Rock

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 BEIRUT - Gallipoli

Il vezzeggiativo è infido, per natura. Può essere segno di affetto e simpatia (tesoruccio) o sinonimo di condiscendenza e levità (tesoruccio…). Beirut (il progetto oramai pluriennale di Zach Condon) è, musicalmente, da vezzeggiativo (in entrambi i sensi). Le sue, più che canzoni, sono marcette; i rimandi (a vari folk, a tradizioni vicine e lontane) sono accenni che sfiorano la superfice dei brani, al centro resta la voce di Zach e quel senso di piccola malinconia che permea dal principio i dischi di Beirut. Qui, senza sfornare capolavori, Zach riconquista il passo stupito e orchestrale degli esordi dopo anni di dischi diciamo medi. Aggiungete una spezia nostrana (il tiolo e una certa aria mediterranea dell’album vengono da un prolungato soggiorno in Italia) e il fascino dell’organo (che sta al centro del suono di Gallipoli) e il gioco è fatto. (Marco Sideri)

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 SLEAFORD MODS - Eton Alive

Quando si va in pizzeria, tendenzialmente si ordina pizza. E se si torna, ancora pizza. Magari con qualche condimento nuovo ma sempre pizza. E si va a casa contenti. Esistono suoni e gruppi che sono come la pizza: è una gioia incontrarli ancora e ancora, e trovarli uguali a se stessi. Emblematico è il caso degli Sleaford Mods che fin dalle premesse hanno poco spazio per cambiare ed evolversi. Gli ingredienti sono: una voce (inglese, biasciata, maleducata) e qualche ritmo (da tastiera, inglese, maleducato). Il risultato è lo stesso da una decina di dischi a questa parte e Eton Alive non cambia di molto la sostanza. OK, è lievemente più curato (lievemente) ed ha un paio di ritornelli (un paio) ma il pentolone di Fall, Streets, Parklife, vicoli inglesi, Suicide e polemica a buon mercato che li ha fatti emergere qualche anno fa bolle ancora. Grandissimi. (Marco Sideri)

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ORVILLE PECK – Pony

Che cosa accadrebbe se lo Steve Earle più ricercato ed il David Bowie di China Girl s'incontrassero in un immaginario (ed oggi impossibile) progetto comune? Forse ne verrebbero fuori canzoni come le dodici tracce che costituiscono questo Pony. Il lavoro di Orville Peck potrebbe essere definito – da quei critici musicali sempre protesi all'inesausta ricerca di etichette e definizioni – come un disco (un bel disco, diciamolo subito) di alternative country: una musica, quindi, non solo tradizionale ed opportunamente scarna e essenziale quando occorre che lo sia, ma altresì capace di arricchire la sua gamma sonora con una strumentazione più ampia ed a sua volta in grado di valorizzare la ricchezza dei singoli brani. Ecco così spiegata la presenza della doppia tastiera e di una sezione ritmica molto rock. Naturalmente, a farla da padrone – ed è giusto così – sono chitarra, voce e banjo. In Pony, si trovano e il canto e l'ethos del cowboy americano. Un cowboy che si è fatto crooner, non senza poi tocchi alla Stan Ridgway. Davvero un debutto interessante. (Davide Arecco)

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PERFECT SON – Cast

Dietro questa sigla si cela il talentuoso Tobiasz Bilinski, giovane songwriter e musicista polacco, alle prese con una strumentazione elettronica (guitar synth, drum machine, programmazione, macchine ritmiche, piano digitale ed ovviamente tastiere) che fa da sfondo alla sua bella voce, proiettando l'ascoltatore in atmosfere techno-pop che profumano di anni Ottanta, ma che sanno pure aggiornare il sound di quella decade in termini più moderni, sotto il profilo sia della scrittura musicale, sia della produzione, decisamente moderna e mai patinata (del resto, il lavoro esce, non casualmente, per la Sub Pop ed in più punti pare di ascoltare una versione più sintetica e tecnologica dei Dinosaur Jr). I Perfect Son non sono – comunque – una one man band ed i tre collaboratori del leader forniscono un contributo comunque assai importante (con una batteria vera ed una chitarra significativamente presente): pertanto non si tratta di semplici comprimari. Le canzoni sono alquanto ben costruite e le melodie non banali, con talvolta quel gusto post che contraddistingue spesso questo tipo di prodotti musicali.

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JESSICA PRATT - Quiet Signs

Con il primo disco  Jessica Pratt ci aveva sorpresi, per la voce originale e per la difficoltà di inserire la sua musica in  un genere preciso. Conil secondo, On Your Own Love Again, si evidenziava una scrittura affine  a certe colonne sonore di film, magari francesi e a certe cantanti degli anni ‘60; chitarra arpeggiata, voce eterea e grande fascino. La trentenne di Los Angeles con Quiet Signs ha fatto un passo avanti, il disco  è finalmente registrato professionalmente, e si sente; ogni riverbero è studiato alla perfezione e i pochi strumenti che accompagnano sono chiari e delicati sullo sfondo. Le canzoni sono brevi ed evanescenti (forse persino reticenti)  tanto che il disco dura ventotto minuti compresa l’intro strumentale Opening Night, dedicata all’omonimo film di John Cassevetes (titolo italiano La Sera della Prima). Vista la brevità, l’ascolto ripetuto giova parecchio a questo disco, provare per credere! (Fausto Meirana)

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JAMES YORKSTON - The Route To The Harmonium

Gli ultimi sforzi di James Yorkston, il cantautore scozzese, sono stati i due dischi come Yorkston/Thorne/Khan; per raggiungere il suo ultimo disco solista prima di questo dobbiamo tornare al 2014  con l’ottimo The Cellardyke Recording And Wassailing Society. Rispetto ai dischi eclettici con il trio, che mischiavano strumenti e tradizioni lontane come quella scozzese e quella indiana, qui si torna alla forma canzone. Lo stile di Yorkston, delicato e suadente, richiede attenzione ai particolari, come la lunga  sfilata di strumenti da lui suonati, e ai testi, pregnanti e maturi. L’ottanta per cento del disco risponde a questa descrizione, ma ci sono due bizzarri brani, più declamati che canati, che risultano un po’ ostici e indecifrabili. Sembra che questi due brani risalgano al 2004 e siano stati completati solo in questa occasione, probabilmente per ragioni affettive, fatto sta che rompono l’equilibrio di un disco altrimenti ottimo. Super confezione in vinile verde  con poster, per chi si affretti… (Fausto Meirana)

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