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L’imponente figura di Guccini, in un bianco e nero senza mezzi toni, è colta dall’obiettivo in una posa meditativa, forse dubbiosa, che rappresenta bene il contenuto del disco; mentre “Folk Beat N.1” era penalizzato dall’alternarsi di grandi canzoni e brani ancora acerbi, in “Due anni dopo” le intenzioni del cantautore di Pavana sono più precise e cercano, nell’omogeneità sostanziale del repertorio, una collocazione personale, non lontana, a tratti, dal primo De André e dagli chansonnier francesi. Un diffuso malessere esistenziale ricorre nei testi di tutte le canzoni fatta eccezione per “Al trist”, strambo blues in dialetto posto a chiusura del disco, nel quale trova infine spazio l’ironia. La noia della vita di provincia, le prime delusioni adolescenziali e politiche, la crisi della coppia, il rapporto con i genitori; sono le vertenze più sentite in quegli anni; su questi temi, Guccini impernia tutta l’opera, utilizzando al meglio la sua già roboante scrittura, densa di immagini e ricca di parole, mai trita o banale.
Nel 1980, quando era ancora percepibile l'eco del punk, gli Einstűrzende Neubauten, grazie all'album d’esordio “Kollaps”, la cui idea di fondo era produrre un sound inascoltabile, diventano una delle formazioni più importanti ed influenti dell’intera decade, imponendosi nell'ambito della ricerca rumorista. Tredici anni dopo i "Nuovi edifici che crollano" prendono le distanze da ciò che in passato era la loro forza. Dell'attitudine che precedentemente traeva ispirazione dal rumore, rimane solo un fugace sussurro che riaffiora di tanto in tanto come forma di disturbo. Con “Tabula Rasa”, il cui tema centrale è l'amore, la band di Blixa Bargeld si pone l'obiettivo di fare piazza pulita della cultura dell'immagine con otto brani ricchi di citazioni (letterarie e non) che inducono l'ascoltatore ad intraprendere un viaggio emozionale all'interno del proprio io. L'album possiede un'impronta ben definita in cui la tensione viene attuata con un'alternanza di silenzi ed esplosioni.
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La scelta di parlare di DVD, quindi di suoni ed immagini insieme, offre la possibilità di riempire un “Angolo del collezionista” con un disco che rappresenti questo incontro. Una “colonna sonora”.Esistono vari tipi di colonna sonora: le musiche composte apposta per i film (il Signor Morricone, i pianoforti di “Amelie”), le compilation raffazzonate di canzoni già edite (per dare lustro alle immagini e restituire i riflettori alle melodie) o, infine, i colpi di genio. Quei miscugli di suoni, brani ed atmosfere che perfettamente raccontano del film e altrettanto perfettamente sono definite rispetto a se stesse. I brani scelti da Tarantino per “Le iene” e “Pulp Fiction”, il ritmo soul che accompagna la malinconia de “Il grande freddo” e, ovviamente, il caleidoscopio di suoni che fa da sfondo (costante) a Natural Born Killers di Oliver Stone.
Berry Gordy fonda la Tamla Motown nel 1959 con l’obiettivo di produrre “The sound of young America”. Il progetto è ambizioso, soprattutto perché sottintende che sia la black music a incarnare questo sound; ma l’etichetta di Detroit (la storia della musica nera passa attraverso le città degli States, ognuna con il suo suono ben definito) riesce nell’intento di trasformare il rhythm and blues in una musica buona anche per i bianchi. Il suo principe incontrastato è Marvin Gaye: la voce chiara e sensuale riecheggia Sam Cooke e nel 1968 “I Heard Through The Grapevine” straccia ogni primato di vendita. Ma in piena era nixoniana il regno dorato del soul comincia ad andare stretto al ragazzo di Washington: il Vietnam, le tensioni razziali, le prime istanze ecologiste lo portano a interrogarsi su quello che sta accadendo.