Jazz
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Registrazioni in studi liguri ed emiliani, per mettere assieme le ottime nove tracce di questo giovane chitarrista jazz. Se qualcuno già storce il naso, immaginando l'ennesimo epigono di emuli di cloni di classici ormai ampiamente sedimentati nella storia della sei corde jazz, e la noia sovrana, sappia che c'è da abbandonare il pregiudizio in fretta. Cosentino usa di frequente anche le corde acustiche e l'arpeggio, caratteristiche non proprio ascrivibili al "mainstream": ad esempio nella scintillante River Avon. Certo, spesso attinge a grandi nomi per il materiale di base: Monk, Davis, Golson, l'assai meno consueto Gil Evans di Las Vegas Tango. Ma quando scrive lo fa con una bella, baldanzosa sicurezza, e il suo fraseggio angolare e ficcante ci rammenta le lontane avventure di un grande della sei corde in Liguria, l'Enrico Pinna del Sogno del tarlo. Due i bassisti impegnati: Davide Beatino e Giovanni Sanguineti, Carlo Gaia alla batteria, e un gran bel colpo piazzato in due brani: la collaborazione in studio con Fabrizio Bosso. Che, da par suo, piazza due facondi, quasi inarrivabili assolo suonati con quella facilità di addentare l'impossibile che è frutto evidente di molto, molto studio. Per contatti: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. (Guido Festinese)
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La musica di questo interessante terzetto non stravolge in modo particolare il linguaggio del piano trio, così come consolidato (almeno) da Bill Evans in avanti. Ha però il pregio di non apparire scontata e banale e di trasmettere molta freschezza e originalità (a partire dalle ariose composizioni, prevalentemente ad opera di Negro), riarticolando in modo intelligente e divertente una serie di stilemi tipici di quell'idioma. I tre giovani protagonisti in causa, Francesco Negro al pianoforte, Ermanno Baron alla batteria e Igor Legari al contrabbasso, si sono conosciuti nelle aule dei Seminari Internazionali di Siena Jazz - vera e propria istituzione della formazione jazzistica in Italia, intramontabile fucina di talenti - e lì hanno deciso di costituire questo apprezzabile progetto, piccola grande fotografia del nuovo jazz italiano che avanza. Una smagliante istantanea, nella quale la solida formazione accademica di Negro e Baron, davvero convincenti e personali, si amalgama con naturalezza al bagaglio maggiormente popolare, ma ovviamente altrettanto nobile, del più "istintivo" Igor Legari. Il brioso jazz acustico che ne deriva è espressione di un luminosa predisposizione all'improvvisazione, che i tre coltivano e gestiscono con padronanza, pur muovendosi sostanzialmente all'interno delle strutture, salvo un paio di "frammenti" più liberi del tutto estemporanei. Un jazz duttile, disinvolto, piacevole, armonioso, che a seconda dei momenti può ricordare il pianismo e la concezione del piano trio di alcuni grandi della tastiera afroamericana come Keith Jarrett ed Enrico Pieranunzi da una parte, Don Pullen e Abdullah Ibrahim dall'altra. Un'opera che funziona, dalla prima all'ultima nota: pregevole prova di consapevolezza. (Marco Maiocco)
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