I nostri preferiti
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Torna in circolazione (non rimasterizzatato: “Suona ancora dannatamente incredibile”) il magnum opus di Jason Pierce e dei suoi Spiritualized. Ladies and Gentlemen… (che suona effettivamente così) è una bestia strana: un disco denso, psichedelico, stratificato, sperimentale anche, che muove però dall’utilizzo e dal fascino di strumenti base del rock: la ballata, il coro gospel, il ritornello, la ripetizione, il cuore spezzato. Le 12 canzoni (compresa la conclusiva odissea Cop Shoot Cop, venti minuti di melodia e distorsione) dipingono un orizzonte ambizioso e avvolgente: non un disco di rock alternativo vestito a festa, piuttosto un lavoro definitivo, un punto fermo, mai sorpassato dallo stesso Pierce negli anni a venire. Ristampa o meno, recuperarlo è cosa buona e giusta. (Marco Sideri)
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Quando si comincia ad entrare in contatto con la musica rock a Tucson, Arizona, è gioco-forza che le corde della chitarra vengano sfiorate dalla polvere rovente del deserto. E’ probabile che l’iconografica sabbia-sole-luce con cui spesso si tenta di visualizzare certe atmosfere musicali, sia inadeguata o maldestramente sintetica. Tuttavia, le suggestioni ancestrali ed evocative del paesaggio che li circonda, lasciano tracce profondissime nella formazione artistica dei giovani musicisti che, nei primi anni ottanta, si affacciano al mondo discografico. Howe Gelb e compagni non fanno eccezione. Affascinati dal song-writing di Bob Dylan e Neil Young, e dalla grande rivoluzione psichedelica degli anni sessanta, i Giant Sand raggiungono con invidiabile precocità una solida dimensione artistica, già a partire dall’affascinante secondo album Ballad Of Thin Line Man, ma sarà The Love Song a creare un notevole consenso intorno alla band. Oltre al supporto della fedele bassista Paula Jean Brown, Howe Gelb può ora contare sul contributo del tastierista dei Green On Red Chris Cacavas e del batterista John Convertino. Il sound dei Giant Sant Sand diventa più corposo e profondo: alla dimensione acustica degli album precedenti si affianca un dinamismo inedito e quanto mai destabilizzante. Raramente, in passato, Gelb aveva raggiunto picchi creativi elevati come in Wearing The Robes Of The Blue Bible, Mountain Of Love e Almost Politicians Wife. Si tratta di canzoni che, sul piano lirico e sonoro, rasentano la perfezione ed hanno una forza evocativa che le rende davvero memorabili. Da ascoltare con attenzione anche la versione di Is That All There Is di Leiber e Stoller. I Giant Sand la riadattano come un abito cucito su misura per il loro sound. Nel CD, troviamo anche una bella cover di Get Ready di Rare Earth, che nell’originale versione su vinile non compare. (Ida Tiberio)
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Arrivato da Bristol a Londra da poco più di un anno e mezzo, il ventiduenne pianista Keith Tippet ha avuto subito modo di farsi notare: con i King Crimson, in “In The Wake Of Poseidon” e “Lizard”, con un entusiasta Robert Fripp che gli chiede, inutilmente, di unirsi regolarmente alla formazione; e con un album inciso nel 1970, “You are here, I’m there” insieme a Elton Dean al sax, Marc Charig alla cornetta, Nick Evans al trombone, Jeff Clyne, e Alan Jackson. Aggiungendo ai primi tre Robert Wyatt, Bryan Spring e Phil Howard alla batteria, Tony Uta alle congas, Roy Babbington e Neville Whitehead al basso e Gary Boyle alla chitarra, Tippett offre una personalissima rilettura del rock-jazz, innervata dal suo pianismo di chiara estrazione free. Il risultato è un incontro tra Soft Machine e Cecil Taylor, con gli arrangiamenti di George Russell. Se l’album si apre e si chiude con due brani - "This Is What Happens" and "Black Horse" – di grande impatto ritmico e esaltante fruibilità, una big band che marcia a cento all’ora e non disdegna funk e atmosfere latine, nei restanti cinque titoli a prendere il sopravvento è il lato più avanguardistico dell’ensemble. L’entusiasmante “Thoughts to Geoff” con un assolo impeccabile di Tippett, la dolente “Green Orange Night Park”, le strutture aperte di “Gridal Suite” e “Five After Dawn”, i trentadue secondi della canzone di Hugh Hopper che dà titolo all’album, rilettura per soli fiati di un brano del secondo album dei Soft Machine, fanno di questo disco un vero classico del genere. Con l’invidiabile particolarità di non appartenere ad alcun genere. (Danilo Di Termini)
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Salutato al tempo della pubblicazione come album-ponte fra Inghilterra e America, fra folk e country, L.A. Turnaround ebbe la sfortuna di venire prima dimenticato (il calo d’interesse per il folk, l’ascesa del punk) e poi di scomparire del tutto dalla circolazione, al punto che l’autore stesso l’avrebbe ricomprato una trentina d’anni dopo solo grazie a un’asta on-line. Ora che il folk è di nuovo trendy, il lavoro conosce la sua prima ristampa in cd e le recensioni sono entusiaste come quelle di 35 anni prima. Dunque, ci dev’essere qualcosa di speciale in questo L.A Turnaround, primo dei tre dischi incisi da Jansch per la Charisma (all’epoca nota soprattutto come l’etichetta di Genesis e Van Der Graaf Generator). Intanto va citata la perfetta integrazione fra l’intensità delle composizioni e la sommessa, quasi trattenuta performance vocale di Jansch; perfetta è poi la sintonia fra la magistrale, ma anche qui senza eccessi, chitarra acustica e blues-barocca di Jansch e la pedal steel linearmente americana di O.J. ‘Red’ Rhodes. Infine va citata la sobria e nitida produzione dell’ex Monkee Mike Nesmith che regala al lavoro l’ampiezza sonica dei suoi dischi con la First National Band (di cui Rhodes era componente). I pezzi scritti da Jansch sono tutti di commovente bellezza, naturalmente malinconici (One For Jo, There Comes a Time) ma pervasi da una sostanziale serenità (Fresh as A Sweet Sunday Morning, Travellin Man). L’unica eccezione è rappresentata dalla straziante Needle of Death, già presente sul primo, eponimo, album di Jansch (1965) e appena inferiore all’originale (si tratta di una delle prime canzoni in assoluto a parlare dei disastri provocati dall’eroina). Quasi altrettanto belli, ma forse più ovvi, sono i brani tradizionali, registrati come gli altri in una casa della campagna inglese, e rimpolpati dalle sovrincisioni californiane di brillanti strumentisti come Klaus Voorman e Byron Berline. Insieme a L.A Turnaround sono stati ristampati anche il poco riuscito esperimento westcoastiano Santa Barbara Honeymoon (1975) e il più centrato e molto londinese A Rare Conundrum (1977) (Antonio Vivaldi)
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Esattamente trent’anni fa nasce a Coventry, in una situazione di degrado e scontri razziali, la formazione storica degli Specials: Terry Hall (voce), Neville Staple (voce e percussioni), Lynval Golding (chitarra), Roddy Byers (chitarra), Horace Panter (basso), Jerry Dammers (tastiere) e Joan Bradbury (batteria). Sempre nel 1979 esce il loro primo album omonimo prodotto da Elvis Costello. Le intenzioni del gruppo sono chiare: una combinazione di ska, reggae e punk che ne faranno una delle band più rappresentative del periodo. The Specials conteneva varie cover perfette e brani inediti tutti in linea con lo stile del gruppo, arrivando immediatamente ad un grande successo di pubblico, grazie anche a trascinanti concerti caratterizzati da una straripante vitalità. Il disco si apre con una rivisitazione, diventata storica, di A Message To You Rudy di Dandy Livingstone per arrivare all’intramontabile Monkey Man dei Maytals. Riconoscibili anche per il loro impegno sociale nell’ambiente britannico dell’epoca, tra i pezzi più riusciti dell’album troviamo la composizione originale Too Much Too Young che suscitò scandalo per il tema del brano (ragazze madri e contraccettivi). L’album si distingue anche per l’incredibile versatilità musicale ed armonica oltre che per la contaminazione tra generi. Tra scoglimenti e reunion gli Specials hanno continuato a portare avanti il discorso iniziale non raggiungendo più il risultato epocale del debutto, nonostante More Specials, secondo disco, contenga brani che sono rimasti nella memoria dei fan. (Mauro Carosio)
Il fan dei Beach Boy s’inchina davanti all’immagine di Brian Wilson (magari quella in cui apre il frigorifero per divorarne il contenuto), sogna pratiche vudù con il berretto di Mike Love, rispetta la memoria di Carl Wilson e stima il poco appariscente Al Jardine. Ma cosa pensa di Dennis Wilson? Dennis era il bello e impossibile del quintetto, l’unico che oltre a cantare il surf sapesse anche praticarlo e che, ironia del destino, morì annegato. Era l’edonista californiano frequentatore di sostanze e persone pericolose (Charles Manson, ad esempio). Era il batterista decorativo-sexy in concerto e superfluo in studio ed era il primo Beach Boy ad aver pubblicato, nel 1977, un disco solista forse bello e di sicuro introvabile. Ora Pacific Ocean Blue è stato finalmente (e ottimamente) ristampato e mantiene fede alla propria fama di disco affascinante, anche se parlare di capolavoro ritrovato è forse eccessivo. Dopo l’epica ballata ambientalista River Song i suoni si muovono fra un grintoso rhythm’n’blues losangelino alla Little Feat (Dreamer, What’s Wrong, Pacific Ocean Blue) e commoventi ballate a cuore aperto che possono richiamare l’Elton John di Madman Across The Water (Moonshine, Thoughts Of You, Farewell My Friend). Alcuni momenti sorprendono per ricchezza armonica (Rainbows), intensità emotiva (End Of The Show) e cambi d’atmosfera (Time) e solo You And I si perde in mollezze da risacca oceanica.