Rock

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BONNIE PRINCE BILLY - I Made A Place

Ad appena qualche mese da We Are Inhuman (progetto elettronico condiviso con Bryce Dessner dei National e con l’ensemble classico  Eighth Blackbird) e solo ad un anno di distanza da Songs Of Love And Horror (firmato Oldham…) esce il nuovo disco di Bonnie Prince Billy;  è il primo con canzoni nuove da un bel po’ di anni, precisamente da Wolfroy Goes To Town, che risale al 2011. I Made A Place ritiene qualche aroma del tributo a Merle Haggard di pochi anni fa, Best Troubadour,  riusando i ritmi e le dinamiche del country in alcuni dei pezzi; altrove si ascoltano stilemi e sapori del folk americano, come la melodia di Satisfied Mind, molto riconoscibile in Nothing Is Busted, o fraseggi  dylaniani, come nella bella ed intensa The Glow pt.3. Molto belli e discreti gli arrangiamenti di fiati, una recente caratteristica dei dischi di Oldham; il merito va al sassofonista Jacob Duncan, musicista senza confini che ha lavorato anche con Aretha Franklin, Norah Jones e i  Violent Femmes. Preziosa collaborazione del duo Joan Shelley, voce e Nathan Salsburg, chitarra. (Fausto Meirana)

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LANKUM - The Livelong Day

Finalmente un bel disco che rivitalizza il folk irlandese, genere forse  un po' stanco, da qualche annetto. La proposta viene dal quartetto dublinese dei Lankum; i fratelli Lynch, Ian e Daragh, Cormac Mac Diarmada e Radie Peat provengono da esperienze diverse, ma con questo terzo disco (il primo uscì sotto il nome Lynched, poi abbandonato per il suono sinistro) mostrano una forte coesione artistica; The Livelong Day propone una musica che fatica ad essere incasellata, di certo si nutre della tradizione irlandese, ma la filtra attraverso umori ed ascolti contemporanei. The Wild Rover e The Dark Eyed Sailor sono titoli ipersfruttati, ma qui risuonano ben diversi,  perfino minacciosi, rispetto alle innumerevoli versioni già sentite. Non guastano, inoltre, due avventurosi strumentali, quasi da colonna sonora, e due bei brani originali di cui uno, The Young People, particolarmente bello e toccante. (Fausto Meirana)

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VAN MORRISON - Three Chords And The Truth

Iperattivo come sempre  lo scorbutico cantautore  irlandese ci consegna il sesto album in soli quattro anni,  probabilmente il suo più convincente di questo frenetico periodo. I “tre accordi e la verità” del titolo sono proprio ciò che troviamo in questo disco fresco, corroborante  e non di certo rivoluzionario. Le quattordici canzoni hanno impresso il marchio di fabbrica d’artista, sono ben suonate e arrangiate, e la voce di Van è chiara nel suo incedere discorsivo tra le note. Tra i brani che si guadagnano una citazione, verso metà disco, c’è You Don’t Understand un sorprendente  reworking non accreditato della Ballad Of A Thin Man di Dylan, della quale riprende il riff dell’Hammond e l’impianto accusatorio del testo (chissà se a Bob farà piacere questo omaggio/oltraggio?). Il brano finale, invece, un lungo rimuginare di sette minuti tocca da vicino la classica Auld Lang Syne, con citazioni del testo e la riflessione sul tempo che scorre. Un’ottima sorpresa da uno dei  vecchi leoni che non deludono mai, anche quando si sparano uno scatenato  boogie-woogie senza pretese come Early Days, per puro divertimento. (Fausto Meirana)

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TOY – Songs Of Consumption
La band londinese ci sorprende con un nuovo disco, composto esclusivamente di covers; lo fa nel migliore dei modi; riescono tutte ad assumere una diversa identità, a sembrare quasi nuove canzoni. La scelta è di classe e variegata: Stooges (Down on street), Nico (Sixty forty), Troggs (Cousin Jane), Serge e Charlotte Gaingsbourg (Lemon incest), Soft Cell (Fun City), John Barry (A doll's house), BJ Thomas/Elvis/Pet Shop Boys (Always on my mind) e, addirittura, Amanda Lear (Tomorrow). I Toy si confermano uno dei migliori gruppi contemporanei, con un proprio stile ormai ben definito e riconoscibile; non bastasse assolvono anche un compito difficile e non da poco; mantenere accesa la fiammella di tante indimenticabili sonorità che ci hanno accompagnato nei migliori momenti della new wave. (Marco Bonini)
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Fu Simon Reynolds, qualche anno fa, a coniare per un suo libro l’efficace ma poco ricordata espressione “retromania”. Stava a significare che, nell’ultimo quarantennio o giù di lì ben poco di sostanzialmente innovativo è accaduto nel mondo della popular music, che continua a rimestare in una “classicità” rock che comprende ormai anche tutta la più o meno rumorosa scia del post punk. Se però dovessimo indicare una scena che è particolarmente “retromaniaca”, nel senso che cammina in avanti ma tenendo lo sguardo all’indietro, come l’angelo della storia di Benjamin, sarebbe quella dell’indie folk. Gli scaffali si affollano di uscite belle, o quantomeno carine, ben confezionate, ben suonate, ma che potrebbero essere uscite tranquillamente mezzo secolo fa. Come questo bel disco di Shannon Lay, il terzo, ma primo per la Sub Pop. Vi dicessero che è una piccola gemma perduta di San Francisco o di New York del ’69, scena folk rock, evidenti agganci ai Byrds, a Joni Mitchell, a Judy Collins, e via citando, ci sarebbe da crederci. Invece queste dodici aggraziate pennellate acustiche con finger picking da manuale, voce tersa, folate di sax, sprazzi di violino sono incisioni di ora. E tutto torna (indietro). (Guido Festinese)

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CORRIDOR - Junior

Mi dicono: - Questo disco è proprio divertente! - Faccio io: - Ma cantano in francese? -  Sì, ma le voci sono talmente ‘dentro’ nel mix che non te ne accorgerai…- Comunque i Corridor sono canadesi, di Montreal, e parlano quella lingua lì, cosa non proprio comune tra i gruppi che della Sub Pop di Seattle. Questo è il loro terzo disco e sembra di gran lunga  il migliore. Credo che l’unico modo per scacciare i dubbi (legittimi) sull’equazione tra la lingua francese e l’alternative rock sia quello di ascoltare Junior con rispetto ed attenzione. Il maggior pregio del disco risiede nell’immediatezza, nei ritmi solidissimi, metronomici come il motorik del krautrock, ma instillati della maestria pop che li avvicina a  gruppi come gli XTC.

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