Rock

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ALBERTO N.A. TURRA - Filmworks

Alberto N. A. Turra, chitarrista e compositore, è una figura eclettica e imprendibile. Per fortuna. Se c’è una cosa che manca, nell’affollato mondo musicale d’oggi, sono proprio i musicisti che sanno sorprenderti non perché fanno astratte petizioni di principio sul varcare i confini tra i generi, ma perché è il loro stesso operato pratico ad impedire che si chiudano le gabbie dei generi. Lui, lo sappiamo, è una delle menti di Mamud Band, gruppo che celebrai i fasti passati dell’afrobeat africano e nigeriano, c’entra con Turbogolfer, Nippon Eldorado e chissà quante altre situazioni. Però questo cd raccoglie invece sedici brani che, nel corso dell’ultimo quindicennio, Turra ha scritto per specifiche esigenze di colonne sonore cinematografiche. Dunque troverete qui schegge di desolato spaghetti western in musica, atmosfere nebbiose e sfocate, oppure dolcissime, o ancora d’assalto, come l’iniziale Otto haiku sulla morte, poco più di un minuto d’incendio chitarristico, come se il Ry Cooder di Paris, Texas avesse incontrato l’Hendrix che dava alle fiamme la Fender. C’è anche una splendida rilettura del Bolero di Ravel, e molto altro. Chi crede che una raccolta di temi per il cinema non possa vivere di vita propria qui ha di che ricredersi. (Guido Festinese)

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 LOMA - Loma

Quando si incontrano menti creative e disponibili, e scocca la scintilla, la buona musica è assicurata. E l'esito finale difficilmente metterà in conto banalità: sarà un prodotto stratificato, denso di riferimenti, e assieme comunicativo. Nel 2016 gli Shearwater erano in tour con i Cross Record. A Jonathan Melburg degli Shearwater piacque subito la voce fragile ed evocativa di Emily Cross, avvolta in una nube di sonorità elettriche e sintetiche. Così sono nati i Loma, che propongono brani a tempo lento o medio dove si agita un pulviscolo di suoni piccoli in incantata fibrillazione: quasi una versione pacificata e stranita di certe cose di Björk. C'è poi un altro riferimento, che lancia un ponte lungo con un passato che non cessa di produrre esiti nella contemporaneità: quello della psichedelia al femminile più sognante. Art rock d'autore, dunque, di elevata qualità. (Guido Festinese)

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CHANTAL ACDA & BILL FRISELL - Live At Jazz Middelheim

Chantal Acda, per chi segue le tendenze del songwriting indie rock, ha base in Belgio, dove è una sorta di istituzione dell’alternative, e non sembri una contraddizione in termini. Le sue canzoni malinconiche, lente e sinuose come spire di un boa possono anche non muovere emozioni, causa eccessiva uniformità, ma lasciarsi andare è un buon viatico per apprezzare un lavorio nascosto e minimale nelle pieghe dei brani stessi, che dispiega gran talento. In Bounce Back il chitarrista forse più influente e decisivo della scena jazz contemporanea (e da almeno vent'anni!), Bill Frisell, aveva accettato di collaborare con Acda, e i risultati c'erano tutti. Nulla, comunque, che facesse presagire l'attuale incanto di questo  live: Bill Frisell e Chantal Acda assieme, senza trucchi e senza inganno, su un palco. Frisell dilata arpeggi e sottilenature,  nota su nota.  Lei si lascia avvolgere da un tappeto volante di note, la voce che sussurra difficoltà di vivere e amare a nudo come non mai, le canzoni che sgorgano sincere e compiute, lui che sembra un cesellatore di emozioni, secondo per secondo. Quanta bellezza.  (Guido Festinese)

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JENNY SORRENTI / SAINT JUST - Prog Explosion And Other Stories

Innanzitutto, un po' d'ordine: questo cd recupera, finalmente, Prog Explosion, uscito solo su vinile nel 2011 per la Raro Records. Allora diedero un contributo gente di altissima caratura come Marcello Vento (Albero Motore, Canzoniere del Lazio, Carnascialia) e Francesco di Giacomo del Banco del Mutuo Soccorso. In apertura,  però, troverete altre quattro tracce, con l'attuale formazione dei Saint Just che si appresta a pubblicare un quarto disco. E con il ritorno, finalmente, della “vera” voce di Alan Sorrenti, fratello di Jenny, quella dei due capolavori iniziali anni Settanta sepolti sotto la paccottiglia disco pop successiva: così finalmente si possono ascoltare Sienteme e Vorrei incontrarti come prog autentico comanda. A quanto pare Alan ci sarà anche in futuro, bentornato. Intanto gustiamoci questo spicchio di futuro che viene dal passato, con una delle voci più belle da quel decennio, una sciamana della dolcezza che non teme confronti neppure oggi: nulla è andato perduto. (Guido Festinese)

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RY COODER - The Prodigal Son

Musicista popular tra i più influenti, che ha saputo rappresentare nel tempo la composita e prismatica musica americana, che ha intrecciato folk e blues, raccontato l'epopea degli hobos, le disavventure dei latinos della sua Los Angeles, accompagnato le allucinate peregrinazioni metafisiche del cinema tedesco nei deserti del sud ovest, che ha instradato il mondo sulla via del son e del mambo e abituato alla relazione con le musiche degli altri, Ry Cooder torna oggi (a distanza di sei anni dall'ultima pubblicazione discografica) con un disco emozionante (forse il migliore da "My Name Is Buddy" o "Chavez Ravine" addirittura, paragonabile a certi fasti del tenore di "Paradise and Lunch"), che sembra una sorta di breviario gospel (e non solo) per l'essere umano moderno, orfano della necessaria empatia, vittima della sua solitudine.

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NEIL YOUNG - Paradox

Piccola verità scomoda, ma necessaria. Neil Young è un musicista che molto osa, e quando osa davvero gli esiti possono essere tonfi disatrosi (vedi alla voce Trans) o spettacolari, al di là di cosa ne pensi lui stesso (On the Beach, Time Fades Away, ecc.). Questo è un esito spettacolare, e spettacolare è pure il ritorno del vecchio coyote alle colonne sonore, e non solo: perché Paradox è un fantawestern a dir poco sconcertante, ma riuscito, protagonista Neil Young stesso e i suoi giovani Promise of the Real. La colonna sonora è un coacervo disordinato, frastornante e magnificamente pulsante di antichi pezzo gloriosi riveduti e corretti (Pocahontas, Cowgirl in the Sand), elettricità che sbriciola i muri, quando il vecchio rocker spara suoni saturati che sono noise puro, ticchettii di banjo precari, perfino un recupero del vecchio blues alcolico Baby what you want me to do, slabbrato e sporco il giusto. E quando la voce di Willie Nelson  canadese, miracolosamente intatta come quella di Neil Young, inizia il tutto con un epico “Many moons ago in the future”, si capisce che il viaggio sarà molto, molto interessante. (Guido Festinese)

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