Rock

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Una “torta a tre strati”: per la gioia di chi ama imbandire produzioni ipercaloriche. Un primo strato lo mette, al fondo, il batterista Mike Pride, uno che frequenta con sovrana indifferenza il free jazz come il punk più estremo, il secondo l'imprevedibile banjoista e chitarrista Brandon Seabrook, l'ultimo, il più appariscente, quello che deve invogliarvi a comprare la torta se lo riserva Mike Watt con il suo basso sinuoso, vedi alla voce Minutemen e fIREHOSE, quasi una garanzia di vitalità inarrestabile. Le credenziali ci sono tutte: la musica, però, è ancora migliore delle aspettative, un crogiolo febbricitante, che è quasi incredibile pensare sia nato in tempi pandemici, scambiandosi files via internet. Rock, new e no wave, frustate metal, free funk. Una meraviglia imprendibile. E che, come un prisma sonoro, rivela angoli e prospettive nascoste ad ogni riascolto. (Guido Festinese)

 

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Aveva promesso di aprire gli archivi, l'ormai attempato Neil Young, e progressivamente l'annuncio è diventato verità consistente. Pare, anzi, che siamo solo agli inizi: annunciata una serie di concerti circolati fino ad ora solo come bootleg, un paio di album con i “suoi” Crazy Horse, uno con il quartetto CSN&Y, ed altre chicche che metteranno a dura prova portafogli, spazi in discoteche personali e pazienza degli ascoltatori. Il problema è che spesso, come in questo caso, queste registrazioni sono vere chicche: non contengono nulla di nuovo, ma ascoltare uno show di cinquant'anni fa con un suono pressoché perfetto, e con il Coyote canadese da solo su un palco (Straford, Shakespeare Theatre: da qui il titolo con gioco di parole) con le sue chitarre e un pianoforte a suonare praticamente in anteprima di un anno sul celeberrimo Harvest brani oggi classici come The Needle And The Damage Done e Heart Of Gold un po' di brividi li mette. Young qui è quasi smarrito, fragile e tenace come di rado l'abbiamo ascoltato. Poesia pura che sgorga da un giovane uomo assai meno sereno, in quei momenti, di quanto le cronache abbiano voluto rappresentare, e di quanto le rade battute scambiate col pubblico vogliano far apparire. (Guido Festinese)

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John Renbourn se n'è andato in punta di piedi sei anni fa. Troppo presto. Il mondo ha conosciuto, conosce e conoscerà decine di chitarristi virtuosi e tecnicamente inarrivabili, ma per ora non si intravede l'erede di un suono “folk” che sappia anche misurarsi con l'improvvisazione jazz, che evochi tinte d'Oriente e antichi racconti rinascimentali e barocchi. Lui lo faceva con modestia ed efficacia, creando un mondo sonoro incantato e alternativo in cui convivevano tutte le note. Senza l'ansia di dimostrare di essere il migliore. Quando la splendida avventura Pentangle finì, Renbourn ci riprovò qualche anno dopo con il suo John Renbourn Group, dove peraltro accanto aveva nuovamente la voce incantata di Jacqui McShee, e un bizzarro ma perfettamente plausibile assortimento di altri timbri con flauto e oboe di Tony Roberts, tablas di Keshaw Sather, il violoncello una tantum della grande Sandy Spencer. Lo spirito dei Pentangle ri-materializzato in altri corpi. Registrazione tecnicamente perfetta, da gustarsi con un bicchiere di quello buono in mano, senza fretta. (Guido Festinese)

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JOE STRUMMER - Asssembly

Che ne pensate di Joe Strummer? Perché tanto vale iniziare così a raccontare "Assembly". Non è solo la musica il punto di questa raccolta (best of di Joe dopo i Clash). È proprio il personaggio Strummer, musicale e umano, a guidare i pezzi all'inseguimento delle musiche del (suo) cuore. Reggae, rock stradaiolo, country, dub, folk, mariachi, rockabilly, persino disco nella Love Kills da "Sid & Nancy" di Alex Cox. Qui trovate quei Joe: in macchina perso per le coste spagnole, in giro per il mondo con un sound system al nastro adesivo, nella Londra caraibica e nelle periferie delle metropoli. Non sono definitive, queste canzoni. Tutto il contrario. Joe Strummer è uno che è partito dal definitivo (i Clash) per poi dare conto di dubbi e svarioni. Qui ne trovate 16 (dai Mescaleros alle cover alle colonne sonore) e sentirle di fila lascia, alla fine, un sorriso stampato in faccia.

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ARAB STRAP - As Days Get Dark

"Mentre i giorni si fanno bui". Ecco: il tempo passa. La nostalgia, per quando i giorni bui non erano, gioca un ruolo fondamentale nei gusti, successi e insuccessi della musica intorno. E così assistiamo a continui ritorni: revival più o meno riusciti di glorie più o meno vecchie per tribù e scene più o meno in salute; operazioni che prescindono o quasi dal futuro. Tutte cose legittime ma, in ultima analisi, auto-celebrative. Il ritorno (a sedici anni dallo scioglimento) degli Arab Strap da Falkirk (Glasgow, Scozia) odorava di nostalgia per pochi. Beh, "ADGD" va ben oltre: è un disco ottimamente scritto, monologhi sentimentali biasciati con forte accento scozzese da Aidan Moffat, su sfondi musicali (a cura di Malcolm Middleton) che vanno dall'elettronico-saltellante al pizzicato-folk. Sia la melodia che il lirismo (per chi lo bazzica) sono da applausi. Senza nostalgia. (Marco Sideri)

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GODSPEED YOU! BLACK EMPEROR - G_d’s Pee AT STATE’S END!

A qualcuno la pandemia non cade male. Non personalmente, è ovvio; musicalmente però si. L'apocalisse è una costante, dal principio, per la musica dei GY!BE. Il primo disco si apriva con un campionamento che sentito oggi fa tanto Nostradamus: "La macchina è in fiamme e nessuno è al volante". Era il 1997 e il suono (alluvionale, strumentale, maestoso) del collettivo canadese irrompeva con trambusto sulla scena. È il 2021 e la musica non è cambiata nella sostanza; è più morbida, forse, ma il connubio tra elettricità (rock?) e spazi di archi e dilatazioni (post?) rimane intatto. E così "G'sPAS'SE!" farà certamente felici quanti già seguono il gruppo: ci sono frammenti, dissonanza, melodia, vuoti e pieni, militanza e violoncelli. Per chi il gruppo non segue: tentare non nuoce affatto. Che i GY!BE si sono allineati, di nuovo e magistralmente, con lo spirito dei tempi. (Marco Sideri)

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