Rock

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ImageEppure l’aveva promesso; o perlomeno lasciato intuire. “Prima o poi farò un disco del genere”, minacciava Paddy-Joe. McAloon e i Prefab Sprout: vent’anni giusti è andata avanti la storia, tra successi (“Jordan”), rinascite (“Andromeda heights”) e oblio (tanto oblio, purtroppo), prima di questo “I Trawl The Megahertz”. Che, giusto per chiarirlo, non è un semplice solo-album ma un qualcosa che non avete mai ascoltato prima: Ravel? Jazz? Morricone? Goldfrapp?

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Image Anche in questo caso, come per i Radiohead, non aspettatevi sorrisi; semmai, in “Happy Songs For Happy People” si può apprezzare il tentativo di Stuart Braithwaite e compari di mostrare senza tanti sotterfugi la loro vera anima rock, anzi, come hanno dichiarato loro stessi, la “loro vera anima”. Risultato: qualche momento cantato e un apprezzamento generico da parte della critica (la rivista inglese Mojo su tutti) che un po’ c’insospettisce, più che altro perché l’album è drammaticamente simile agli altri marchiati Mogwai.

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Image Tornano con lo stile e l’eleganza di sempre gli Steely Dan, ovvero Donald Fagen e Walter Becker, brillanti artefici della contaminazione fra pop e jazz. Gli Steely Dan hanno una lunga carriera alle spalle ma la creatività che emerge in Everything Must Go non sembra per nulla appannata rispetto ai tempi d’oro di Parlez Logical. Lievità, armonia, recupero di quelle calde atmosfere notturne a cui si deve la fortuna di Nightfly (memorabile album solistico di Donald Fagen) sono gli elementi portanti di Everything Must Go.

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Image Figlio di un ingegnere del suono della BBC e guru dell’elettronica raffinata Matthew Herbert a 16 anni girava la Svezia con la sua big band in stile Glenn Miller. Dopo svariati dischi incisi come Doctor Rockit, Wishmountain o Radio Boy, Herbert ha deciso di tornare al suo grande amore: il preludio è stato un concerto al Montreux jazz festival del 2002 e poi un disco, con big band di 17 elementi, in cui fanno capolino Arto Lindsay, un vago sapore di Working Week , echi jungle (quella di Ellington, non quella dance) e una spruzzata di avanguardia d’orchestra.

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ImageJohn Mellencamp, è un rocker senza sovrastrutture; il cuore e la grinta sono, da sempre, le sue armi vincenti. Ma è anche un finissimo conoscitore del patrimonio musicale del suo paese. Trouble no More, ultimo lavoro del musicista dell’Indiana, si rivela un omaggio appassionato e colto alla musica americana delle radici, quella più autenticamente popolare.

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ImageLa cosa più inquietante di “The Album” non è la sua musica, un modo divertente per fare dell’India da supermercato un oggetto dance. Sono le note, in lingua italiana, che accompagnano questa antologia di Rajinder Rai, alias Panjabi Mc, a costernare: una semplificazione della cultura e della storia dei suoni Bhangra a metà strada fra pieghevole turistico e catalogo di salumi.

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