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STEVE EARLE & THE DUKES – J.T.

Prima di scrivere di questo disco, mi sono ripromesso solennemente di non cedere alla commozione.
Steve Earle, sessantasei anni e uno dei giganti della nostra musica, non ha più raggiunto le vette delle opere sfornate a cavallo del nuovo millennio (almeno El Corazon e Trascendental Blues sono fondamentali), ma ha continuato a pubblicare album sempre buoni, talvolta ottimi (compreso l'ultimo The Ghosts of West Virginia, 2020). Autentico outlaw, ha attraversato un'esistenza pericolosa e sofferta, contrassegnata anche da arresti, tossicodipendenze e faticose riabilitazioni, e sette travagliati matrimoni. Ma la vita gli ha riservato l'affronto peggiore l'estate scorsa, quando è mancato suo figlio, Justin Townes: anche lui musicista e anche lui contrassegnato da una vita di abusi e dipendenze, tuttavia evidentemente non provvisto della pellaccia del papà.
Così, per elaborare il tutto ("è l'unico modo che conosco per dirgli addio"), Steve ha riunito in fretta e furia i suoi fidati Dukes, ed ha inciso dieci pezzi scelti dal catalogo di J.T., a coprire l'intero arco temporale della sua parabola artistica ed i cui proventi sono interamente destinati alla fondazione istituita in favore della figlia di Justin Townes, tre anni.

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Abracadabra è il titolo dell'unico disco del 2003 dei Soft Works, uno dei mille torrenti scaturiti dal gran fiume dei Soft Machine. Soft Heap, Soft Machine Legacy, Soft Works, Matching Mole sono tutte (splendide) e degne effervescenze di una stagione memorabile iniziata allo scorcio dei '60, quando la “macchina morbida” condivideva il palco con la primissima formazione dei Pink Floyd allUfo Club di Londra. E peraltro anche ora una più che legittima formazione dei Soft Machine esiste ancora. Soft Works convogliava le consistenti energie di Elton Dean, saxello (il piccolo soprano ricurvo), contralto, piano Fender, Allan Holdsworth, uno dei più talentuosi chitarristi che la scena degli anni '70 abbia prodotto, Hugh Hopper al basso e John Marshall alla batteria. Tre su quattro non ci sono più, purtroppo. Leonardo Pavkovic della benemerita MoonJune (etichetta con titolo softtmachiniano, peraltro) ha ritrovato i nastri di un concentratissimo concerto ad Osaka dei Soft Works. Attento restauro del suono, per ridare spazialità e consistenza a quanto era in ombra, ed ecco il magnifico risultato. Per gli amanti del suono Soft Machine una festa, per tutti gli altri, comunque, una scoperta necessaria. (Guido Festinese)

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JAMES YORKSTON & THE SECOND HAND ORCHESTRA - The Wide, Wide River

Il nuovo disco di James Yorkston è una bella sorpresa; durante una tournèe in Svezia il cantautore scozzese ha incontrato un gruppo di musicisti particolarmente  entusiasti della sua musica. A farla breve, in quattro e quattr’otto (forse con la complicità di  qualche birra svedese)  si sono materializzate delle session, prima senza  un vero obiettivo, poi più centrate ed efficaci.  La Second Hand Orchestra, un vero e proprio propulsore acustico,  si rileva un vero toccasana per le otto canzoni di Yorkston, come al solito brani piuttosto semplici a cavallo tra folk e canzone d’autore. L’effetto globale di The Wide, Wide River è paragonabile alla ventata di freschezza che giunse, per i  Waterboys, con  Fisherman’s Blues e la “sbandata folk”. Tutto ciò grazie agli arrangiamenti di Karl-Jonas Winqvist e al violino  di Ulrika Gyllenberg. Da non perdere l’edizione LP, uno splendido vinile verde decorato da  meravigliosa copertina disegnata dall’artista londinese John Broadley. (Fausto Meirana)

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KIWI JR - Cooler Returns

Lo chiamano slacker rock, intendendo con la definizione buona a tutte le evenienze quel college rock lievemente slabbrato e fuori asse, fatto tutto di impeto chitarristico e melodie frizzanti, quel tanto che basta per farsi acchiappare al volo, e dieci minuti dopo non pensarci più, almeno, fino al prossimo brano slacker. Fin qui le definizioni. Provate invece a pensare a una jam dei R.E.M. con tanto di sfarfallio di chitarre jingle jangle, dopo che i nostri si siano fatti una bella scorpacciata di Pavement e qualuno abbia cavato dagli archivi i Gang of Four, e sarete sulla pista giusta. I quattro canadesi confezionano un secondo album schietto, veloce e divertente. Per l'originalità rivolgersi altrove, per la vecchia storia del pop rumoroso e che ti aggancia al primo ascolto partire pure da qui. (Guido Festinese)

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LAEL NEALE - Acquainted With Night

Difficile non cadere nella malia di Lael Neale, in questo disco. Che è una sorta di apologia del lo-fi, e nasce già a priori, a quanto s'è appreso, come una sorta di “lost tapes”, di nastri perduti e ritrovati che invece sono gemme da riconsiderare. In queste dieci canzoni prosciugate all'osso e cantate con un filo di voce che riesce ad essere fragile e determinata allo stesso tempo, Lael Neale usa la chitarra su un brano, e poi lascia tutta la tessitura (a parte qualche intervento di flauto e pianoforte di amici) alle note lunghe tenute dall'Omnichord, un aggeggio da modernariato elettronico che dovrebbe in sostanza funzionare da sostituto dell'autoharp, altro strumento – ma acustico - caduto in disuso e molto amato dai folksinger di cinquanta anni fa e rotti. Dunque: questo è songwriting lo- fi di oggi, da una ragazza della Virginia rurale finita in California, fascinosissimo, e che, mutatis mutandis, potrebbe tranquillamente essere un disco di abbozzi di canzoni ritrovate di una Joni Mitchell del '67. Le cronologie stanno prendendo un bello scossone, di questi tempi. E non è detto che sia un male. (Guido Festinese)

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PAOLO BONFANTI - Elastic Blues

Certi musicisti dovrebbero essere preservati per legge come patrimonio dell'umanità. Non sgomitano, non urlano, non si esibiscono a torso nudo a X Factor coi capelli tinti di nero lucido da scarpe, non ottengono siparietti vischiosi a Rainews per rispondere a domande da nulla riferite a musica e canzoni sul nulla. Quei musicisti sono un patrimonio perché ci fanno star bene, sempre, hanno qualcosa da dire, e hanno gli strumenti per farlo bene: che non sono doti innate, anche se la creatività è stata sparsa dal cielo in quantità diverse, ma frutto di fatica, dedizione, costanza.

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