Rock

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M.I.A. – /\/\ /\ Y /\

Terzo disco, momento della resa dei conti, solitamente. Al terzo disco ci si aspetta la maturazione e consolidazione in termini musicali ed espressivi. E’ così anche per M.I.A.? L’esuberante cantante cingalese forse si fa prendere un po’ troppo la mano dall’entusiasmo e nell’intento di sfondare o per lo meno di conquistare uno spazio nella scena mainstream. L’essersi circondata di una pletora di produttori dal tocco fatato (i soliti Diplo e Switch, oltre a Blaqstarr, Rusko e John Hill) non produce il risultato sperato. La sostanza c’è, la rabbia contro un sistema da abbattere con più violenza possibile ribolle in tutto il disco, ma la volontà di cercare il mix perfetto tra bhangra, l’hip-hop, l’electro e il pop non è certo un’impresa semplice (ritroviamo pure i Sucide in Born Free). M.I.A. è senza compromessi, prendere o lasciare. (Giovanni Besio)

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SQUEEZE - Spot The Difference

Se questo giochino concettuale l'avesso fatto qualche testa d'uovo più nota e vaccasacramente intoccabile sai che reazioni? Insomma, tutti fanno (o meglio glielo fanno fare le case discografiche e ci infilano pure dei patetici inediti così te lo compri per completismo...) i best of, i greatest hits, vabbè, le raccolte dai. Così gli Squeeze, che in Italia non hanno mai sfondato se non , compresa la mia, alcune teste di nicchia, con i due principali autori e cantori, Difford e Tillbrook e buoni sessionisti alle spalle cosa hanno fatto? Hanno preso le loro , appunto, hits e le hanno risuonate pari o più o meno pari. Mi spiego; se le conosci, metti su il cd e dici: 'azz, ma è uguale! E invece no, e qui sta il giochino concept: i brani suonano perlopiù identici agli originali ma con infinitesimali differenze che solo gli hard core fans risuciranno a cogliere. E così, cogliendo cogliendo ( e facendoci anche un pò coglionare) risentiamo le canzoni che già abbiamo sentito mille e mille volte e, pur riconoscendone l'indiscusso valore pop, come i francesi di Conte, le palle ancora ci girano perchè magari un dischetto di materiale nuovo potevano pure farcelo. E non si può neppure più andare al cine.
Andiamo allora a sentire il meno giovane (è del 2008) solo di Tillbrook con i Fluffers che tanto richiama nelle grafica i Beach Boys (e pure in qualche suono) ma che ospita, attenzione, Vanessa Paradis e Johnny Depp... (Marcello Valeri)

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DANGER MOUSE AND SPARKLEHORSE - Dark Night Of The Soul

L’anno scorso fu il primo esempio di disco senza disco, di bella confezione (un album con foto di David Lynch, nientemeno) con allegato cd vergine su cui registrare le 13 canzoni, tutte scaricabili in rete. Nulla di concettuale, solo il risultato di un litigio fra Danger Mouse, uno dei due ideatori e produttori del progetto, e la casa discografica. Trascorso un anno arriva infine nei negozi il cd fisico e ufficiale, ma sorge il sospetto che la pubblicazione sia dovuta in gran parte al triste appeal commerciale indotto dai suicidi di Mark Linkous, l’altro ideatore, e Vic Chesnutt, uno degli ospiti presenti. L’idea di partenza era di affidare a diversi cantanti i brani scritti da Linkous e arrangiati da Danger Mouse affinché ognuno potesse esprimere (lavorando anche sulla melodia vocale) la propria idea di “buia notte dell’anima”. A suonare più convincenti in veste di interpreti sono i personaggi più vicini come sensibilità (tormentata, introflessa, nevrotica) a Linkous, in particolare l’ex Grandaddy Jason Lytle, tanto intenso quanto in apparenza fragile, il più cinico Kevin Coyne dei Flaming Lips e ovviamente, Chesnutt. Piacciono meno coloro che dovrebbero interpretare il lato aspro della notte (Iggy Pop, Black Francis), mentre il brano con Suzanne Vega, è grazioso ma non troppo in sintonia con il resto; lo stesso si potrebbe dire per Julian Casablancas, la cui Little Girl è però uno dei passaggi più suggestivamente sbilenchi del disco.

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ALINA ORLOVA - Laukinis Šuo Dingo

Vatti a immaginare che un bel disco, un disco “di livello internazionale”, come dicono nei programmi televisivi, possa arrivare dalla piccola Lituania, repubblica baltica sempre confusa con le due assonanti vicine (si racconta di un leggendario Lestonia creato dall’ex calciatore Franco Causio) e fin qui nota quasi solo per i suoi cestisti anni ’70. Se è arrivata a farsi apprezzare in mezza Europa con un disco intitolato Laukinis Šuo Dingo, c’è da immaginare che Alina Orlova sia proprio brava e in effetti lo è (i francesi, sempre attenti allo charme intellettual-esotico, già la adorano).

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LAURIE ANDERSON - Homeland

Laurie Anderson ritorna in studio dopo un’assenza durata quasi un decennio (Life On A String risale al 2001). Homeland è il risultato dell’omonimo progetto teatrale multimediale portato in scena negli ultimi due anni e realizzato con la collaborazione di numerosi ospiti illustri di cui la signora Reed ama circondarsi abitualmente. Nato quindi dal vivo, i brani sono cresciuti in corso d’opera, grazie allo spirito irrequieto e originale della performer americana, fino ad arrivare alla forma attuale. Una riflessione cinica e disincantata sull’ America del dopo 11 settembre  pervade l’intero lavoro spaziando dalla malasanità al collasso economico, dal restringimento della libertà personale alla politica estera. Il tutto impreziosito dalla padronanza musicale della Anderson che da trent’anni non rinuncia a sperimentare e a raggiungere nuovi traguardi. I brani sono a tratti spiazzanti, come il recitato apocalittico e beffardo di Another Day In America e a tratti pervasi da una tagliente ironia come Only An Expert, probabilmente il momento più abboccato dell’intero cd, che alla fine non smentisce la coerenza la creatività e la genialità che hanno fatto di Laurie Anderson un caso assolutamente originale ed eccentrico. (Mauro Carosio)

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THE BOOKS - The Way Out

Piccolo riassunto delle puntate precedenti. I Books, qui al quarto disco, sono un duo (i signori Zammuto e de Jong) di rimescolatori (folk) analogdigitali. Una definizione tanto chiara non necessita altro ma, in ogni caso, è utile aggiungere che i due avevano finora navigato in acque ibride: tra le suggestioni folk di violoncello e chitarra e un uso discreto dell’elettronica e di campionamenti vari. Con risultati buoni, a tratti ottimi. Dopo 5 anni d’attesa, The Way Out inverte l’ordine degli ingredienti: sono i campioni e la loro isteria a fare da padroni di casa, con i suoni che seguono e il pedale del ritmo schiacciato a fondo. Tra le note s’incontrano urla di bambini, pistolotti new age, taglia & cuci vari mentre la musica muta scenari e atmosfere. Vicino a certe esplorazioni marca Matmos, The Way Out farà contenti gli ascoltatori elettronici più esigenti. (Marco Sideri)

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