Rock

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HENRY CARPANETO - Pianissimo

 

Per il suo nuovo album il pianista ligure Henry Carpaneto si avvale della produzione magistrale del batterista Tony “TC” Coleman, uno che, tanto per dire, ha suonato per tre decenni con B.B.King. Può far sorridere la nota "registrato a Nashville e Leivi" ma ormai la musica, quella sì, ha abbattuto ogni confine, e le abili mani di Carpaneto ne sono la dimostrazione. Il genere musicale cui fa riferimento Pianissimo spazia tra il piano-blues,il soul e il funk, con il mirino puntato verso Ray Charles con  qualche sortita verso il jazz più legato alle radici. La produzione è cristallina, in particolare negli interventi dei fiati e nel suono chiaro e definito del pianoforte. Come recita la copertina, alcuni ospiti d'eccezione mettono la ciliegina sulla torta; si tratta dello stesso Coleman alla batteria, del sassofonista Waldo Weathers (già con James Brown) e del chitarrista Lucky Peterson, recentemente scomparso e qui colto in una delle sue ultime registrazioni. Pianissimo è un disco fresco e frizzante e, contrariamente al suo titolo, beneficia di un ascolto ad alto volume, in attesa di tempi migliori per un vero concerto dal vivo. (Fausto Meirana)

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THREE QUEENS IN MOURNING/BONNIE PRINCE BILLY - Hello Sorrow Hello Joy

Three Queens In Mourning è un trio estemporaneo formato da tre folksingers scozzesi: il più noto è certamente Alasdair Roberts, mentre nelle retrovie troviamo Alex Neilson (già con i Trembling Bells)  e Jill O’Sullivan. Il trio raccoglie in questo disco una dozzina di canzoni di Will Oldham, in risposta alla pubblicazione della raccolta Songs of Love And Horror, ovvero la summa dei testi di Bonnie Prince Billy/Oldham/Palace Brothers ecc. Le diverse voci danno nuova vita alle canzoni di Oldham trasponendole nella tradizione scozzese in modo moderno e coraggioso. Sia Roberts che Neilson hanno collaborato in passato con il prolifico cantautore americano, quindi non sarà una sorpresa che gli ultimi quattro brani del disco siano cantati da Bonnie Prince Billy e la sua band. Si tratta di tre canzoni composte, rispettivamente, da ogni membro dei Three Queens In Mourning; in più c’è uno splendido originale del ‘principe’, Wild Dandelion Rose. (Fausto Meirana)

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Bella storia davvero, quando il senso del passato non diventa passatismo, quando la memoria non è un fardello, per dirla con Harendt, ma una presenza forte che abita il presente con intelligente operatività. Tutto questo viene in mente ascoltando il suono glorioso degli Aksak Maboul belgi, che in Figures tornano con un doppio album capolavoro. Lo sappiamo, Aksak Maboul non è esattamente il primo nome che viene in mente a chi ha conosciuto, sfiorato o solo riscoperto, a posteriori, la grande stagione del rock progressivo più vicino a certe avanguardie, classiche o jazz. Motivo in più per l'approccio. Con un nuovo, sorprendente doppio cd che ha già fatto gridare al miracolo. Chi ha amato il suono complesso ed etereo al contempo dei tardi anni '70 del rock in opposition, quando i giochi si fecero duri davvero, e l'art rock conobbe una maturità mai più raggiunta, sappia che qui troverà un tesoro di spunti buoni per molte ore di puro incanto. Atmosfere stranite da Alice oltre lo specchio, la voce da sciamana inconsapevole di Véronique Vincent, tempi dispari e tastierine impertinenti, poliritmi e melodie incantate da canticchiare sotto la doccia che avrebbero fatto la gioia d Frank Zappa. Che bellezza. (Guido Festinese)

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BOB DYLAN - Rough and Rowdy Ways

Leonard Cohen se n'è andato, lasciandoci però un' “Ultima Danza” stregata che, come succedeva nelle favole gaeliche, non consente di uscire dal cerchio. Bob Dylan continua a guidare le danze da qui, da questo mondo. Perché, come ha scritto nel suo verso più magistrale di sempre, ed è qui, in questo ultimo disco, “Non riesco a ricordarmi quando sono nato, e mi sono dimenticato quando sono morto”. Occhio all'ironia scorticante dell'uomo, capace di continue morti e resurrezioni, di colpi di reni e guizzi d'ala, di vedersi assegnare un Nobel per la letteratura senza precipitarsi a ritirarlo perché “impegnato altrove”, di saturare gli ultimi anni con un preoccupante bagno sonoro nella stagione dei “crooner” che furono l'esatto contrario della sua incendiaria generazione di folksinger. Salvo ripresentarsi, a quasi ottant'anni, con un disco capolavoro talmente grande che non si riesce ad acchiappare da nessuna parte, se non per stratificazione vertiginosa di indizi. Come cercare di trattenere tra le dita sabbia caldissima, e pretendere di fermarla lì, senza inseguirne i rivoli. 

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MICHAEL MCDERMOTT - What in the World...

Nell’Americana, notoriamente, tre accordi fanno girare il mondo. La differenza la fanno intensità, voglia di raccontare ripulita da ogni ipertrofia narcisistica, paesaggi nudi e crudi colti con due sciabolate di plettro sulle corde e un filo di voce in gola. E pazienza se tanti brani si assomigliano fra loro, non è quello il punto. Ad esempio uno ascolta i primi due minuti splendidamente sferraglianti di What in the World, brano che intitola il nuovo disco del rocker Michael McDermott, e, inevitabile, si affaccia alla mente la dylaniana Subterranean Homesick Blues. Quasi identica la struttura, e il rotolare dei testi ad addensarsi a fine frase. Tant’è che bisogna andare in fondo al disco per trovare un’altra versione dello stesso brano, demo acustico, tutt’altra atmosfera. Le cose cambiano subito con New York Texas, sospesa tra rarefatta sfera acustica ed improvvise illuminazioni elettriche, e da lì in avanti il passo è solido e meritorio. L’originalità bisogna andarla a cercare da altre parti. McDermott sa di non essere un genio, e neppure Tom Petty. Ma l’ Americana ha più bisogno di fattivi artigiani dei watt e del racconto senza fronzoli che di inarrivabili poeti elettrici Nobel per la letteratura. A quello ci pensa Dylan, no? (Guido Festinese)

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NEIL YOUNG - Homegrown

L'uno, Dylan, ci ha fatto penare una bella smazzata d'anni prima di abbandonare il tardivo furore da crooner non a tutti gradito ( bastano e avanzano i neoswingers, a proposito), e decidersi a far uscire un disco degno di cotanto mercuriale nome. Nel frattempo, per fortuna , ha continuato ad aprire ad intermittenze sconosciute a noi mortali i suoi archivi fluviali, ricordandoci che passare attraverso i decenni significa anche lasciare molto di sparso, nei decenni stessi. L'altro, Neil Young, sembra aver ereditato dal nome una dote che per Dylan (il cantante) è quasi scomparsa: la voce eternamente giovane. Dylan ha in gola uno scheletro crepitante di suoni senza più armonici, l'altro quando accarezza i suoi inconfondibili profili melodici sembra puro sciroppo d'acero canadese, tutt'ora. Anche Neil Young è passato per i decenni, e se l'uno è sbandato per lidi sinatriani, l'altro a suo tempo si innamorò di vacui suoni computerizzati e soul music senza cavarne granché.

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