Rock

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PAOLO BONFANTI - Elastic Blues

Certi musicisti dovrebbero essere preservati per legge come patrimonio dell'umanità. Non sgomitano, non urlano, non si esibiscono a torso nudo a X Factor coi capelli tinti di nero lucido da scarpe, non ottengono siparietti vischiosi a Rainews per rispondere a domande da nulla riferite a musica e canzoni sul nulla. Quei musicisti sono un patrimonio perché ci fanno star bene, sempre, hanno qualcosa da dire, e hanno gli strumenti per farlo bene: che non sono doti innate, anche se la creatività è stata sparsa dal cielo in quantità diverse, ma frutto di fatica, dedizione, costanza.

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HAWKWIND - 50 LIve

No, non è una faccenda dia “piccoli fan”. E' una questione di classe, eleganza, potenza, che non riescono proprio a svanire. Dici “Hawkwind”, e il novantanove per cento degli ascoltatori distratti e formatisi sulla manualistica a punteggio pensa a “ quei vecchi fricchettoni sballati che credevano di fare i viaggi spaziali” mezzo secolo fa, e infarcivano un “hard rock di maniera di frullii spaziali e rumorini”, quasi dei Pink Floyd da porgere alle orecchie grezze del proletariato. Ovviamente sono solo pregiudizi, e chi ha avuto la costanza di seguire le avventure di Capitan Dave Brock s'è ritrovato, nei decenni, con dischi tanto memorabili e pieni di idee quanto largamente ignorati dai giornali mainstream, perché ognuno è bene che se ne stia nella propria nicchia, a pascersi dei luoghi comuni. Lo scorso anno, quando ancora il Covid non aveva blindato sale da concerto e musica, gli Hawkwind hanno festeggiato il loro cinquantennale. Con una delle migliori formazioni di sempre, peraltro, ad affiancare un Brock con parecchi capelli in meno, ma la cloche dell'astroave salda nelle mani. Ricomparso anche il grande Tim Blake a theremin e chitarra, uno che su psichedelia e hard prog potrebbe tenere una cattedra universitaria, e via con la musica, dipanata su due cd.

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WAXAHATCHEE – Saint cloud

Kate Crutchfield ce l'ha fatta. Nata 31 anni fa nel profondo sud degli states (Birmingham, Alabama), e nutrita da subito a pane e musica rock dai genitori, già a quindici si esibiva in pubblico. Dopo alcuni album di impronta pop-punk in combutta con la sorella gemella Allison, nel 2012 adotta il nome di Waxahatcheee - dal nome di un fiume che scorre nella terra natia – e con questa sigla escono dal 2012 alcuni album parzialmente irrisolti, lacerati tra intuizioni melodiche e tentazioni noise; mai completamente a fuoco, come la vita della sua autrice, nel frattempo risucchiata nel gorgo della bottiglia. Ormai pensavo che non avrebbe più partorito il suo capolavoro, e quanto mi sbagliavo. E' riuscita a ripulirsi, percorso non privo di ostacoli e prezzi da pagare: "Se vuoi diventare sobrio, devi affrontare cose che sono state spinte in profondità e coperte dall'alcol per anni. E il mio cervello in questo momento è un posto spaventoso" ha dichiarato alla stampa.

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SHEMEKIA COPELAND - Uncivil War

Fin quando esisteranno autrici e vocalist della caratura di Shemekia Copeland, il futuro del rock blues e del roots rock è in ottime mani. La “guerra incivile” del titolo è quella scatenata da Trump contro ogni minoranza vessata già provata dal Covid: quindi qui troverete molte invettive come avrebbe potuto scagliarle Neil Young. Ma c'è anche il blues nudo e crudo, il rhythm and blues caracollante, con la battuta grassa e sapida come usa in tutti i suoni che scaturiscono dalla benedetta New Orleans., un rock senza fronzoli come Apple Pie and a .45, dunque “torta di mele e una colt”. o Give God the Blues, dove si dice “ Dio non odia gli ebrei, Dio non odia i musulmani, Dio non odia i cristiani, ma tutti noi assieme riusciamo a far venire i blues a Dio”. La ciliegina sulla torta (di mele?) una versione della stoniana Under My Thumb che da sola vale tutto il (gran) disco. (Guido Festinese)

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CHATHAM COUNTY LINE - Strange Fascination

I Chatham County Line sono un trio che trae ispirazione dalla musica acustica americana,  tra country e bluegrass, portando in essa nuova linfa fin dal 2003. Chitarre, violino, mandolino, ma anche un'ovvia pedal steel,  con  un batterista che si aggiunge sia in studio che dal vivo. Tutti i componenti della band cantano e il repertorio vira tra il new country dei primi Wilco e quello dei più classici rappresentanti del genere, solisti come  Gram Parsons o gruppi come la Dirt Band. Strange Fascination è un bel disco, anche se la band sembra a tratti non osare nel sorpassare gli steccati di un genere che fatica un po’ a rinnovarsi. In quest’ambito desta un po’ di sorpresa il cameo di Sharon Van Etten, alla voce nella title track, un brano che potrebbe essere uscito dalla penna di Glenn Frey o J.D. Souther. Pregevole anche la dedica di Guitar (For Guy Clark) al gigante texano scomparso nel 2016. Come spesso succede in questi dischi, meglio i brani più rilassati che quelli veloci, come dimostra l’insipida Free Again. (Fausto Meirana)

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ELVIS PERKINS - Creation Myths

Il ritorno discografico di Elvis Perkins, cantautore americano che aveva stupito con il debutto Ash Wednesday (2006) e l’ottimo seguito Elvis Perkins In Dearland (2009),  offre diversi spunti di discussione. Dopo quei due dischi Perkins è sparito per sei lunghi anni, per tornare con un disco oscuro, I Aubade (2015), incerto, mal distribuito e snobbato dalla stampa di settore. Da allora solo un altrettanto misteriosa soundtrack: The Blackcoat’s Daughter, che risale comunque al 2017. Di fronte a Creation Myths si può rimanere perplessi, moderatamente sorpresi, ma difficilmente entusiasti. Perkins rispolvera brani scritti molto tempo fa, lasciati a maturare in qualche cassetto. Tra accenni psichedelici e arrangiamenti che ricordano il Beck di Sea Change/Morning Phase il figlio di Anthony Perkins sembra non aver trovato ancora continuità  nella sua ispirazione. Detto questo, il disco fila piuttosto liscio e gradevole come nella Lennoniana Know You Know o nel country rock fin troppo mainstream  di Mrs & Mr. E. (Fausto Meirana)

Top ten del mese

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