Jazz

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È con il nome di Crosscurrents trio che Dave Holland, Zakir Hussain e Chris Potter nell’estate del 2018 hanno presentato la loro musica nel corso di una tournée che aveva toccato anche l’Italia. Succederà anche prossimamente, ma intanto esce questo disco in ci i nomi loro compaiono in bella vista ed è giusto così perché sarebbe davvero un peccato lasciarsi sfuggire questo ascolto. Si tratta di un vero e proprio supertrio con uno dei contrabbassisti più importanti della storia del jazz, una star mondiale delle tablas e un sassofonista che nei contesti in cui non è il l’esponente di punta, opinione ovviamente molto personale, riesce a dare il meglio di sé. Si tratta di una formazione senza leader, in cui ognuno porta il suo contributo, anche in termini compositivi, in maniera assolutamente egalitaria: il disco si apre con "Ziandi" - il primo di tre brani di Potter – seguito dalla sinuosa "J Bhai" di Hussain e da "Lucky Seven" di Holland; è un jazz arricchito dalla poliritmia tipica del continente indiano, come nella misteriosa "Suvarna"; ma "Island Feeling" di Potter è sostanzialmente un blues mentre "Bedouin Trail" trova nel jazz modale la sua ispirazione; nella conclusiva “Mazad” una citazione di “A Love Supreme”mantiene la promessa dell’intreccio di correnti del titolo, confermando la bontà di un progetto che merita sicuramente l’ascolto, e possibilmente anche la visione dal vivo. (Danilo Di Termini)

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Il sassofonista Bill Evans, omonimo del grande pianista, è, notoriamente, cresciuto alla corte del Miles Davis elettrico anni ’80: il Dark Magus come sempre si sceglieva musicisti giovani e ancora acerbi, in modo da volaorizzarne appieno potenzialità e, lui stesso, cavarne il meglio per la propria musica. L’ha fatto con Scofield, con Miller, con Stern, e , appunto, con Evans, Come al solito vedeva lontano: e riascoltare dischi come We Want Miles conferma.  DA lì in avanti Bill Evans ha avuto una carriera tumultuosa e contraddittoria: dalla fusion al bluegrass, dall’Americana a progetti crossover totali. Non sempre a fuoco, perché, soprattutto in ambito ffusion, la tentazione del tecnicismo muscolare è sempre dietro l’ngolo. Qui però ritrovate la zampata del  “giovane leone” che scintillava note con Miles, al soprano e al tenore: registrazioni del 2011 con la possente  (ma flessuosa) WDR Big Band di Colonia, diretta da Michael Abene, e l’apporto prezioso di Etienne Mbappe al basso, oggi una figura fondamentale della scena jazzistica internazionale. (Guido Festinese)

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BILL FRISELL - Harmony

Sono passati pochi mesi dall'uscita del bel live registrato insieme al contrabbassista Thomas Morgan per ECM ed ecco un nuovo progetto di Bill Frisell che segna il debutto del chitarrista per la prestigiosa Blue Note. Ciò nonostante "Harmony" più che un disco jazz andrebbe correttamente catalogato alla voce 'Americana', ove con questa si intenda quel genere musicale contemporaneo che trova le sue radici nella tradizione del roots rock e del country. Da lì arrivano "Hard Times" di Stephen Foster (composto a metà dell'Ottocento è stato ripreso un po' da tutti, Dylan compreso), il tradizionale "Red River Valley" (eseguito 'a cappella'), il brano di Pete Seeger "Where Have All The Flowers Gone". E sia "God's Wing'd Horse" che "Fifty years", entrambe composizioni originali di Frisell rientrano ineccepibilmente in questa categoria, anche per le atmosfere create dalla delicata voce di Petra Haden (vera co-protagonista del disco). La scelta di un trio di sole corde formato oltre che dal leader, dal violoncellista Hank Roberts e dal chitarrista Luke Bergman, accentua la sensazione di un disco molto intimo, quasi da camera: anche "Deep Dead Blue", tratto dall'omonimo disco in duo con Elvis Costello, "On The Street Where You Live" da My Fair Lady e l'immortale "Lush Life" di Billy Strayhorn non si discostano da questo mood: ma siamo in autunno e forse è il momento migliore per apprezzarne tutte le raffinatissime sfumature. (Danilo Di Termini)

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JOHN COLTRANE - Blue World

Nonostante fosse ampiamente preannunciato, l’uscita di ‘nuovo’ album del quartetto ‘storico’ di John Coltrane non può che essere un piccolo avvenimento, benché finisca per contribuire alla sensazione che il jazz tenda più a vivere nel passato, piuttosto che nel presente (o nel futuro). Curiosamente anche all’epoca di questa seduta – siamo nel 1964 precisamente il 24 giugno, nello studio di Rudy Van Gelder – anche Coltrane preferì guardare indietro, scegliendo titoli provenienti quasi interamente dalle incisioni Atlantic di qualche anno prima. Nella decisione probabilmente influì il fatto che la musica fosse statacommissionata dal regista canadese (e fan) Gilles Groulx per il suo film Le Chat Dans Le Sac, una storia d'amore ‘Nouvelle Vague’ ambientata a Montreal, e che non ne fosse prevista la pubblicazione. Pur trovandoci cronologicamente esattamente tra “Crescent”, registrato ad aprile e “A Love Supreme” (dicembre), il quartetto decide così di rimanere entro confini ben precisi, con toni, fluidi e distesi. Le tre take di “Village blues”, il brano dedicato a Sonny Rollins “Like Sonny”, le due versioni di “Naima” sono esempi meravigliosi del suono di un gruppo, colto all’apice delle sue possibilità, ma che non aggiungono nulla di nuovo a quanto sapevamo dell’immensa arte di quei musicisti. Annotiamo la presenza di un inedito, il brano che dà titolo all’album, un classico mid-tempo, aperto dal contrabbasso di Jimmy Garrison e dalla batteria di Elvin Jones, su cui il pianoforte di McCoy Tyner inserisce accordi incalzanti che permettono al tenore di Coltrane di lanciarsi in uno dei suoi celebri assoli; e di una versione di “Traneing In” in cui affiorano elementi improvvisativi più decisi che prefigurano la direzione che prenderà la musica del sassofonista. Ovviamente un disco imprescindibile per i devoti, ma per gli altri, come spesso accade, meglio rivolgersi altrove, ad esempio i due titoli sopra citati, per scoprire l’universo musicale di un genio assoluto del ‘900. (Danilo Di Termini)

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L’espressione pensosa di John Coltrane è rivolta verso destra. Ma c’è quasi un sorriso sulle labbra che tenevano stretto il bocchino del sax per cavalcate fluviali al limite dell’umano da quaranta, cinquanta minuti. Bella scelta, l'immagine che annuncia Blue World, nuovo clamoroso disco di inediti di studio venuti allo scoperto dal sonno delle bobine negli archivi, e immediatamente rilanciati dalla Impulse, la “casa che John Coltrane costruì”m come dice il titolo di un celebre libro. E’ un fatto che gli ultimi anni sono stati prodighi di ritrovamenti per il mondo del jazz moderno, e per i coltraniani in particolare è stata una serie di tuffi al cuore che non erano stati messi in conto. L’Olatunji Concert del ‘67, quello alla Temple University del ’66, prove radianti di un’eruzione finale di vitalità tanto più urgente quanto più si avvicinava la fine di “Trane”. Poi, lo scorso anno, l’affioramento del sontuoso Both Directions at Once: The Lost Album, registrazioni in studio del suo quartetto “classico”. 21° posizione nelle classifiche di vendita generali di Billboard.

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BLEY/PEACOCK/MOTIAN - When Will the Blues Leave

Un regalo magnifico che ci arriva dalle nuvole, dove dietro un gran coda Paul Bley si diverte a duettare con Monk, Peterson e Svensson. Bley se n’è andato da questo pianeta nel 2016,  ma per fortuna c’è chi ha lasciato acceso il registratore quando c’era una data importante. Come questa, ripresa magnifica da una serata per la Radiotelevisione svizzera del marzo 1999. Bley ha accanto i sommi Gary Peacock al contrabbasso e Paul Motian alla batteria, una ritmica che non è esagerato definire come tra le migliori di tutta la storia del jazz. Quando sono dietro il maestro canadese, sono un tutt’uno che reagisce a ogni gesto del pianista con un’intesa pressoché telepatica. Quando Bley si riserva degli spazi in  solo, è un fuoco di fila di situazioni ammalianti, romantiche, improvvisamente capovolte in giochi di scomposizione ritmica che sarebbero piaciuti a Monk. E poi trilli dove ti aspetteresti un arpeggio morbido, note singole quando attenderesti accordi, addirittura note lasciate in sospeso a fluttuare sul nulla. Un magistero impressionante: per chi poco conosce di Bley, potremmo chiudere dicendo che questo è il disco migliore che un Keith Jarrett in improvvisazione potrebbe fare oggi, se rinunciasse ad almeno una parte del suo immenso ego, e capisse che anche lui è parte di una storia più grande. (Guido Festinese)

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