Opinione scritta da Elena Colombo
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Jack White è rinato molte volte. Originario di Detroit, cresciuto ascoltando gli Stooges e il buon blues, oggi vive a Nashville, la culla del country. È un vero artigiano del rock, che si veste come un divo anni Quaranta, adora i vinili e si dichiara lontano dal mainsteam. Ispirandosi agli artisti afroamericani del primo Novecento, ha saputo rielaborare le radici della musica con un sorprendente eclettismo, passando dal rockabilly swing alla Elvis (I’m shaking)a un soul che sembra citare la magia di Son of a preacer man grazie alla collaborazione con Ruby Amanfu, splendida voce di origine ghanese (Love interrumption). Blunderbuss – primo album solista firmato solo da Jack, che suona chitarra e basso, organo, piano, batteria e persino xilofono! – è tutto ciò che i fan vorrebbero sentire. Come l’antico cannone del titolo, le canzoni di questo disco hanno un’eleganza che promette un’esplosione. Ci sono le atmosfere rarefatte di On and On accanto alla perla quasi classica di Hypocritical Kiss, ma non potevano mancare i pezzi più diretti e immediatamente catchy che riportano alla produzione targata White Stripes, promettendo di farvi saltare sul letto (Sixteen Saltines, primo singolo estratto) o di riportarvi dritti al mondo spagnoleggiante di Icky Thump (I Guess I should go to sleep), per poi entrare prepotentemente nei territori del garage /alternative blues alla Black Keys (Freedom at 21), che lo stesso Mr. White ha collaborato a sdoganare in tempi non sospetti.
Forse dirò una cosa controproducente, ma a volte non bisognerebbe leggere una recensione prima di aver ascoltato un disco, o almeno non prima di essersi fatti un’idea. Intendiamoci, non c’è niente che non va in Collapse into now, ultimo lavoro dei R.E.M., ma forse le critiche non troppo entusiastiche mi hanno condizionato.
Le tracce scorrono piacevoli, in un’atmosfera liquida che riprende il discorso interrotto da Around the sun del 2004, non è un male. Arrivati a Everyday is yours to win si potrebbe pensare alla conclusione ideale della meravigliosa Everybody Hurts (1992), ma sono passati un po’ di anni da quando il giovane Stipe cantava malinconico sul tetto di una macchina, e qui si legge la maestria più che il vero pathos. Sì, perché That Someone is You è un gioioso esempio di allegria californiana adolescenziale e Me Marlon Brando, Marlon Brando and I offre l’occasione di esplorare un mondo intimista. Sin dall’inizio Discoverer fornisce la chiave di quella che potrebbe sembrare una sfida: diventare gli scopritori di un puzzle composto dai tasselli di una carriera ormai più che trentennale. Non manca nulla. C’è pure la collaborazione di certi amici, certi grandi del rock che sono una garanzia di qualità. Ma anche qui ci sono note positive e negative: mentre il duetto con Peaches in Alligator Aviator Autopilot Antimetter dà adrenalina a tutto il disco con un’alchimia perfetta tra la voce della cantante canadese e quella di Michael, la partecipazione di Eddie Vedder, così attesa sulla carta, passa quasi inavvertita, nei coretti poco originali di It Happens today. La chiusura viene affidata a Patti Smith che torna a lavorare col trio di Athens dopo E-bow letter (1996), da cui riprende gli stessi paesaggi urbani e notturni. È l’esperimento più interessante del disco: una poesia parlata e beatnik, un messaggio affidato ad un nastro unito alle espressioni calde della sacerdotessa del rock che racconta una favola moderna e, proprio come in un rito sciamanico attualizzato, il passaggio finale riprende il riff della canzone d’apertura, a chiudere in cerchio.
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