Jazz

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LA RIVE GAUCHE - One!

Come il quartiere da cui prende il nome – in cui storicamente si ritrovavano gli intellettuali, gli artisti, gli studenti della vicina università della Sorbona e i musicisti jazz nei club che un tempo affollavano la zona – la musica di questo italianissimo gruppo è una commistione di elementi di origini diverse, sotto l’egida condivisa del jazz. C’è la Francia ovviamente (“Musette da viaggio. Long time ago” e “Bebe” di Hermeto Pascoal in una versione dichiaratamente ispirata da quella di Richard Galliano); c’è il jazz-rock dei Weather Report, e anche quello degli Steps Ahead; e c’è il Sudamerica di “Minha Sambinha” e di “Argentina”. Ma soprattutto si apprezza una non consueta capacita compositiva (otto i brani originali a firma di Luca Cresta: menzione per l’irresistibile “Anubi”) sommata alla tecnica impeccabile di un quartetto formato, oltre che dal leader al pianoforte e alle tastiere, da Fabio Lanzi (sax tenore e soprano), Roberto Costa (basso elettrico) e Massimo Grecchi (batteria), con l’aggiunta (centratissima) di Giovanni Acquilino al flauto. Solare, luminosa, leggera (nel senso più positivo e calviniano del termine), con “Direttore” la musica di La Rive Gauche acquista toni più dolenti e riflessivi e ci conduce alle uniche due ‘cover’ dell’album, la citata “Babe” e la convincente rilettura di “Tell me a bedtime story“, titolo proveniente dal primo album più esplicitamente funk di Herbie Hancock nel 1970 (poi ripresa anche qualche anno dopo da Quincy Jones). Se forse non avrebbe guastato un pizzico di spregiudicatezza jazzistica in più, la seducente essenzialità di “One” ne fa uno dei dischi di jazz italiano più interessanti del 2019. (Danilo Di Termini)

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JIM BLACK TRIO,  Reckon

Da sempre mi affascinano le coincidenze, penso che siano un bel modo di aiutarci a comprendere meglio la vita. O magari solo a sopportarla. Stavo ascoltando il nuovo disco del batterista Jim Black, uno che seguo da quando tanti anni fa lo vidi in quella che allora si chiamava la Sala Garibaldi insieme a Tim Berne (stupefacente!). Intanto leggevo un articolo di Ernesto Franco dedicato a Daniele Del Giudice apparso sabato 11 gennaio su Robinson. Dopo alcune righe Franco sceglie alcune parole-mondo per raccontare l’uomo e lo scrittore: una di queste è “Sentire”, definita come “l’improvvisazione nel jazz: non puoi farlo se non conosci tutta la musica, ma non puoi farlo se non ti avventuri al limite della musica conosciuta, e da lì ami e conosci in un unico suono, in un solo gesto”.

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Parte Maison Verte, e uno si immagina una di quelle giornate in cui casca una pioggerella fine, e dalla campagna verde si leva un sentore di erbe selvatiche, di funghi, di terra: e ci si domanda, ancora una volta, dove sia il segreto di certe teste e di certi cuori, che riescono a trasmettere alle mani sul pianoforte l’impulso di trovare i tasti giusti per raccontare una storia che non ha parole, ma è come se le avesse tutte, direttamente, nel puro suono. Melodie così, ad esempio, le sapeva creare Charlie Haden, Esbjörn Svensson. Non è l’unica su questo disco dolce e potente, come‘è sempre la musica che scrive e suona Claudio Cojaniz, pianista friulano che, se ci fosse un po’ più di giustizia nel mondo dei riconoscimenti pubblici, in molti metterebbero ai primissimi posti tra i jazzisti italiani che riescono a essere comunicativi e ben radicati al contempo. Questo Blue Question nasce come dedica a due piccoli grandi uomini che riuscirono a portare e organizzare il miglior jazz in terra di Calabria, e scomparsi troppo presto. Sarà l’innesco emotivo di chi lascia un ricordo troppo grande per essere fatto solo di rimpianto, sarà che Cojaniz quando ha accanto il contrabbasso risonante e saggio di Franco Feruglio trova l’incastro perfetto, ma questo disco ha una caratura emotiva superiore. E potrebbe essere una sorpresa anche per chi proprio non frequenta questo tipo di musica, o non sa da dove iniziare gli ascolti, causa offerta frastornante, ed anche parecchio snobismo.  (Guido Festinese)

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DANIELE SEPE - The Cat With The Hat

Un sentito omaggio del musicista napoletano Daniele Sepe alla musica di Gato Barbieri; più che ai brani del sassofonista argentino, la dedica è al suo personalissimo suono e all’area geografico-musicale sudamericana che Barbieri ha rappresentato. Un unico brano firmato da El Gato è presente; si tratta di Nunca Más da Chapter One:Latin America, uno dei suoi migliori dischi. Il resto varia tra La Partida,  brano strumentale di Victor Jara, la splendida Song For Che di Charlie Haden, che celebra altresì la Liberation Music Orchestra, un tradizionale napoletano di E. A. Mario, due brani di Atahualpa Yupanqui e due estratti da colonne sonore: il traditional Mná na h-Eireann, da Barry Lyndon e il Tema di Spartacus (ambedue film di Stanley Kubrick). La lunghissima lista di musicisti comprende anche nomi importanti come Stefano Bollani, Hamid Drake e Roberto Gatto. Non mancano  alcuni artisti argentini e il consueto gruppo di fidati musicisti di cui il poliedrico sassofonista si circonda. Nel libretto anche uno scritto di Enrico Rava, in ricordo della sua frequentazione con Barbieri. (Fausto Meirana)

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Si susseguono a cadenza annuale le uscite discografiche sui “live”del formidabile E.S.T. guidato dal pianista Esbjörn Svensson, scomparso tragicamente undici anni fa in un’immersione. Qualcuno potrà interpretare il tutto come mera speculazione, ma sta di fatto che la musica del trio attraversò tali e tante fasi di palpitante creatività, approdando alla fine a una sorta di riuscita costruzione sonora tra jazz e art rock, su tutto l’ombra lunga dei Radiohead,  che pubblicazioni come questa riescono a compensare, almeno in parte, l’assenza. Qui siamo nell’ottobre del 2001, ancora lontane le avventure con l’elettronica, e l’interplay tra il leader, assai evansiano nel tocco fluido e perfetto, Dan Berglund al basso e Magnus Öström alla batteria è stupefacente. (Guido Festinese)

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Doppio cd, ed è già una bella prova di coraggio. Ma non è che conti la somma dei minuti, per queste diciotto tracce equamente ripartite in due dischetti. Conta il fatto che Aldo Mella, uno dei migliori (e meno ricordati) bassisti compositori italiani, attivo da decenni – Area 2, Flavio Boltro, l’indimenticabile Mella – Allione Quartet, Franco D’Andrea -  è un musicista che non ha problemi a mostrare in musica quanto gli piace: tutto, escluse le note che non servono a nessuno perché sono brutte e inutili. Dunque aspettatevi un viaggio che sfiora la world music, il jazz rock, certo ambient jazz, le linee melodiche incantate come sapeva scriverle Metheny anni fa, la ricerca che trovate nei dischi Ecm, la melodia “italiana”, il ricordo delle sferzate hard bop, e via citando. Per farlo, complice anche un periodo di forzata immobilità, solo matita e carta da musica in mano per ragionare e concepire i brani, Aldo Mella s’è messo attorno oltre quaranta musicisti amici, che, tutti assieme, sono un bel ripasso della creatività musicale italiana delle ultime stagioni, declinata nelle forme strumentali più varie: Roberto Cecchetto, Flavio Boltro, Fulvio Chiara, Giorgio Li Calzi, Antonio Faraò, Enzo Zirilli, DJ Rocca, tra gli altri. Benvenuti a bordo per un lungo e istruttivo viaggio. (Guido Festinese)

Top ten del mese

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