La citazione potete trovarla facilmente, è in testa alla voce “Tim Buckley” di Wikipedia, e proviene da Lee Underwood, che dell'uomo con la voce d'angelo fu stretto collaboratore musicale, prima di diventare uno dei miglior critici jazz americani: « Buckley fu per il canto ciò che Hendrix fu per la chitarra, Cecil Taylor per il piano e John Coltrane per il sassofono ». Tim Buckley se n'è andato nel 1975, lo stesso anno che Bob Dylan scrollava il songwriting generale un po' sonnecchiante con il mercurio vivo di Blood On The Tracks. Tim pare stesse indirizzandosi verso la composizione di una specie di opera rock, e che si stesse anche occupando di cinema. Tim Buckley ci ha lasciato nove album in studio, sette dal vivo, un paio di antologie con preziosi materiali materiali in lavorazione. Ogni volta che, quattro decenni dopo la sua scomparsa (e quasi due da quella del suo figlio “reincarnazione”, Jeff) spunta qualcosa, è una festa.
Perché è ben vero che il mercato tende a setacciare anche le briciole, pur di far fatturato, ma è altrettanto vero che quasi ogni volta che è saltato fuori qualcosa di inedito o perduto dell'uomo con la prodigiosa estensione vocale che saettava tra folk , jazz, psichedelia, ricordi di musiche antiche e tanto altro ancora, ne è valsa la pena. Qui, poi, si resta sbigottiti e felici: perché il demo e l'acetato ritrovati di Tim Buckley del '67 sono unoscrigno con tredici brani mai ascoltati in queste versioni, cinque canzoni assolutamente inedite, e splendide. Da lustrarsi le orecchie. (Guido Festinese)






