Jazz

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FILIPPO COSENTINO FEAT. FABRIZIO BOSSO – Lanes

Registrazioni in studi liguri ed emiliani, per mettere assieme le ottime nove tracce di questo giovane chitarrista jazz. Se qualcuno già storce il naso, immaginando l'ennesimo epigono di emuli di cloni di classici ormai ampiamente sedimentati nella storia della sei corde jazz, e la noia sovrana, sappia che c'è da abbandonare il pregiudizio in fretta. Cosentino usa di frequente anche le corde acustiche e l'arpeggio, caratteristiche non proprio ascrivibili al "mainstream": ad esempio nella scintillante River Avon. Certo, spesso attinge a grandi nomi per il materiale di base: Monk, Davis, Golson, l'assai meno consueto Gil Evans di Las Vegas Tango. Ma quando scrive lo fa con una bella, baldanzosa sicurezza, e il suo fraseggio angolare e ficcante ci rammenta le lontane avventure di un grande della sei corde in Liguria, l'Enrico Pinna del Sogno del tarlo. Due i bassisti impegnati: Davide Beatino e Giovanni Sanguineti, Carlo Gaia alla batteria, e un gran bel colpo piazzato in due brani: la collaborazione in studio con Fabrizio Bosso. Che, da par suo, piazza due facondi, quasi inarrivabili assolo suonati con quella facilità di addentare l'impossibile che è frutto evidente di molto, molto studio. Per contatti: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. (Guido Festinese)

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FRANCESCO NEGRO TRIO - Silentium

La musica di questo interessante terzetto non stravolge in modo particolare il linguaggio del piano trio, così come consolidato (almeno) da Bill Evans in avanti. Ha però il pregio di non apparire scontata e banale e di trasmettere molta freschezza e originalità (a partire dalle ariose composizioni, prevalentemente ad opera di Negro), riarticolando in modo intelligente e divertente una serie di stilemi tipici di quell'idioma. I tre giovani protagonisti in causa, Francesco Negro al pianoforte, Ermanno Baron alla batteria e Igor Legari al contrabbasso, si sono conosciuti nelle aule dei Seminari Internazionali di Siena Jazz - vera e propria istituzione della formazione jazzistica in Italia, intramontabile fucina di talenti - e lì hanno deciso di costituire questo apprezzabile progetto, piccola grande fotografia del nuovo jazz italiano che avanza. Una smagliante istantanea, nella quale la solida formazione accademica di Negro e Baron, davvero convincenti e personali, si amalgama con naturalezza al bagaglio maggiormente popolare, ma ovviamente altrettanto nobile, del più "istintivo" Igor Legari. Il brioso jazz acustico che ne deriva è espressione di un luminosa predisposizione all'improvvisazione, che i tre coltivano e gestiscono con padronanza, pur muovendosi sostanzialmente all'interno delle strutture, salvo un paio di "frammenti" più liberi del tutto estemporanei. Un jazz duttile, disinvolto, piacevole, armonioso, che a seconda dei momenti può ricordare il pianismo e la concezione del piano trio di alcuni grandi della tastiera afroamericana come Keith Jarrett ed Enrico Pieranunzi da una parte, Don Pullen e Abdullah Ibrahim dall'altra. Un'opera che funziona, dalla prima all'ultima nota: pregevole prova di consapevolezza. (Marco Maiocco)

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MARC COPLAND/JOHN ABERCROMBIE - Speak To Me

Il duo piano-chitarra non è tra i più frequentati in ambito jazz: la causa è da ricercarsi forse nell'affinità dei due strumenti, forse nell'inarrivabile precedente del connubio tra Jim Hall e Bill Evans. Ma questo primo dialogo 'alone together' tra i due antichi sodali (l'incontro risale al gruppo di Chico Hamilton degli anni '70) fin dal primo ascolto elimina ogni dubbio: l'interplay tra i due musicisti, dinamico e delicato al contempo, è assoluto, sia negli impeccabili unisoni che negli scambi melodici. Il repertorio è rigidamente diviso - tre brani del pianista di Philadelphia, tre del chitarrista di Port Chester e tre standard ("Witchcraft", "If I Only Had a Brain" da Il mago di Oz e “Blues Connotation” di Ornette Coleman) – ma il risultato non cambia: assolutamente straordinario. (Danilo Di Termini)

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GAIA CUATRO – Visions

Sono parecchi, anche dalle nostre parti, i nostalgici piazzolliani doc. Certo, ci si può consolare con le avventure di Mosalini, ci si può (vagamente) riprendere con le lussureggianti e un po' inutili riletture di Galliano, si può andare a caccia di altre radici tanghere con Caceres. Tanto vale, allora, andarsi a cercare chi oggi parte dalla lezione piazzolliana, e cerca di declinarla in qualche altro modo possibile.I Gaia Cuatro, ad esempio, in forza di una line up decisamente curiosa (due argentini, due giapponesi) immettono nel loro nuevo tango jazzato molti, molti aromi imprevisti. Molto si deve alla componente orientale: l'eccellente violinista Aska Kaneko (anche efficace vocalist), inevitabilmente segnata, pur nella pronuncia classica, da piccole asprezze melismatiche, il percussionista Tomohiro Yahiro, che crea aloni e scie ritmiche, più che fratture espressionistiche "piazzolliane". Gli argentini, invece, danno la struttura fluida ed incalzante che il tutto richiede, con pianoforte e basso. Attenzione: questo non è il nuovo disco, ma la ristampa con altro titolo del primo lavoro del 2004, arricchito da un videoclip e da una traccia live dove ci si può gustare anche la comparsata (al solito brillante) del nostro Paolo Fresu. (Guido Festinese)

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CHRISTIAN MCBRIDE - Conversations

 

Se il duetto può essere un'ottima scorciatoia per artisti privi d'idee, nel caso di un contrabbassista - e degli artisti coinvolti - la formula assume un significato del tutto particolare. Il dialogo con lo strumento impone un'attenzione costante e un impegno assoluto, un disvelamento totale, senza trucchi o manierismi. Molti dei personaggi coinvolti dall''eclettico McBride sono al di sopra di ogni sospetto: Chick Corea, Billy Taylor, Hank Jones o Roy Hargrove, non hanno infatti bisogno di presentazioni o di conferme. Una piacevole sorpresa sono invece l'entusiasmante Angelique Kidjo (“Africa”), la violinista Regina Carter (per una volta all'altezza della sua tecnica in “Fat Bach and Greens”), lo stesso Sting che in “Consider me gone” si dimostra capace anche di swingare con naturalezza. (Danilo Di Termini)

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TINGVALL TRIO - Vägen

C'erano uno svedese, un tedesco e un cubano...E si chiamavano Tingvall Trio, però non è una barzelletta; lo svedese, Martin Tingvall, è il leader, suona il piano ed è quotato come l'erede dello scomparso Esbjörn Svensson, anche se il suo stile è meno eclettico e avventuroso; il tedesco, Jürgen Spiegel, suona la batteria e si lascia tentare da suoni e ritmi che, talvolta, hanno il volume e la potenza del rock; il contrabbassista, Omar Rodriguez Calvo, è un cubano 'anomalo', a suo agio tra i due nordici, anche se a tratti qualche sfumatura latina si avverte. Il 'combo' è energico e solido, ma anche lirico e melodico quando serve, d'altronde 'Vägen' testimonia in modo perfetto l'attualità di una formazione jazzistica 'classica' come il piano trio. Anche qui, come nel precedente 'Vattensaga' , dedicato all'acqua, c'è un tema conduttore, il viaggio; inteso come movimento, transito e  infine,  percorso oltre la vita;  'Efter Livet'  (L'aldila')  è infatti il titolo   del brano sognante che conclude il disco dove il trio è accompagnato da una sezione di archi e fiati. (Fausto Meirana)

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RadioDrama Disco Club #2

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