Jazz
Per la serie, “sfide impossibili tra latitudini temporali diverse”, si propone il seguente quesito: provare a immaginare una session della buon’anima che fu Nick Drake, tutte canzoni nuove, e un ensemble orchestrale diretto da Kip Hanrahan che abbia tutta la superba e sensuale lascivia notturna latin jazz e afro che ricordiamo in certi suoi dischi di qualche anno fa. Il risultato sarebbe questo sroprendente Albore, una quieta cavalcata notturna dipanata in dieci magnifiche tracce che non alzano mai il wattaggio, ma la caratura strumentale sì. Manuel Volpe, iesino non ancora trentenne, bassista, compositore e arrangiatore, ma soprattutto vocalist dalle vellutate risonanze basse s’è messo attorno una compagine allargata, la Rhabdomantic Orchestra, che riunisce alcuni dei migliori talenti jazz della scena torinese. Questo è il risultato, ed è a serio rischio adorazione anche da parte di rockettari esperti ed esigenti. (Guido Festinese)
Dice Paolo Fresu che oggi è forse arrivato il momento di fare in modo che arte, musica e cultura siano il linguaggio della ricostruzione, come successo (per esempio) a l'Aquila lo scorso anno, quando tutto il jazz italiano, proprio sotto la supervisione del trombettista gallurese, si è mobilitato per la ricostruzione del centro storico della città abruzzese. Non ha tutti i torti Paolo Fresu, siamo ormai da tempo circondati da troppe macerie. In quest'ottica ecco quindi il nuovo suggestivo progetto in collaborazione con il provenzale Richard Galliano e lo svedese Jan Lundgren, formatosi nella marinara Malmö. Un'ulteriore riflessione (la seconda di una trilogia a questo punto, che segue a distanza di dieci anni la prima) su quello che i romani chiamavano Mare Nostrum e su storici e mai abbastanza ricordati legami, tutti da disseppellire e quindi ritracciare. Ma il magico e colto suono del trio è mediterraneo oppure europeo? E le due cose (poi) si escludono a vicenda? Alla seconda domanda non sappiamo dare una risposta (oppure sì, visto il sepolcro che è divenuto negli ultimi anni il Mare Mediterraneo). Per quanto riguarda la prima, l'intenzione è certamente quella di far dialogare appartenenze (per lo meno nel caso di Fresu e Galliano, ma anche i vichinghi hanno avuto a che fare con "il grande mare") profondamente ancorate al mondo mediterraneo, e però la musica appare più l'espressione di un poetico camerismo europeo, filtrato dalla sensibilità jazzistica, che un tuffo nella vitale, "brulicante", magari fantastica e immaginaria, realtà sonora di antiche acque. Sembra dimostrarlo anche la scaletta, che accanto alle composizioni originali, a cui hanno contribuito tutti e tre i componenti del terzetto ("Blue Silence", "Kristallen den fina", "Giselle", "Aurore", per citarne alcune), affianca due arrangiamenti di brani "classici": "Si Dolce è il tormento" dal nono libro di madrigali di Claudio Monteverdi, compositore innovativo, assoluto protagonista (se non inventore) dell'opera barocca, al tempo di un melodramma rigoglioso di musica e strumentazione, privo (o quasi) di recitativi, con le sue "arie" meravigliosamente incastonate nell'orchestrazione (Fresu ci ha ormai abituati a questi excursus nella fondamentale musica del '600); e il "Gnossienne No. 1" del maestro miniaturista francese Erik Satie. Un lavoro, comunque, prezioso ed elegante (il loro), contraddistinto dal tocco impressionistico di Lundgren al pianoforte, e dalle vaporose e "tremolanti" concordanze tra gli ottoni di Fresu e la tastiera aerofona di Galliano. (Marco Maiocco)
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