Rock

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GIANNI IORIO / PASQUALE STAFANO - Mediterranean Tales

In un periodo come questo, è giusto e legittimo che chi se ne deve stare chiuso in casa coltivi i propri interessi, magari andando a rileggere o riascoltare quanto è scivolato via nella fretta stolida di giornate troppo affollate di impegni. Oppure si può imboccare una strada parallela: mettersi in  gioco, non rinnegare la propria passione, e sfidare il proprio io a leggere (o ascoltare) qualcosa che, intravisto su un elenco o in una delle ormai rare vetrine di dischi, non susciterebbe di botto il nostro interesse. Prendiamo questo disco, Mediterranean Tales. Il titolo e la splendida copertina marina potrebbero forse allettare chi è sensibile alle “storie mediterranee”, un viluppo di narrazioni che corrisponde grossomodo all’intera storia dell’Occidente. Visto da Sud, non da Nord. Però ci sarebbe il limite di quei due nomi, che al novantanove per cento delle persone diranno poco. Rimediamo: Gianni Iorio suona il bandoneon, la fisarmonica usata nel tango che imbracciava Astor Piazzolla. Pasquale Stafano suona il pianoforte. Suonano insieme da quasi un quarto di secolo, costruiscono piccoli, fatati incastri di suoni che farebbero la gioia di qualsiasi regista a caccia di melodie perfette. Ignorare questo disco è un torto fatto alla bellezza della musica senza etichette. Chi può, ne tenga conto. (Guido Festinese)

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RORY GALLAGHER - Check Shirt Wizard

Al netto di tutte le classifiche di Rolling Stone, di tutti “I migliori 100 chitarristi della storia del rock”, ed altri giochini para (pseudo?) intellettuali che servono solo a scatenare ondate di rancori incrociati già identificabili ben prima dell’avvento dei social, quando si scriveva su carta una bella lettera di insulti sprezzanti, Rory Gallagher non è esattamente il primo nome che venga ricordato oggi, tra chi ha fatto grande e maturo il suono elettrico. Rory Gallagher è sempre stato  il rovescio proletario e guascone di quel gran signore compassato che è Eric Clapton. Di lui scrivevano sui muri di Londra “Clapton è dio” (un dio che aveva approfittato della manina in aiuto di san J.J. Cale, a un certo punto: ascoltare per credere) , di Rory Gallagher da Ballyshannon, Irlanda, avrebbero potuto scrivere sui muri che era un bravo diavolo un po’ troppo amico del whisky e del blues, poco elegante con quelle camiciacce a quadri da Creedence Clearwater Revival fuori tempo massimo, con una Fender Sunburst che sembrava tenuta assieme dalla colla e dallo stucco, e un po’ troppo sudato alla fine dei concerti. Oggi è tempo di riprendere in mano il cold case, visto che il fratello sta finalmente aprendo gli archivi, e di dirla chiara e tonda: Rory Gallagher, volato via nella “purple haze” nel 1995 è stato uno dei più grandi chitarristi della storia. Non solo del rock. Parola anche di uno che di chitarre se ne intendeva, il Signor Jimi Hendrix, intervistato a proposito. Uno che ogni volta che è salito su un palco, e lui c’è salito spesso e volentieri, ha suonato come se fosse l’ultima volta. Forte, tanto, e con n cuore e una passione che fanno spesso dimenticare il livello tecnico mostruoso dissimulato in quella gran fiammata di suoni.  Ricordarlo fa bene all’anima. Riascoltarlo dal vivo nel ’77 in questo disco che coglie il meglio di una serie di concerti inglesi lascia stupiti e grati. (Guido Festinese)

 

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Arrivano da Los Angeles i Moaning, un  posto che ha avuto (ed ha)  una sua bella rilevanza nella scena post punk e indie rock. Sono in tre, sanno mettere le mani sulla produzione dei suoni, e si sente (due su tre quando non hanno gli strumenti in mano sono fonici), uno è un illustratore di fama. Un paio d’anni fa l’esordio, adesso la conferma con un disco che sposta anche l’equilibrio del suono: che rimane un indie rock teso e vagamente claustrofobico, ma non più legato solo all’assedio chitarristico. Sono arrivate le tastiere, che intervengono con fondali, folate, loop e unisoni con le sei corde che ricordano certi anni Ottanta, o danno un sapore retrò vagamente Talking Heads, peraltro avvicinabili anche per la trattenuta carica nevrotica del songwriting. Se vi piace il rock che lascia i nervi un po’ scossi, ben scritto e per nulla conciliante, anche quando le melodie scorrono piane e perfettamente riconoscibili, il disco è per voi.  (Guido Festinese)

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BILL FAY - Countless Branches

Abbiamo rischiato di perderci Bill Fay, sparito dalla scene  dopo due bei dischi negli anni settanta; ma qualcuno lo ha trovato, dopo trent’anni d’oblio,  e lo ha rimesso in pista. Prima è toccato a David Tibet dei Current 93, per l’edizione di Tomorrow, Tomorrow & Tomorrow (2005) il disco perduto di Fay, quindi è stato Jeff Tweedy, a partecipare al  disco del rilancio, Life Is People (2012) donandogli la sua Jesus, Etc. e cantando in un brano. Dopo Who is The Sender del 2015, un altro disco indovinato, esce ora Countless Branches, un brevissimo disco, asciutto ed essenziale, almeno nella sua versione ‘pura’ e compiuta ( quella del singolo LP); questa versione  viene completata da sette canzoni in più nel CD e nel doppio LP. Consigliamo un ascolto intenso della mezz’ora ufficiale e, solo dopo, delle bonus tracks. Le dieci canzoni di Countless Branches fluiscono delicate, una dopo l’altra, e i brevi testi sono una poesia lieve di poche parole, tra incanto e meraviglia, con solo alcune osservazioni (pessimistiche)  sui tempi che viviamo. Come sempre, nelle parole di Fay è presente un’alta dose di sincera spiritualità. Al contrario i sette brani aggiunti ci dicono che le canzoni di Fay possono essere diverse e più immediate, ma perdono un po’ d’intensità, pur viaggiando ad alta quota. (Fausto Meirana)

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Sono in tre, vengono da un paesino olandese, incidono ad Amsterdam. Maneggiano con bella disinvoltura chitarre, tastiere, percussioni varie, ma il loro punto di forza sono le voci, spesso in alternanza o armonizzate. Sono The Homesick, ora approdati a casa Sub Pop, indizio che la qualità di quanto inciso precedentemente è assodata. Dieci brani, un viaggio che mette in conto un indie pop attraversato da folate psichedeliche d’antan, come se prima di mettersi a registrare i nostri avessero ripassato una collezione di gemme dimenticate dell’Inghilterra di metà anni Sessanta. Però il piglio sicuro, le asimmetrie ritmiche, certi occasionali indurimenti testimoniano che siamo su una solida scia post punk, nutrita anche da apporti ben riconoscibili dagli States. Centro pieno, comunque. (Guido Festinese)

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Quattro anni fa, quando uscì A New Home (“How time fades away”, cantava Neil Young in uno dei suoi dischi più belli e trascurati) si diceva, in recensione, che quel disco sarebbe potuto essere la session della Band con Dylan, se Big Pink, la grande casa rosa, si fosse trovata in Toscana, e non negli States. Canzoni sognanti, quasi schegge dimenticate da Gran Parsons e dintorni. Eccola di nuovo la “parata della fiamma”, e stavolta il quartetto è diventato quintetto, con l’aggiunta di Francesco Agozzino alla sei corde elettriche, che garantisce un tappeto tintinnante, sapientemente ovattato nella resa sonora, come è ormai prassi per i Flame Parade. Tandem di voci in alternanza perfetta, Marco Zampoli e Letizia Bianchi, che cura anche gli arrangiamenti delle corde e suona il violino, un tono da psichedelia gentile e bucolica attraversato da ventate di tastiere vintage e arpeggi circolari. Stavolta, insomma, sembra di avvertire l’eco dei Walkabouts più rilassati. Un gran disco,qualità ineccepibile, e un must per i cultori del genere. (Guido Festinese)

Top ten del mese

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