Rock

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FIRST AID KIT - The Lion's Roar

Chi dice “non s’ascolta nulla di nuovo” ascolta la superficie della musica d’oggi. Ad esempio, Emmylou delle First Aid Kit è senza dubbio  una classica ballata country-rock; poi si scopre che l’ambientazione non è l’immaginabile California tutta sole bensì una Stoccolma autunnale e ci si rende conto che la trattenuta tristezza della melodia ha una base molto europea.  Ecco, le cose migliori oggi in circolazione certo citano ampiamente questo e quello, ma mischiano le carte e creano strani giochi di luce e improbabili scarti di luogo e di tempo. Così capita che il miglior album di Americana di questi tempi lo incidano due sorelle svedesi ventenni e che nelle loro canzoni ci siano echi evidenti di Fleet Foxes e Bright Eyes così come degli inglesissimi e poco rurali Everything But The Girl. I piccoli prodigi accadono, basta farci caso. (Antonio Vivaldi)

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ED LAURIE - Cathedral
Un maestro (o più maestri) ce l’hanno tutti, persino  quelli che poi diventano a loro volta maestri. Anche nella musica di Ed Laurie balenano figure-faro come Jeff Buckley, Van Morrison e Fred Neil, ma Cathedral,  terzo album del cantautore inglese, gioca a sparpagliare nomi e citazioni per poi raggrupparli intorno a una voce riconoscibile, piena e duttile come poche oggi. Alla fine, l’affinità maggiore Laurie sembra averla con un suo contemporaneo quale Piers Faccini: stesso spirito girovago, stessa pensosità senza  autocommiserazione, stessa  disponibilità a dilatare le composizioni, stessa passione per i tocchi strumentali atipici. E proprio a tale riguardo va detto che i musicisti tutti italiani che suonano in Cathedral sanno sempre esattamente dove stare e cosa fare: un merito non da poco. (Antonio Vivaldi)

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MARK LANEGAN BAND - Blues Funeral

Mark Lanegan lo davamo oramai per perso nel paese delle collaborazioni. Non che sia una scelta in assoluto sbagliata: è una scelta e basta. Sta di fatto che dal 2004 (Bubblegum) ML ha rinunciato al posto di guida per dividere la strada con una folta schiera di comprimari (Isobel Campbell, Greg Dulli e i Gutter Twins, i Soulsavers, i Queens Of The Stone Age). Blues Funeral segna il ritorno in proprio e, pur portando dentro frammenti di tutte le esperienze citate, ci ricorda quanto Mr Lanegan sia, tra i sopravvissuti del cosiddetto grunge, quello che ha maturato una ispirazione più personale e completa. Sospesa tra ricordi blues, tensioni rock e un uso giudizioso dell’elettronica, la sua musica riesce a soddisfare palati vari e distanti, tenendo ben saldi i riflettori sulla voce del padrone di casa: uno di quegli strumenti che da soli reggono tutto. Ri-bravo. (Marco Sideri)

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LEONARD COHEN - Old Ideas

Leonard Cohen è uno di quei musicisti che non è infrequente sentir definire “maestro” (o poeta o professore). L’appellativo non è tra i più simpatici, e porta con sé una dose d’importanza pre-confezionata che mal si adatta a LC. Che maestro lo è, nello scrivere canzoni, ma lo è con un’eleganza e una naturalezza da rendere superflua la certificazione. Questo nuovo album altro non è se non una meravigliosa conferma. La voce in primo piano (come non capitava da un po’), oramai colma di quella gravità che gli esordi facevano solo immaginare; le melodie essenziali e occasionalmente rock (The Darkness); le parole, una spanna sopra qualunque media. Spiace quasi, visto quanto detto sopra, dover definire Old Ideas “magistrale”. Ma quando ci vuole, ci vuole. Tredicesimo disco in studio in oltre quaranta anni di musica. Ogni accordo è prezioso. (Marco Sideri)

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LIZ GREEN - O Devotion

Disco d'esordio per questa ventiseienne dal talento cristallino, nata e cresciuta nel nord dell'Inghilterra, formatasi sulla raccolta di dischi del padre. Uno stile, il suo, che però rimanda immediatamente (da una parte) al "polveroso" blues femminile americano degli anni '20 e (dall'altra) al recupero del canto dolente e sofferto di Billie Holiday, che da qualche tempo anima il cantautorato femminile euroatlantico. Voce delicata, glissante, sempre ispirata e indugiante su malinconiche tonalità minori quella della Green, che accompagna il proprio canto - quasi un talking - con un semplice e però ammaliante fingerpicking sulla chitarra. La attornia un manipolo di musicisti che contribuisce a ricreare certe atmosfere jazz d'antan, una piccola sezione fiati in particolare (tenore, tromba, tuba e trombone), ovviamente con il colore diafano della surmodernità e non con il fuoco della classicità. Pregevole. (Marco Maiocco)

vedi sotto video

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ENTER SHIKARI – A Flash Flood Of Blood

Nel 2007 gli inglesi Enter Shikari avevano fatto parlare di sé grazie all’esordio Take To The Skies e a una lunga serie di concerti potenti nei quali proponevano una peculiare miscela di metal-punk e di techno-dance dove l’aggressività andava di pari passo con il gusto per la melodia. Dopo un secondo disco, Common Dreads, non  troppo a fuoco, Enter Shikari ritornano con A Flash Flood Of Blood e volano subito alti nelle classifiche inglesi. La formula crossover non cambia; tuttavia la giovane band mostra una scrittura migliore, accompagnata da testi ‘movimentisti’ magari di non eccessivo spessore, e che tuttavia sposano bene la formula proponendosi come contraltare al prevalente intimismo della musica di questi tempi. Un disco nel complesso abbastanza vario da non annoiare, da consigliare a coloro che attendono il ritorno dei System Of A Down. (Marina Montesano)

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RadioDrama Disco Club #2

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