronti di un mondo assediato, per dirla con Max Manfredi, dall' “ignoranza fatta scaltra”, da gente che non distingue una chitarra da una padella, mestatori della parola che hanno il vocabolario di base e la capacità di articolazione di un traduttore automatico con le pile scariche. Avevano pronto questi secondo disco meravigliosamente palpitante e infittito di suoni di quella che loro definiscono “musica bambina” (un po' come la Penguin Cafe orchestra che fu, ma con un quid di divertimento in più) da tanto tempo, poi è arrivato il Covid. A un certo punto si sono legittimamente stufati, e lo hanno fatto uscire. Se avete nostalgia di canzoni che al primo ascolto incuriosiscono, al secondo cominciano a scavarsi una nicchia nel cervello, al terzo vi fanno venire voglia di uscire per strada e attaccare i testi ai muri, sperando che qualcuno si metta a riflettere smettendo di guardare compulsivamente il cellulare, e magari si metta anche a studiare uno strumento, Lastanzadigreta fa per voi. Sono creature selvagge e dolcissime, parlano di “grammatica della fantasia” rodariana e di macchine inutili, declamano le sigle che ci affliggono e complicano la vita pretendendo di semplificarcela (Spid), aprono porte e finestre dove gli altri vedono muri pieni e ottusi. Quanta bellezza. (Guido Festinese)
Le identità, anche musicali, si intende, sono più frutto di scelte – casuali o no, non importa – che della biologia, alla faccia di chi crede il contrario. Con ulteriore complicazione, ma è la realtà stessa ad essere complicata: l'identità è sempre plurima. Articolazione di altre identità. Trasformazione continua. Qualcosa resta, quasi tutto cambia, parecchio riaffiora. Discorso necessario per affrontare questo bel disco di Zerocurve, evoluzione di un nucleo originario che si chiamava, ere geologiche musicali fa, Psychowave. Sono in cinque, e l'identità (ritrovata, rivendicata) è quella della new wave e delle seconda ondata del punk, dunque dai tardissimi '70 al ventennio successivo abbondante: rock essenzialmente chitarristico e abrasivo, ai confini stretti dell'hard, secche nervature e slogature del suono che fanno da incastro perfetto con le disarmonie che ci circondano. Questo non vuol dire, naturalmente, che non ci siano altri amori musicali per i Zerocurve: Pino Parello, bassitsa dal timing perfetto e dal suono pieno sul basso fretless molti lo ricorderanno ad esempio sulla scena propriamente sperimentale e new wave, ma anche (e anche ora) in molte avventure musicali liguri world music. Sta di fatto, dunque, che questo è un disco che picchia duro, con una gran voce amara (Roberto Vinciguerra), che spesso gioca con atnmosfere sinistramente nevrotiche, dove il ricodo del Bowie più drammatico e dark è preciso, e anche l'evidente omaggio al Lou Reed più sferragliante e rock, o, ancora, i Gun Club di Jeffrey Pierce. Se siete (anche) su quelle lunghezze d'onda, fa per voi. (Guido Festinese)
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