Rock

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WOLF PARADE - Cry Cry Cry

Sette anni. Uno fa in tempo a cambiare Paese, abitudini, centri affettivi della vita, se fato e contingenze hanno così deciso. E anche musica, se di mestiere quello fa. Spencer Krug e Dan Boeckner, autori e voci dei canadesi Wolf Parade, un  gruppo che ha sempre saputo compendiare quasi ogni sponda musicale dell'indie rock hanno lasciato passare sette anni dall'ultimo lavoro in  studio. Musica cambiata o no, dunque? Quando inserite nel lettore Cry Cry Cry tutto parte a razzo, con la micidiale accoppiata Lazarus Online e You're Dreaming, indie rock colto infiltrato di tastierine irriverenti sulle chitarre, voci cupe e salmodianti, un  po' alla 16 Horsepower che furono, ma senza venature alt country. Fosse andata così dall'inizio alla fine, ci sarebbe stato da scommettere che era la volta buona. Invece il resto del disco procede con nevrotica e secca bella attitudine, ma senza punte d'eccellenza che rendano memorabile e desiderabile ogni riascolto. Così resta il mistero dello iato durato sette anni, e quello, maggiore, del perché la “parata del lupo” non sempre sia in grado di canalizzare al punto perfetto le molte energie che ha in serbo, centrando ogni bersaglio. (Guido Festinese)

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JOEL CATHCART - Flotsam

Joel Cathcart, diciamolo subito, è un genovese acquisito, visto che è originario dell’Irlanda del Nord; qualcuno può averlo visto suonare quella strana ‘pentola/astronave’ che è lo Hang nelle strade della nostra città, suscitando curiosità e ammirazione. Oltre a percuotere quell’aggeggio, Cathcart è anche un cantautore ‘tradizionale’ con voce (una bella voce) e chitarra. Questo Flotsam (uscito qualche mese fa)  è il suo secondo disco, viene dopo ‘Praglia’, debutto forse meno personale di questa nuova opera che ci consegna una decina di canzoni piuttosto delicate e curate con qualche tocco dissonante,  ma sempre di gran fascino, ‘canzoni come gli oggetti che lascia la mareggiata’ che è poi il significato letterale del titolo. Per ognuna di queste, nel curatissimo packaging del cd, c’è un’illustrazione dell’artista Michele Lepera, di cui vorremmo sapere qualcosa di più... Apprezzabili i contributi dei quattro musicisti che collaborano con Cathcart: gli archi di Laura Monti e Mattia Tommasini, il contrabbasso di Pietro Martinelli e la tromba (o il flicorno) di Stefano Bergamaschi. Tutti e due i dischi sono disponibili in negozio. (Fausto Meirana)

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BRUCE COCKBURN - Bone on Bone

Bruce Cockburn ha settantadue anni, e una brutta artrite che spesso lo tiene piegato come un  gancio. Fine delle querimonie sullo stato di salute. Bruce Cockburn il canadese è stato figura assai amata da chi ha qualche filo grigio o, come lui, s'è imbiancato. In Italia ha avuto una specie di culto, culminato in una radiosa apparizione al Club Tenco. Ha scritto canzoni meravigliose, e dischi decisivi per un songwriting rock raffinato, strumentalmente attrezzatissimo e pieno di contenuti. A differenza di molti colleghi, quando prende in man una chitarra e suona solo linee strumentali a scintille, come, per fare un paragone attinente, faceva John Martyn. Certi suoi dischi come In The Falling Dark o Dancin' in the Dragon's Jaws non possono mancare in una discoteca che si rispetti. Dopo i fasti degli anni Settanta ci sono stati parecchi momenti bui, ma ogni tanto la zampata del vecchio ed elegante leone salta fuori. Come in questo prezioso Bone on Bone. La voce appena arrochita dagli anni, il tocco scintillante sulle corde intatto, una vena più amara e bluesy, eccellenti ospiti ad arricchire canzoni belle e memorabili al primo ascolto, come Ron Miles con la sua cornetta, ascoltato spesso al fianco di Otis Taylor. Un gran ritorno. (Guido Festinese)

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MUMPBEAK - Tooth

Ecco un cd (ma anche vinile, si intende) che potrebbe mettere d'accordo spezzoni assai diversi di appassionati musicali. Ad esempio, per citarne alcuni, gli appassionati di math rock, i seguaci dei King Crimson del periodo Lark's Tongues e Discipline, i cultori del jazz rock d'annata più mosso ed imprevedibile, chi ama il Miles Davis elettrico e Frank Zappa e chi predilige il post rock con arditi inserimenti “ambient”. Piatto ricco, dunque. E il fatto che i  Mumpbeak ideati e guidati dal tastierista inglese trapiantato a Oslo Roy Powell abbiano in formazione un eccellente musicista italiano, Lorenzo Feliciati, già ascoltato nei magnifici Naked Noise, aggiunge motivi d'orgoglio. Alla batteria c'è il norvegese Tornstein Lofthus, che fa parte anche degli Elephant 9 e e degli Shining. Il leader utilizza una tastiera Clavinet hohner E 7 processata in una catena d'effetti che finiscono in un Fender valvolare: difficile pensare a uno strumento a tasti, e non, ad esempio, alla chitarra guizzante di un Allan Holdsworth. Grande musica, di immediata riconoscibilità, potenza e fruizione anche al primo ascolto, dall'inizio alla fine di Stone, un tributo al Miles di Bitches Brew. (Guido Festinese)

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CHANTAL ACDA - Bounce Back

C’è chi s'è divertito a sparare ad alzo zero contro questo disco, in sede di recensione. Rimproverandogli mancanza di nerbo, ripetitività coatta, una generale assenza di coraggio, l'uso e abuso di formule già ascoltate mille volte. Vero. Ma vero anche che nel nebbioso reame del songwriting indie dell'ultimo quarto di secolo intessuto di malinconie, acquerelli gentili a contorno vagamente screziati di elettronica, riferimenti a un grande Nord dell'anima che a volte è anche specificatamente geografico (pensate all'Islanda, alla Norvegia o, come qui, all'Olanda) è pressoché inevitabile annoiare qualcuno, e soddisfare altri. Ciò premesso, è vero che Bounce Back è un disco lento e vagamente ipnotico, ma la voce di Chantal Acda è un piccolo capolavoro di fragilità, e gli arrangiamenti che s'è fatta cucire addosso sono belli, malinconici e funzionali: a cominciare dai tocchi timbrici assicurati dalla chitarra di Bill Frisell, uno che di atmosfere struggenti se ne intende. (Guido Festinese)

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ROLLING BLACKOUTS C.F. - Talk Tight

Già ad inizio anno, parlando qui  dei Rolling Blackouts C.F., il gruppo australiano di Melbourne, si diceva che le influenze ‘di casa’ erano più che evidenti, e la lunga ombra dei Go-Betweens incombeva sul loro suono. Un’altra cosa che ci si aspettava era un vero disco d’esordio, dopo il riuscitissimo  EP The French Press,  del quale si può leggere qui sotto:(http://www.discoclub65.it/rock/archivio-mainmenu-40/6624-rolling-blackouts-cf-the-french-press.html). Al contrario, la Sub Pop ripubblica ora l’opera prima del gruppo, Talk Tight,  che uscì un po’ sottotono nel 2015; un altro disco breve, con sette pezzi fulminanti, freschi, con chitarre acuminate  registrate in primissimo piano. Una delizia per chi abbia nostalgia dello scintillante pop del gruppo di Robert Forster e Grant McLennan, ma con un tocco felice e personale  anche se a tratti acerbo. Ma i ragazzi hanno tempo per migliorare e questi due EP sono certamente un ottimo antipasto. (Fausto Meirana)

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