Recensioni
Quando Allan Holdsworth lasciò nel 1973 i Tempest di Jon Hiseman (per unirsi ai Soft Machine), lo sostituì l'ex Patto Ollie Halsall. Non avrebbe potuto esserci un rimpiazzo più degno. Living in Fear uscì all'inizio del 1974 e confermò la realtà di un trio con inclinazioni da jam band, dotato in eguale misura di fantasia e di doti tecniche. Le coordinate stilistiche restano tutto sommato quelle dell'esordio omonimo dell'anno prima: brani che dosano asprezza ed imprevedibilità in un personalissimo stile che salda insieme progressive, hard e jazz-rock. Halsall, che se la cava egregiamente pure con il Moog, regala torrenziali cascate chitarristiche. La band lo asseconda, alternando momenti di durezza con altri più pacati e dolenti, rifiniti e misurati, ampliando ogni volta la gamma di una ricerca melodica ampia e complessa. Spunti notevoli, quando non splendidi, affiorano soprattutto nei primi brani (Funeral Empire, Paperback Writer, Stargazer) e nella title-track, pezzi sofferti e talvolta aspri, giocati sulla trasfigurazione di lontane ispirazioni blues-rock. Di straordinaria caratura è poi la sezione ritmica, non di semplice accompagnamento per le invenzioni del chitarrista. Fiammate infuocate, in un affiatamento pressoché perfetto, si sposano a divagazioni più fluide, in un rincorrersi continuo. Un talento ineguagliato quello dei Tempest, ed anche un approccio che aveva all'epoca pochi paragoni di questo livello. Un gruppo solido, grande e sottovalutato (come i Patto, del resto), scomparso troppo presto dalla scena degli anni Settanta inglesi, guidato da un chitarrista tra i più trascurati della storia del rock. Se nel 1975 i Tempest si sciolsero senza che nessuno si fosse accorto del loro valore, oggi possiamo rimediare grazie alla eccellente riedizione da parte della Esoteric, al solito molto ben curata e con due bonus-track. (Davide Arecco)
Prosegue per merito della Esoteric la ristampa di perle minori del jazz rock britannico dei Seventies. Questi Isotope gravitavano nel giro di Canterbury. Messi sotto contratto dalla piccola Gull Records, pubblicarono i tre dischi adesso aggetto di riedizione fra il 1974 ed il 1976, per separarsi l'anno dopo. Artefici del progetto, derivato dagli East Wind, erano Gary Boyle alla chitarra e Nigel Morris alla batteria, i soli musicisti presenti in tutti e tre gli album. Nel secondo di questi, Illusion, sul quale si staglia la stupenda Golden Section, figura, al basso, nientemeno che Hugh Hopper. Lo ritroviamo, insieme a Lawrence Scott, anche nel pezzo migliore di Deep End, ossia Funebone. Per il resto, la musica degli Isotope è classica fusion, con molti sintetizzatori, eseguita con proverbiale maestria. Talvolta possono venire alla mente i Weather Report, tuttavia il taglio qui è molto più 'inglese'. Gli appassionati ne sapranno di certo gioire, considerato anche il fatto che del gruppo, sino a poco tempo fa, erano disponibili solo registrazioni live e ristampe giapponesi costosissime. (Davide Arecco)
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