I nostri preferiti
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Quando Underwater Moonlight uscì (anno 1980), lo si definì barrettiano e lo si trovò legato a referenti all’epoca demodé quali Beatles, Byrds, Beach Boys e la psichedelia sixties. Nei Soft Boys stupivano in particolare quelle ‘cose’ che per la dominante – ma già declinante - estetica punk erano fantascienza o barzelletta: le armonie vocali (per non dire del nome del gruppo: ‘soft boy’ termine slang derivato dal patois giamaicano che significa finocchio oppure effemminato). Il disco tuttavia piacque a molti, sia perché l’aria stava comunque cambiando sià perché alcune canzoni (la title-track, I Wanna Destroy You, Positive Vibrations) erano perfetti hit alternativi. Trent’anni dopo e in tempi di citazionismi che viaggiano come elettroni impazziti possiamo dire che la sghemba verve dell’album suona fascinosamente atemporale, le canzoni restano quasi tutte strepitose e l’influenza su molta musica successiva, dai R.E.M. agli Yo La Tengo ai Weezer è parecchio evidente. Diversi commenti recenti mettono in evidenza come il nervosismo punk avesse comunque influenzato, se non lo stile, almeno la velocità dell’esecuzione dei pezzi e una certa attitudine un po’ isterica. Probabile che le cose stessero così, ma l’ascolto dell’abbondante materiale extra di questa ristampa in triplo cd dice che ‘Hitch’ (così come il suo sodale Kimberley Rew) era una spugna capace di assorbire anche influssi in apparenza alieni quali i Doors (Wang Dang Pig) o addirittura la ballata folk (la prima versione di Underwater Moonlight) per riproporli all’interno del suo mondo visionario e sempre in bilico fra fiaba e incubo. (Antonio Vivaldi)
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Due anni prima l''album azzurro' era stato un successo inatteso, cinque anni dopo l''album verde' avrebbe ottenuto riscontri quasi altrettanto clamorosi. Uscito nel 1996, Pinkerton è stato a lungo considerato il passaggio debole della prima parte di carriera dei Weezer, sia per le vendite modeste sia per una stroncatura clamorosa apparsa sulle pagine di Rolling Stone ("il peggior disco dell'anno"). Il tempo e l'innata tendenza revisionista del rock nel giudicarsi l'hanno trasformato in uno dei dischi simbolo degli anni '90, oggi ristampato in edizione deluxe. Rispetto al tripudio indie-pop tra Pavement, Pixies e Cheap Trick dell'opera d'esordio, Pinkerton (molto vagamente ispirato alla Madame Butterfly di Puccini) è album più nervoso e distorto che mette in scena soprattutto le psicosi da nerd'con troppi pensieri di Rivers Cuomo, il leader del gruppo. Se un paio di ascolti dell'album ufficiale riportano in scena l'acre vitalità di canzoni quali Pink Triangle e The Other One, alcune bonus tracks acustiche rivelano come le composizioni di Cuomo, più che ai nomi prima citati, possano essere accostate al melodismo inquieto del miglior Alex Chilton. Come a dire che gli americani migliori sono in genere quelli più complicati. (Antonio Vivaldi)
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Sempre più spesso ci si trova a parlare di ristampe. Tralasciando considerazioni banali sullo stato di salute della musica contemporanea, e sul mercato che la diffonde, è facile notare come dai capolavori del passato ci si spinga in modo sempre più sfacciato verso recuperi “recenti”. Dischi magari vecchi di 6 mesi tornano fuori espansi e a prezzo ridotto, alla faccia dei gonzi che li hanno comprati al primo giro. Detto questo, “Thank You” si appoggia sul confine temporale della ristampa vera e propria. Uscito nel 95 per Virgin, era (è) il primo atto dei Royal Trux normalizzati. Dopo le sperimentazioni degli esordi, qui il marciume rollingstoniano di Jennifer Herrema e Neil Hagerty prende forma di ballate sbilenche ma pur sempre canoniche, pervase dal fascino tossico e precario del duo. Elettricità sfilacciata per nostalgie d’altro bordo. (Marco Sideri)
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Valley of Rain è il primo album dei Giant Sand e si presenta come un suggestivo contenitore di atmosfere e “tracce” poetiche che la band di Howe Gelb svilupperà negli anni successivi. Uscito nel 1985, Valley of Rain, dimostra, senza indugi e con straordinaria padronanza artistica, la vicinanza della giovane e band al nobile passato musicale dei “fratelli maggiori”(Neil Young, Grateful Dead) e la propensione ad intravedere un grande futuro La ristampa di Valley of Rain è un’ occasione preziosa per riprendere un viaggio ideale lungo un ipotetico deserto (forse quello dell’Arizona?), per coglierne il calore e la suggestione, per lasciarsi fagocitare dalla bellezza dei suoi tramonti e dal sfolgorante soffitto di stelle delle sue notti. Le chitarre distorte di Tumble and Tears, l’impeto inquieto di Corse of Tousands Flames e la bella e suadente title-track conservano ancora un gran fascino. A dispetto del tempo e dei tempi. (Ida Tiberio)
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Top ten del mese
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Esattamente trent’anni fa nasce a Coventry, in una situazione di degrado e scontri razziali, la formazione storica degli Specials: Terry Hall (voce), Neville Staple (voce e percussioni), Lynval Golding (chitarra), Roddy Byers (chitarra), Horace Panter (basso), Jerry Dammers (tastiere) e Joan Bradbury (batteria). Sempre nel 1979 esce il loro primo album omonimo prodotto da Elvis Costello. Le intenzioni del gruppo sono chiare: una combinazione di ska, reggae e punk che ne faranno una delle band più rappresentative del periodo. The Specials conteneva varie cover perfette e brani inediti tutti in linea con lo stile del gruppo, arrivando immediatamente ad un grande successo di pubblico, grazie anche a trascinanti concerti caratterizzati da una straripante vitalità. Il disco si apre con una rivisitazione, diventata storica, di A Message To You Rudy di Dandy Livingstone per arrivare all’intramontabile Monkey Man dei Maytals. Riconoscibili anche per il loro impegno sociale nell’ambiente britannico dell’epoca, tra i pezzi più riusciti dell’album troviamo la composizione originale Too Much Too Young che suscitò scandalo per il tema del brano (ragazze madri e contraccettivi). L’album si distingue anche per l’incredibile versatilità musicale ed armonica oltre che per la contaminazione tra generi. Tra scoglimenti e reunion gli Specials hanno continuato a portare avanti il discorso iniziale non raggiungendo più il risultato epocale del debutto, nonostante More Specials, secondo disco, contenga brani che sono rimasti nella memoria dei fan. (Mauro Carosio)
Il fan dei Beach Boy s’inchina davanti all’immagine di Brian Wilson (magari quella in cui apre il frigorifero per divorarne il contenuto), sogna pratiche vudù con il berretto di Mike Love, rispetta la memoria di Carl Wilson e stima il poco appariscente Al Jardine. Ma cosa pensa di Dennis Wilson? Dennis era il bello e impossibile del quintetto, l’unico che oltre a cantare il surf sapesse anche praticarlo e che, ironia del destino, morì annegato. Era l’edonista californiano frequentatore di sostanze e persone pericolose (Charles Manson, ad esempio). Era il batterista decorativo-sexy in concerto e superfluo in studio ed era il primo Beach Boy ad aver pubblicato, nel 1977, un disco solista forse bello e di sicuro introvabile. Ora Pacific Ocean Blue è stato finalmente (e ottimamente) ristampato e mantiene fede alla propria fama di disco affascinante, anche se parlare di capolavoro ritrovato è forse eccessivo. Dopo l’epica ballata ambientalista River Song i suoni si muovono fra un grintoso rhythm’n’blues losangelino alla Little Feat (Dreamer, What’s Wrong, Pacific Ocean Blue) e commoventi ballate a cuore aperto che possono richiamare l’Elton John di Madman Across The Water (Moonshine, Thoughts Of You, Farewell My Friend). Alcuni momenti sorprendono per ricchezza armonica (Rainbows), intensità emotiva (End Of The Show) e cambi d’atmosfera (Time) e solo You And I si perde in mollezze da risacca oceanica. 