Jazz

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CHET BAKER & BILL EVANS - The Complete Legendary Sessions

La riedizione di dischi i cui diritti sono scaduti al termine dei fatidici cinquant’anni, facilita la (ri)scoperta di veri e propri capolavori. Per differenziarli dagli originali, i curatori scelgono i brani con criteri cronologici - raccogliendo i brani per sessioni che, spesso, all’epoca non coincidevano con quanto pubblicato in un singolo lp - o riunendo la totalità delle incisioni di due musicisti. È il caso di questo “Complete” dedicato a Chet Baker e Bill Evans, summa di “Chet” - inciso tra il dicembre 1958 e il gennaio 1959 - e "Chet Baker Plays The Best Of Lerner and Loewe" - del luglio dello stesso anno. In realtà mancano tre brani da “Chet Baker introduces Johnny Pace”, mentre inspiegabilmente è stata aggiunta la bonus track “Almost Like Being In Love” dove al piano c’è Bob Corwin. Questo non solo per noiosa pedanteria, ma per segnalare che queste pubblicazioni in genere si rivolgono non tanto all’appassionato, che probabilmente ha già questi titoli e in caso contrario non potrebbe essere soddisfatto di scelte arbitrarie e lacune, ma ad un ipotetico nuovo pubblico su cui far presa con i nomi in cartellone.

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JOHN ZORN - The Goddess - Music For The Ancient Of Days

Temiamo che per tener fede al suo proclama apparso sul sito della Tzadik - un cd al mese per tutto il 2010 - Zorn abbia sopravvalutato la sua pur eccezionale vena compositiva e progettuale. Dopo il deludente “In Search of the Miraculous” ancora un disco per una propaggine dell’Alhambra ensemble (qui rappresentato da Rob Burger e Ben Perowsky), sempre con Carol Emanuel all’arpa e Kenny Wollesen al vibrafono e le ‘new entry’ Trevor Dunn al basso e Marc Ribot alla chitarra. Le progressioni ipnotiche dei brani a volte colgono nel segno ("Ishtar" e "White magic"), grazie soprattutto alla forza propulsiva ed eclettica dei nuovi arrivati; spesso risultano stucchevoli e ripetitive, irrisolte nelle stesse spire che hanno contribuito a creare. Come sempre ultimamente nessuna traccia del sax di Zorn. Peccato. (Danilo Di Termini)

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JOHN ZORN - Dictée/Liber Novus

Bisogna avvicinarsi alla musica di questo disco (due composizioni dedicate all’artista concettuale Theresa Hak-Kyung Cha la prima e al “Libro rosso” di Carl Jung - reso pubblico nel 2009 - la seconda) con la mente completamente libera da pre-concetti e, forse, anche aspettative. Circondato da un gruppo di fidati collaboratori (Sylvie Courvoisier al piano, Okkyung Lee al violoncello, John Medeski all’organo, Ned Rothenberg ai fiati, David Slusser agli effetti sonori, Kenny Wollesen al vibrafono e percussioni) Zorn si limita a manipolare sonorità (oltre che a narrare le parti in tedesco dell’opera, lasciando agli altri quelle in francese e coreano) dirigendo l’ensemble tra momenti di sereno lirismo poetico e furiose, apparentemente caotiche, improvvisazioni. Ovviamente per adepti e sperimentatori. (Danilo Di Termini)

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MASADA STRING TRIO - Haborym. The Book Of Angels Vol.16
Iniziata nel 2004 con un disco del Jamie Saft Trio la serie delle composizioni di John Zorn ispirate al Secondo Libro di Masada, il Libro degli Angeli, interpretate dagli artisti più disparati, giunge al sedicesimo capitolo. Nuovamente protagonista (dopo il sublime secondo volume, "Azazel") il Masada string trio e cioè Greg Cohen (contrabbasso), Mark Feldman (violino) ed Erik Friedlander (violoncello), un'altra delle formazioni che ruotano intorno a quel vero e proprio collettivo musicale (un fiume inarrestabile di dischi e progetti) che è diventata ormai la Tzadik. La tradizione klezmer ("Turel") si fonde con l'improvvisazione più radicale ("Gamrial") in un vorticoso, virtuosistico e poetico afflato musical-contemporaneo. Bello, bellissimo. (Danilo Di Termini)
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SUSTO E SORANZIO AVEC COSTANTINI – Quattro e quarantatre
Nel mondo spesso sorprendente delle autoproduzioni, lavori a lungo meditati ma che attendono il riconoscimento di una buona distribuzione segnaliamo questa prima opera del duo Susto e Soranzio, rafforzato per l'occasione dal prezioso apporto di Gianpaolo Costantini, specialista del bandoneon, lo strumento che fu imbracciato da Piazzola, e che per una bizzarra sorte nacque invece in Germania come ausilio per il canto liturgico. Il bandoneon, rammentiamo, è strumento tutt'altro che semplice, per diteggiatura, dinamiche, controllo: ma in mano a Costantini volteggia con tutta la destrezza necessaria a creare incastri di suono e di silenzio con il basso di Luciano Susto, e la voce di Donatella Soranzio. Quest'ultima, mezzosoprano di formazione lirica, e specialista di foniatria è anche autrice di lavori teatrali: e una certa piacevole "teatralità" si avverte, nel piglio con cui affronta il materiale. Susto invece, allievo del grande (e prematuramente scomparso) Stefano Cerri ha all'attivo un curriculum contrassegnato dall'eclettismo: una dote che serve parecchio, ai bassisti elettrici. Repertorio largamente incentrato su classici Yddish, un bel recupero dal periodo italiano di Piazzola ("Se potessi ancora"), una riflessione sull'Argentina del terrore di Videla, e molto altro ancora: brani che, si comprende, funzionano anche meglio nella dimensione "live". Qualche difetto di "pitch" potrebbe essere corretto in fase di postproduzione: ma è un peccato veniale. (Guido Festinese)
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RINO VERNIZZI QUARTET - Green Moon/The Best Bassoon
Ecco un disco con cui potreste sorprendere anche chi dice di aver masticato molto jazz, e molti strumenti applicati alla sinuosa materia del fraseggio jazz stesso. Rino Vernizzi è uno dei pochissimi pionieri dell'uso del fagotto jazz in Italia, rara avis che può trovare una corrispondenza, in ambito italiano, nelle avventure avantgarde di Alessio Pisani, o guardando fuori dai patri confini, in Inghilterra, nel "neo bop" per fagotto del bravo Daniel Smith. Quest'ultimo ha un percorso poetico ed estetico pressoché identico a quello del "nostro" Vernizzi: entrambi si divertono, e molto, a smontare la favoletta che il fagotto sia solo l'ingombrante creatura buona per qualche bizzarra avventura timbrica orchestrale "classica" e poco altro, almeno dalla fine gloriosa dell'epoca dei concerti barocchi. Ed invece: qui, in Green Moon, troverete temi da Charles Parker e Gerry Mulligan, un ragtime del 1910 e uno del 1908, un omaggio "nascosto" a Mahler e molti a Thelonious Monk, e perfino una deliziosa rilettura di Yellow Submarine, a cui il petulante e saporito timbro del fagotto aggiunge sapida ironia, come sarebbe piaciuto a Sua Beatlestà Lennon. (Guido Festinese)

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