Rock

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BOB DYLAN - Rough and Rowdy Ways

Leonard Cohen se n'è andato, lasciandoci però un' “Ultima Danza” stregata che, come succedeva nelle favole gaeliche, non consente di uscire dal cerchio. Bob Dylan continua a guidare le danze da qui, da questo mondo. Perché, come ha scritto nel suo verso più magistrale di sempre, ed è qui, in questo ultimo disco, “Non riesco a ricordarmi quando sono nato, e mi sono dimenticato quando sono morto”. Occhio all'ironia scorticante dell'uomo, capace di continue morti e resurrezioni, di colpi di reni e guizzi d'ala, di vedersi assegnare un Nobel per la letteratura senza precipitarsi a ritirarlo perché “impegnato altrove”, di saturare gli ultimi anni con un preoccupante bagno sonoro nella stagione dei “crooner” che furono l'esatto contrario della sua incendiaria generazione di folksinger. Salvo ripresentarsi, a quasi ottant'anni, con un disco capolavoro talmente grande che non si riesce ad acchiappare da nessuna parte, se non per stratificazione vertiginosa di indizi. Come cercare di trattenere tra le dita sabbia caldissima, e pretendere di fermarla lì, senza inseguirne i rivoli. 

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MICHAEL MCDERMOTT - What in the World...

Nell’Americana, notoriamente, tre accordi fanno girare il mondo. La differenza la fanno intensità, voglia di raccontare ripulita da ogni ipertrofia narcisistica, paesaggi nudi e crudi colti con due sciabolate di plettro sulle corde e un filo di voce in gola. E pazienza se tanti brani si assomigliano fra loro, non è quello il punto. Ad esempio uno ascolta i primi due minuti splendidamente sferraglianti di What in the World, brano che intitola il nuovo disco del rocker Michael McDermott, e, inevitabile, si affaccia alla mente la dylaniana Subterranean Homesick Blues. Quasi identica la struttura, e il rotolare dei testi ad addensarsi a fine frase. Tant’è che bisogna andare in fondo al disco per trovare un’altra versione dello stesso brano, demo acustico, tutt’altra atmosfera. Le cose cambiano subito con New York Texas, sospesa tra rarefatta sfera acustica ed improvvise illuminazioni elettriche, e da lì in avanti il passo è solido e meritorio. L’originalità bisogna andarla a cercare da altre parti. McDermott sa di non essere un genio, e neppure Tom Petty. Ma l’ Americana ha più bisogno di fattivi artigiani dei watt e del racconto senza fronzoli che di inarrivabili poeti elettrici Nobel per la letteratura. A quello ci pensa Dylan, no? (Guido Festinese)

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NEIL YOUNG - Homegrown

L'uno, Dylan, ci ha fatto penare una bella smazzata d'anni prima di abbandonare il tardivo furore da crooner non a tutti gradito ( bastano e avanzano i neoswingers, a proposito), e decidersi a far uscire un disco degno di cotanto mercuriale nome. Nel frattempo, per fortuna , ha continuato ad aprire ad intermittenze sconosciute a noi mortali i suoi archivi fluviali, ricordandoci che passare attraverso i decenni significa anche lasciare molto di sparso, nei decenni stessi. L'altro, Neil Young, sembra aver ereditato dal nome una dote che per Dylan (il cantante) è quasi scomparsa: la voce eternamente giovane. Dylan ha in gola uno scheletro crepitante di suoni senza più armonici, l'altro quando accarezza i suoi inconfondibili profili melodici sembra puro sciroppo d'acero canadese, tutt'ora. Anche Neil Young è passato per i decenni, e se l'uno è sbandato per lidi sinatriani, l'altro a suo tempo si innamorò di vacui suoni computerizzati e soul music senza cavarne granché. Passare per i decenni significa archivi, però, si diceva: e dall'archivio senza fondo di Neil Young ecco apparire Homegrown, disco perduto che va collocarsi tra On the Beach e Tonight's the Night. Fine '74, inizio '75 le incisioni. Circa metà dei brani gli younghiani di ferro li conoscono bene. Il resto è tutt'altro che scarto e accademia. Ad esempio la title track, uno di quei brani gonfi e vagamente ironici che quando li scrive Young vanno sempre a bersaglio, o perfino il bluesaccio da jam We Don't Smoke it No More ( ma tono e clima sembrano dire esattamente il contrario). White Line è una pennellato di saggia melassa, Little Wing dolcezza su dolcezza, Florida una scombiccherata narrazione con tanto di bicchieri da vino percorsi coi polpastrelli. Qua e là a dare una mano Robbie Robertson e Levon Helm della Band, a proposito di specularità con Dylan, e la fata gentile Emmilou Harris. Il viaggio perduto, va da sé, vale tutto il prezzo del biglietto. (Guido Festinese)

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MAN MAN - Dream Hunting in The Valley Of In-Between

Il gruppo americano Man Man, da Philadelphia, è un oggetto abbastanza misterioso, definito così da una pagina web “Sono conosciuti con degli pseudonimi, il frontman, cantante e pianista, si chiama Honus Honus e gli altri membri sono conosciuti come Sergei Sogay, Pow Pow, Critter Crat e Chang Wang. Prima di chiamarsi Man Man la banda aveva il nome di Gamelon and briefly Magic Blood”.

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 ROLLING BLACKOUTS C.F. - Sideways To New Italy

I Rolling Blackouts C.F. sono australiani e questo è il loro secondo album. Hanno però al loro attivo anche due fulminanti Ep come Talk Tight (2015) e The French Press (2017). Con il  loro primo album, Hope Downs, avevano comunque confermato una  freschezza rara, di questi tempi. Senza dimenticare il loro essere in parte debitori di gruppi come i connazionali Go-Betweens, bisogna dire che il sound delle tre chitarre è veramente accattivante. Nel gruppo ci sono tre anime, che corrispondono a tre cantanti/autori/chitarristi, Tom Russo, Joe White e Fran Keaney, un vero esempio di democrazia interna, equiparabile, nel rock, solo agli scozzesi Teenage Fanclub.  Il grosso dei brani di Sideways To New Italy è stato composto durante una lunga tournée, della quale il gruppo si  lamenta un po’... Sono stati anche in Italia (dove alcuni membri hanno radici) e qualche brano ha preso forma, dicono, in Sicilia. Estremamente consigliabili, una vera e propria boccata d’aria fresca dal primo  all'ultimo brano. (Fausto Meirana)

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BLAKE MILLS - Mutable Set
A leggere la biografia di Blake Mills si può rimanere stupefatti: session man con Lana Del Rey, Paolo Nutini, Norah Jones, Zucchero (vabbè...), Conor Oberst ecc. ecc. Se poi si passa alla produzione ci sono anche John Legend, i Dawes, Fiona Apple, Laura Marling e molti altri. Nonostante il superlavoro, Mills, che ha poco più di trent’anni, trova anche il tempo per incidere dischi a suo nome; pochi, solo quattro in dieci anni. Prima di Mutable Set Mills era uscito con Look, un album strumentale piuttosto notevole, ma nulla a che vedere  con le canzoni intimiste di questo nuovo disco. La selezione è un po’ dilatata e cinquanta minuti sono forse troppi, in più Mills non è certo un cantante che emerga con personalità dalla folla dei cantautori americani. Il tono sussurrato, che a volte lo accomuna a Elliott Smith è però servito benissimo dal lavoro di studio (vivamente consigliato l’ascolto in cuffia).  Gli strumenti si confondono gli uni con gli altri, chitarre o tastiere che siano. La batteria è quasi assente e le atmosfere dilatate tanto che molti brani sono di cinque o più minuti. Un disco per chi ha tempo, silenzio e pazienza, ma che cresce ad ogni ascolto. Collaboratore d'eccezione nella composizione di alcuni  brani è il cantautore Cass McCombs. (Fausto Meirana)
 
CD in vendita da Disco Club a partire dal 22 maggio a 14,90€
 
 

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