2020 parole

3.6.20 Dove parlo dei benefici dell'acqua e della musica

Oggi, martedì 2 giugno, dopo tre mesi, sono tornato in piscina. Mentre nuotavo mi è tornata in mente World of Water dei New Musik. Altri tempi, altra musica, ma mentre la canticchiavo nella mia testa, cercando di non pensare alla fatica di riattivare movimenti e sincronismi atrofizzati dall'inattività, riflettevo sul magico potere che l'acqua ha su di me (meglio quella del mare se volete saperlo, ma in mancanza anche una vasca da 50m può servire). Appena mi tuffo, tutto scompare: ci siamo solo io e l'acqua. Resto a lungo sotto, assaporando il freddo dei primi istanti: è una sensazione meravigliosa, i rumori si attenuano, l'azzurro prende il sopravvento e galleggio senza pensieri, né affanni, fino a che la mancanza di fiato mi costringe a riemergere. La stessa sensazione la provo, a volte, quando ascolto un disco. Non sempre e non con tutti. Una volta, quando ancora lavoravo da Disco club, è successo con Blue in Green di Miles Davis, uno dei brani scritti da Bill Evans per Kind of Blue. In negozio eravamo io e un amico e improvvisamente il tempo ha sospeso il suo scorrere, il negozio ha cessato di esistere: c'era solo il piano di Evans, il solo di Coltrane, la tromba di Miles; poi tutto è scomparso, e lentamente siamo ritornati dolcemente al mondo (sì, è capitato anche a lui!). Un altro brano con cui mi accade regolarmente è My Funny Valentine, la versione di Jim Hall e sempre Bill Evans, da Undercurrent. Anche questi tre mesi sono stati giorni sospesi, ma in altro modo; pur non avendo particolarmente sofferto il lockdown, non sono mai riuscito ad ascoltare la musica rivivendo quella sensazione. Forse per funzionare ho bisogno di normalità intorno: domani, ritorno in negozio, da Disco Club. Sono tre mesi che non ci metto piede, probabilmente il periodo più lungo della mia vita da quando ho cominciato a frequentarlo. Ho qualche disco da parte. Spero che tra loro ce ne sia uno che riesca ancora una volta nel miracolo: vorrebbe dire che la normalità è tornata. Nel caso ve lo faccio sapere.

27.5.20 Dove scopro anche tra Manga e Anime si può nascondere il Jazz!

Ho sempre guardato con una certa condiscendenza la passione di mia figlia undicenne per i Manga e gli Anime. Per intenderci i fumetti e i cartoni animati giapponesi. Negli ultimi tempi il suo interesse è cresciuto esponenzialmente, tanto che da buon genitore ho deciso di condividere la visione di un titolo che dal titolo, Death Note, destava in me qualche preoccupazione; ero pronto, per la felicità di Foucalt, a Sorvegliare e Punire. Non sono ancora sicuro di come sia accaduto, ma sembra che il virus – ne girano molti, a quanto pare – abbia contagiato anche me. Su indicazione di Riccardo Oliva – amico, ma soprattutto bassista elettrico dal radioso futuro – ho cominciato a guardare Sakamichi no Apollon, un anime tratto dall'omonimo manga di Yuki Kodama. La musica ha una parte molto importante nella vicenda di Kaoru, Sentarō e Ritsuko, tre adolescenti nel Giappone del 1966; il padre di Ritsuko, la ragazza del gruppo, è il proprietario di un negozio di dischi con la passione del jazz. Se la vicenda dal punto di vista narrativo, non offre spunti particolari, il rapporto tra i due protagonisti maschi, uno introverso di formazione classica, l'altro scapestrato e dedito al jazz, non è privo di qualche interesse. La parte migliore è senza dubbio quella musicale: le citazioni sono molto precise, così come i dettagli discografici. La colonna sonora, composta da standard degli anni '50 e '60 (ogni episodio ha il titolo di una canzone: Moanin', Someday My Prince Will Come e così via), è arricchita da brani della pianista Yoko Kanno, una veterana del genere, autrice insieme al suo gruppo, i Seatbelts, delle musiche di un altro titolo di culto, Cowboy Bebop. Ma la cosa che più mi ha colpito sono i commenti su YouTube: in molti hanno scritto che la visione di Sakamichi no Apollon è stata la molla per cui hanno cominciato ad interessarsi al jazz. Alcuni avranno scoperto Art Blakey, altri Chris Connor che canta Lullaby of Birdland. Io ho fatto il percorso inverso, ma l'importante è essersi incontrati.

13.5.20 Dove provo a immaginare il futuro della musica dal vivo.

Con la Fase 3 è arrivata anche la certezza che, per quest'anno, dovremo rinunciare ai grandi concerti, quelli da stadio per intenderci, dove decine di migliaia di persone si accalcano in luoghi acusticamente improbabili e spesso anche visivamente inadeguati (da qualche anno tocca anche vedere su siti come Ticketone posti in vendita a "visibilità ridotta"!). Anche se non sono mancati in passato esempi virtuosi riusciremo a vivere senza. (Non fraintendetemi: sto facendo una valutazione artistica, non economica. Mi rendo perfettamente conto della quantità di posti di lavoro e di indotto che verranno a mancare). Per i jazzofili, che raramente si ritrovano in uno stadio o in una piazza in mezzo ad una folla acclamante, è ufficialmente saltato l'appuntamento di UmbriaJazz, già riprogrammato al 9 luglio 2021. I concerti all'aperto si potranno tenere con una capienza massima di 1000 persone, ma con tutta una serie di limiti – "deve essere assicurato il rispetto della distanza interpersonale di almeno un metro sia per il personale sia per gli spettatori" – che scoraggeranno probabilmente la maggior parte dei promoter. Non tutti si spera: a Genova intanto Marco Tindiglia è intenzionato a rinnovare l'appuntamento con il festival Gezmataz, al Porto Antico. Nel resto d'Italia, non suoni ironico, si vedrà. In parte ci si dovrà rivolgere ai cari vecchi dischi e, probabilmente, a concerti in streaming da guardare agiatamente sul divano, con un ottimo audio, ma senza il pathos dello spettacolo dal vivo (intanto sulla pagina YouTube dei Radiohead sono stati aggiunti interi concerti con l'hashtag #StayHome #WithMe; su quella del Boss invece bisogna darsi da fare, ma il concerto di Londra del 2009 ad Hyde Park ad esempio si trova tutto, ma diviso in singole canzoni). Sono certo che non mancheranno le sorprese, qualche scoperta estemporanea, magari in piccoli locali, davanti a due tre tavolini, con artisti misconosciuti, ma comunque meritevoli: sarà questo il futuro della musica dal vivo a chilometro zero?

13.5.20 Dove sfogo il mio rancore sul cinema di Chazelle.

Ci risiamo: Whiplash era la storia di un diciannovenne disposto quasi a tutto per diventare un batterista jazz (cosa ne penso? Leggete qui http://danilodt.blogspot.com/2015/02/whiplash-come-dare-torto-tracey-thorn.html). La La Land una melensa storia d'amore tra un'aspirante attrice e un musicista jazz che sogna di aprire un locale; sì, avete capito bene, non incidere il disco della vita, ma aprire un locale per suonarci il pianoforte. Ora con The Eddy, Damien Chazelle recupera tutti i suoi luoghi comuni, li presta a Jack Thorne (uno che mia figlia undicenne ricerca attivamente con l'accusa di aver completamente travisato la saga Harry Potter nella scrittura teatrale di La Maledizione dell'Erede), che glieli restituisce sotto forma di serie Netflix. Anche qui abbiamo un locale jazz: The Eddy in una Belleville squallida e multiculturale (et voilà). Il jazzista è un esule Americano a Parigi, per qualche errore e dolore di troppo in patria, che ha smesso di suonare: anche lui trova più entusiasmante gestire un locale in mezzo a tossici e bande di quartiere. La band, che si autoproclama come una famiglia, litiga ossessivamente, per il pessimo carattere di Elliot e perché la storia appena finita con la cantante (Joanna Kulig, vista in Ida e in Cold War) non aiuta a rasserenare il clima. Sospendo il giudizio cinematografico sulla serie in attesa degli sviluppi; per quel che riguarda lo stile delle prime due puntate con la regia di Chazelle, tanta camera a mano, colonna sonora diegetica e compiacimento a mucchi. Per la musica invece è già tutto chiaro: ancora una volta il jazz che Chazelle predilige è quello superficiale, anestetico e consolatorio che non lascia traccia. Dalla veemenza della batteria, passando per il pianoforte grondante melassa, fino al Modern Swing ottimo come sottofondo allo Spritz, le note autenticamente jazz in Chazelle sono davvero poche. Che poi i suoi film piacciano o funzionino (a giudicar dagli Oscar, eccome!) non è il punto; ma il jazz è davvero un'altra cosa.

6.5.20 Dove si parla di pagne, della pigrizia che a volte ci prende e di quanta musica ci sia da scoprire.

Nei giorni scorsi, in una delle videochiamate che tanto vanno in questo periodo, ci siamo ritrovati con un amico a parlar di quei tessuti coloratissimi che arrivano dall'Africa. Si chiamano pagne - mi dice - sono gli scampoli con cui si fanno i vestiti. Il giorno dopo, mentre leggo un Simenon, La Cattiva Stella, mi imbatto in una frase che descrive "un ragazzone vestito di un pagne". Fino al giorno prima, non avrei saputo cosa fosse. Ho riflettuto sul fatto che quando sentiamo parlare di qualcosa, improvvisamente ce la ritroviamo davanti. Analogamente a quando si compra un automobile, pensando di essere stati originali e appena ci si mette al volante non vediamo che vetture dello stesso modello. Così succede con la musica: se non vinciamo l'irresistibile pigrizia che ci porta ad ascoltare solo cose affini a ciò che già conosciamo, rischiamo di precluderci la scoperta di cose strabilianti, che magari inconsapevolmente cercavamo da anni. In genere sono le persone ad aprirci...le orecchie: mi è successo con Nino Ferrer (sì, quello di Agata) che ho scoperto raffinatissimo e malinconico musicista grazie a Francesco; e con Weyes Blood, cantante di cui mi sono innamorato dopo una chiacchiera con Guido. Le riviste talvolta riescono a incuriosirmi (dovrebbe essere questa la funzione della critica no?), raramente i quotidiani, incapaci di uscire dalla routine; quasi mai gli algoritmi di Amazon o Spotify che consigliano nuovi acquisti o ascolti secondo percorsi banali o inspiegabili. In questi giorni pandemici gli spunti sono arrivati da Facebook: in tanti si sono gettati "sui dieci dischi per me importanti..."; da lì arriva Supper degli Smog, indicato da Fausto e da Antonio; e di loro mi fido. Invece l'Orchestra Baobab già la conoscevo: ma parlando di pagne, il mio amico si è ricordato di quella volta che, a Dakar per girare un documentario, è andato a vederli in un locale: non credo fosse quello da cui hanno preso il nome negli anni '70, ma sentendo quel racconto, mi è tornata voglia di sentirli. (Danilo Di Termini)

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