Rock

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JENNY SORRENTI / SAINT JUST - Prog Explosion And Other Stories

Innanzitutto, un po' d'ordine: questo cd recupera, finalmente, Prog Explosion, uscito solo su vinile nel 2011 per la Raro Records. Allora diedero un contributo gente di altissima caratura come Marcello Vento (Albero Motore, Canzoniere del Lazio, Carnascialia) e Francesco di Giacomo del Banco del Mutuo Soccorso. In apertura,  però, troverete altre quattro tracce, con l'attuale formazione dei Saint Just che si appresta a pubblicare un quarto disco. E con il ritorno, finalmente, della “vera” voce di Alan Sorrenti, fratello di Jenny, quella dei due capolavori iniziali anni Settanta sepolti sotto la paccottiglia disco pop successiva: così finalmente si possono ascoltare Sienteme e Vorrei incontrarti come prog autentico comanda. A quanto pare Alan ci sarà anche in futuro, bentornato. Intanto gustiamoci questo spicchio di futuro che viene dal passato, con una delle voci più belle da quel decennio, una sciamana della dolcezza che non teme confronti neppure oggi: nulla è andato perduto. (Guido Festinese)

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RY COODER - The Prodigal Son

Musicista popular tra i più influenti, che ha saputo rappresentare nel tempo la composita e prismatica musica americana, che ha intrecciato folk e blues, raccontato l'epopea degli hobos, le disavventure dei latinos della sua Los Angeles, accompagnato le allucinate peregrinazioni metafisiche del cinema tedesco nei deserti del sud ovest, che ha instradato il mondo sulla via del son e del mambo e abituato alla relazione con le musiche degli altri, Ry Cooder torna oggi (a distanza di sei anni dall'ultima pubblicazione discografica) con un disco emozionante (forse il migliore da "My Name Is Buddy" o "Chavez Ravine" addirittura, paragonabile a certi fasti del tenore di "Paradise and Lunch"), che sembra una sorta di breviario gospel (e non solo) per l'essere umano moderno, orfano della necessaria empatia, vittima della sua solitudine.
Un lavoro realizzato ad Hollywood con il "prodigo" figlio Joachim (vero e proprio motore del progetto) ed incentrato sul senso di venerazione che certi classici (spesso sepolti e dimenticati) del repertorio afroamericano possono infondere. Un ritorno alle origini (anche qui da figliuol prodigo), agli spiritual, al rhythm and blues, al blues and roots, opportunamente rivisti nella consueta unica scanzonata sbilenca intelligente luminosa maniera, piena di ossequioso rispetto, ma priva di scrupoloso intento filologico, proprio per essere il più attuale possibile, e del resto non meno scientifica o fantascientifica.

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NEIL YOUNG - Paradox

Piccola verità scomoda, ma necessaria. Neil Young è un musicista che molto osa, e quando osa davvero gli esiti possono essere tonfi disatrosi (vedi alla voce Trans) o spettacolari, al di là di cosa ne pensi lui stesso (On the Beach, Time Fades Away, ecc.). Questo è un esito spettacolare, e spettacolare è pure il ritorno del vecchio coyote alle colonne sonore, e non solo: perché Paradox è un fantawestern a dir poco sconcertante, ma riuscito, protagonista Neil Young stesso e i suoi giovani Promise of the Real. La colonna sonora è un coacervo disordinato, frastornante e magnificamente pulsante di antichi pezzo gloriosi riveduti e corretti (Pocahontas, Cowgirl in the Sand), elettricità che sbriciola i muri, quando il vecchio rocker spara suoni saturati che sono noise puro, ticchettii di banjo precari, perfino un recupero del vecchio blues alcolico Baby what you want me to do, slabbrato e sporco il giusto. E quando la voce di Willie Nelson  canadese, miracolosamente intatta come quella di Neil Young, inizia il tutto con un epico “Many moons ago in the future”, si capisce che il viaggio sarà molto, molto interessante. (Guido Festinese)

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EELS - The Deconstruction

La decostruzione di Mark Everett, in realtà, è una strada  che il leader degli Eels ha percorso per tutta la carriera; dietro la produzione musicale di Everett c’è sempre stata una sofferenza pesante causata da improvvisi o drammatici lutti familiari. In certi dischi ce n’è di più come nel peraltro indispensabile Electro-Shock Blues, un capolavoro che risale, ahimè, a ben vent’anni fa… Anche in The Deconstrution, che esce a quattro anni dal precedente lavoro, c’è molto del rimuginare sulle perdite, dell’interrogarsi sul senso della vita; la dimensione prettamente acustica trasforma le canzoni in piccoli bozzetti, scenette di vita con qualche pretesa filosofica di troppo, ma confortate da  una buona vena in termini di melodie e arrangiamenti. Certo mancano, tranne che nel singolo Bone Dry, momenti ritmicamente più vivaci e coinvolgenti, ma evidente Mr E. non era dell’umore giusto.(Fausto Meirana)

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SCOTT MATTHEW - Ode To Others

Bello essere smentiti nei fatti e nella sostanza, ogni tanto. Sennò anche l'assestato mondo del songwriting indie sembrerebbe una palude immota dove si muove sotto la superficie vischiosa. Scott Matthew, barbutissimo australiano trasferito nella “Grande Mela” lo abbiamo lasciato con dischi tanto belli, quanto pericolosi: roba da chiudere sotto chiave per non farli trovare all'amico in depressione. Scriveva canzoni toste e disperate, con una voce che sembrava quella del cugino saturnino di Elvis Costello. Soprattutto, scriveva su se stesso e sulla propria infelicità. Tutto cambia, però, come dice una bella canzone: e già un titolo come “Ode agli Altri” dovrebbe fornire indizi. Un bel giorno Matthew s'è guardato attorno, e gli sono sgorgate tra le dita canzoni diverse. Per gli altri. Ad esempio le vittime dell'odiosa strage omofoba del Pulse Club. Ha trovato anche il coraggio di fare cover, e bene. Il chitarrista, produttore e amico Jürgen Stark s'è incaricato di arrangiarle con un'inedita fioritura di strumenti e di tocchi preziosi. Alla fine, è un piccolo trionfo per Matthew: che ci regala un disco che potrebbe molto essere apprezzato da chi ancora è a lutto per John Martyn e David Bowie. (Guido Festinese)



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JOHN PRINE - The Tree Of Forgiveness

È diventato quasi un format: l’anziano cantante country (o blues o soul) che si presenta con un disco fragile, uscendo dall’irrilevanza (che acchiappa tutti, presto o tardi) con un colpo di coda. L’esempio principe è Johnny Cash (che ha sputato in faccia al tramonto con i migliori dischi della sua carriera) ma la lista è lunga (Solomon Burke, per dire). Si allunga ancora un po’ con John Prine che più giovane (classe 1946) interrompe un silenzio ultradecennale con un album d’inediti luminoso (e sorprendente): parole chirurgiche, collaboratori vari che non turbano l’insieme, voce in minore e melodie squisite, country per la vivacità e folk per la malinconia, come si conviene. Fin dalla confusa faccia in copertina, questo è un disco che non nasconde le trappole (del tempo che passa) e, anzi, le mette in scacco con poche mosse (da maestro). (Marco Sideri)

Top ten del mese

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