Rock

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CLASSICA ORCHESTRA  AFROBEAT - Polyphonie

Teoricamente dovrebbe essere un ircocervo, uno di quegli animali mitologici che proprio non possono esistere. L'animale musicale ircocervico sarebbe la Classica orchestra Afrobeat ideata e diretta da Marco Zanotti. Che mette assieme fagotti, oboi, archi ed altri pregevoli attrezzi per la musica molto “occidentali” con congas, shekerè, djembe, balafon, darbouka, e quanti altri attrezzi vogliate ritrovare da percuotere con gusto nel Continente africano. Ovviamente gli ircocefali in musica in realtà esistono, si trovano piuttosto bene, e godono di ottima salute: perché lanciare ponti tra sponde musicali complementari è in realtà non solo possibile, ma decisamente necessario. Ascoltare per credere. Qui, al terzo disco, in Polyphonie Zanotti è andata a caccia delle note della comunità musicale più antica e saggia del pianeta, quella dei pigmei, che peraltro sono gli inventori della polifonia e del canto in stile yodel: voce solista affidata al grandissimo Njamy Sitson, dal Camerun, un miracolo di suadente potenza e duttilità, e via con brani che si intitolano Lo spirito della foresta, Jouer pour la terre, Neve: tutto rispettato, con grazia e gusto dell'incontro. (Guido Festinese)

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FLEET FOXES - Crack-Up

Tanti artisti dichiaratamente pop (melodici, morbidi, di facile assunzione e pronto sollievo) nascondono, in fondo in fondo, la malcelata voglia di essere astrusi, scontrosi e profondi. È il fascino di quel che non siamo: un classico. Ecco quindi i Fleet Foxes (che erano folk, barbuti e melodici per due dischi di buon successo) tornare alla carica con un album stratificato, involuto, moderno; solo a sprazzi melodico e luminoso come in passato. C’è una ragione, tecnica, per questo: Robin P (leader e autore principale del gruppo) nei sei anni trascorsi dall’ultimo “Helplessness Blues” si è iscritto all’Università, ha studiato letteratura ed ha abbandonato quel coté rustico e agreste che tanta fortuna gli ha portato. E così le ballate sono sepolte tra suoni trovati, ritmi industriali, percussioni, effetti e atmosfera. Un ascolto denso e stratificato. (Marco Sideri)

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SUFJAN STEVENS, BRYCE DESSNER, NICO MUHLY, JAMES McALISTER - Planetarium

Criticare questo disco è facile quanto rubare caramelle a un bambino (piccolo). È pomposo nel concetto (i pianeti, lo spazio), prolisso nella forma (album collaborativo a otto mani), bolso nei presupposti (è la messa a punto, in studio, di uno spettacolo commissionato da un museo, già testato a teatro). Insomma, “Planetarium” è, in gergo, una pippa. Gran bella pippa, però: ha dentro il fascino per l’avanguardia e la musica minima e classica; infila un paio di ballate meravigliose (grazie al Signor Sufjan Stevens); si balocca con l’elettronica pop di derivazione ’70/’80 che tanto piace alle nuove generazioni; si perde e ritrova infinite volte nell’ora abbondante di musica. È, insomma, un album straripante e visionario; e alla fine le cantonate non fanno neppure tanto male. Criticare questo disco è facile. Non è detto che le cose facili, però, siano anche giuste. (Marco Sideri)  

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RICK WAKEMAN - Gas Tank

Triplo cd a prezzo speciale ( che non  guasta), per dar conto di un frammento della storia del rock piuttosto sconosciuto, dalle nostre parti. Tra l’82 e l’84 Rick Wakeman degli Yes e Tony Ashton condussero assieme per Channel 4 della tele inglese un programma che si intitolava Gas Tank. Ashton ( che è una specie di beffardo tom Waits in salsa british) e Wakeman ( troppo spesso confinato nei panni pomposi del tastierista prog rock)   intervistavano gli ospiti, e ci suonavano assieme con gran divertimento. Così andò a finire che in quello studi passarono John Entwistle degli Who e Suzy Quatro, indomita glam rocker da suburra. E Ian Paice dei Deep Purple, Alvin Lee dei Ten Years After, Maggie Bell regina di una stagione classica del rock inglese, il bizzarro Roy Wood, Eric Burdon, il bianco più nero d’Inghilterra, Donovan, Steve Hackett dei Genesis. Andy Fair Weather Low, e tanti altri. Li trovate tutti qui, in questa raccolta che spesso induce anche al sorriso, tali e tanti sono gli scherzi musicali messi in piedi dall’improbabile duo. Però, nel mucchio, è quasi ovvio che troverete una valanga di chicche e pezzi rari: così la stranezza del tutto viene compensata da parecchi momenti di eccellenza senz'altra definizione possibile. (Guido Festinese)

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THE AMERICANS - I'll Be Yours

The Americans partono alla grande in questo loro debutto, rispettando alla lettera il nome, non proprio fantasioso,  che si sono scelti; i primi tre brani potrebbe essere definiti un ibrido tra i Creedence Clearwater Revival di John Fogerty e lo Springsteen più grezzo, senza dimenticare la lezione sempre valida e salvifica del rock-blues, evidente soprattutto nel terzo brano, Stowaway. Nel disco c’è anche qualche brano un po’ troppo acerbo, come l’irruento Hooky, una specie di rockabilly aspro e deviato, che incuriosisce  ma  lascia il tempo che trova. Uno dei punti di forza del gruppo è la  bella voce di Patrick Ferris,  aggressiva nei brani più rock, ma dotata di una dolcezza scartavetrata nelle canzoni più calme.  Le ballate, incluso il singolo I’ll Be Yours, occupano in fondo  buona parte del disco e proprio una di queste, l’intensa Daphne, chiude in crescendo un disco con molti  pregi e pochi  difetti, di quelli che si possono perdonare, bonariamente,  agli esordienti. Pollice quindi in alto, aspettando conferme… (Fausto Meirana)

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JOAN OSBORNE - Songs Of Bob Dylan

Di Joan Osborne, qui da noi, si ricorda soprattutto o forse unicamente il tormentone di una ventina di anni fa: One Of Us, una canzone molto riuscita, orecchiabile senza essere banale; la Osborne esce adesso con un disco dedicato alle canzoni di Bob Dylan. Ce n’era bisogno, direte? Forse no, ma le tredici cover che compongono Songs Of Bob Dylan sono al novanta per cento riuscite, soprattutto quando si staccano dagli originali con decisione, come in Rainy Day Women #12 & #35 che diventa un solido blues, o Dark Eyes, che si libera nella sua cantabilità. Non funzionano troppo, invece, Highway 61 Revisited e Tryin’ To Get To Heaven, ma lì il compito era un po’ più difficile… La Osborne riesce alla grande nelle canzoni più ‘leggere’ come You Ain’t Going Nowhere, You’re Gonna Make Lonesome When You Go e Queen The Eskimo, ma anche brani ben  più temibili come Masters Of War, Tangled Up In Blue e High Water (For Charley Patton) fanno la loro figura. Compito quindi riuscito, non indispensabile ma umile e pieno di devozione verso l’immensa opera di Dylan. (Fausto Meirana)

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