Rock

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RED WINE - Carolina Red / Vintage 1978

La bella copertina di Roberto Zizzo, tutta giocata sui toni ocra e rossastri delle foglie autunnali è già buon viatico per accostarsi a questo nuovo e atteso cd della Red Wine, che festeggia ben quattro decenni di musica, di concerti, di difficoltà, di risate, di piccole e grandi gioie e momenti in cui è stato necessario stringere i denti. Il sottotiolo di Carolina Red (il riferimento geografico è allo studio in legno nella foresta  dove il gruppo è andato a registrare, dai fratelli Krüger) è vintage 1978: l’auto – includersi in una categoria di modernariato musicale sta a significare che la soglia di autoironia è assai alta, dunque l’anagrafe non conta più di tanto. Contano i fatti, e qui ce n’è a volontà, per ascoltatori senza pregiudizi e che amino la musaica a prescindere dai generi. Difficile segnalare un brano sull’altro di un disco sorprendentemente compatto, per essere un viaggio in tredici stazioni che ogni volta rimanda a “soundscapes” diversi. Ad esempio troverete una versione  semplice e efficace di American Girl, per rendere omaggio al grande cuore rock di Tom Petty, fermatosi troppo presto, e una della Canzone dell’amore perduto di Faber, costruita a sua volta su un largo telemanniano di struggente bellezza. Tre brani sono riservati alla bella penna di Shane Sullivan, un nome che torna spesso nelle storie e sui palchi della Red Wine, due a quella di Silvio Ferretti, che spazia tra aromi musicali gaelici e classicissima fattura bluegrass. Altri tributi necessari a Merle Haggard e Norman blake. Note aggiunte, in sala di registrazione, da Kathy Kallick alla voce e Jens Krüger al banjo.  Impossibile mettere in discussione la classe esecutiva della Red Wine, che suoa compatta e filante come non mai, non solo per la rilassata padronanza dei propri mezzi espressivi di Coppo e Ferretti, veterani senza alcun complesso di passatismo, ma anche per la guizzante freschezza degli apporti di Marco Ferretti e Lucas Bellotti. (Guido Festinese)

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TEN - Illuminati

Tra CD, live, mini e raccolte, questo grandissimo gruppo di Manchester – attivo ormai dal 1996, ha annoverato tra le sue fila anche Don Airey e Mark Zonder, oltre al chitarrista e co-fondatore Vinnie Burns (Dare, Ultravox, Asia, Bob Catley, Ladder) – è stato e resta in prima linea nell'operazione di rilancio artistico dell'hard rock melodico di alta classe in Inghilterra. La stupenda voce del singer ed eccellente songwriter Gary Hughes – calda, profonda, emozionante – è tra le più belle di sempre nel Regno Unito. I Ten hanno inciso dischi che sono autentici capolavori e classici moderni nell'ambito dell'hard/AOR, basti ripensare alla divina triade The Robe (1997), Spellbound (1999) e Far Beyond the World (2001, quest'ultimo con il grande Paul Hodgson, degli Hard Rain, alle tastiere). Dal 2012, la band è ritornata a incidere per la nostra Frontiers e ha prodotto altri splendidi lavori – Heresy and Creed (2012), il patriottico Albion (2014), il piratesco Isla De Muerta (2015) e il più dark ed occulto Gothica (2017). A distanza di un solo anno, vede ora la luce questo magnifico Illuminati, un album di hard rock, epico e melodico, con spruzzate di folk celtico e soprattutto progressive, specie in sede di arrangiamenti. Echi fantasy, richiami alla storia del Medioevo britannico, riferimenti alla magia e alla tradizione esoterica anglo-europea la fanno da padrone, anche in questo nuovo capitolo dei Ten, consacrato al tema – tanto affascinante, quanto discusso – degli Illuminati di Baviera, la controversa loggia massonica, sorta a Ingolstadt nel 1776 per mano del libero-muratore Adam Weishaupt (1748-1830), alla quale si è ispirato, non senza inesattezze storiche e interpretazioni arbitrarie, Dan Brown, nel suo celebre Angeli e demoni. Quest'opera dei Ten è quindi un semi-concept, sfarzoso e barocco, magniloquente e pomposo. Gli oltre otto minuti della iniziale Be As You Are Forever sono una sorta di mini-suite, dalla costruzione superbamente sinfonica. The Esoteric Ocean mette grandiosamente in musica non pochi elementi delle scienze occulte e dell'iniziatismo ermetico-alchemico. Altri temi affrontati vengono desunti, con intelligenza erudita, cultura e preparazione, dalla Bibbia (Jericho ed Exile), dall'epica guerriera scozzese (la conclusiva ed enfatica Of Battles Lost and Won), dal Faust di Goethe (Mephistopheles) e dai geroglifici egiziani riscoperti nel 1799 dal capitano dell'esercito di Napoleone Pierre-François Bouchard (Rosetta Stone). Testi criptici ed una grafica imponente fanno il resto, immortalando una volta per tutte il nome dei Ten nell'olimpo dei grandi. Fondamentale a dir poco il contributo del nuovo tastierista dei Ten: Daniel Treece-Birch – leader dei Nth Ascension, la new sensation del neo-prog inglese, capaci di restituirci i fasti di Pallas, Arena e Grey Lady Down – fornisce infatti (tramite synth, tastiere elettroniche e orchestrazioni impeccabili) un contributo assai rilevante se non imprescindibile in sede esecutiva alla riuscita finale di Illuminati. (Davide Arecco)

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Micah P Hinson and The Musicians Of The Apocalypse - When I Shoot At You With Arrows, I Will Shoot To Destroy You

Ci restano poche (pochissime) sicurezze ed è in qualche modo corretto che una sia rappresentata da uno sghembo texano, occhialuto e dinoccolato. Micah P Hinson è una figura che un tempo si sarebbe detta “di culto”, ma oggi suona demodé (oggi è tutto “di culto”). Micah P Hinson è un cantante country (di questo tecnicamente, si tratta) con sbavature moderne (qualche lampo di elettricità, qualche tendenza sperimentale -la conclusiva The Skulls Of Christ). È un autore riconoscibile, il cui modo (la voce cantilenante, gli sfondi dilatati, la penna felice) conserva la specialità dei grandi interpreti, pur nella massa enorme di musica affine che esce ogni settimana. Questo disco (già il titolo pare un racconto di frontiera) conferma personalità e ricordi, in bilico, come tutto il country che valga la pena, tra dannazione e redenzione. (Marco Sideri)

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MARIANNE FAITHFULL - Negative Capability (Panta Rei, 2018)

L’avevamo lasciata quattro anni fa al termine di un concerto (di cui potete rileggere la recensione qui > http://www.discoclub65.it/concerti/archivio-mainmenu-40/5905-marianne-faithfull-live-allauditorium-di-milano-27-ottobre-2014.html) bellissimo e affaticato (il live del 2016 “No Exit” ne è fedele testimonianza). La ritroviamo quattro anni dopo con la voce ancora più stanca e dolente, il fedele Ed Harcourt alle tastiere e alla scrittura, il ‘Bad Seed’ Warren Ellis e il collaboratore di PJ Harvey, Rob Ellis: il risultato è un disco sublime e commovente, in cui da Parigi, dove vive da tempo, rielabora i recenti problemi di salute e la perdita di alcuni dei suoi amici più cari, da Anita Pallenberg (rievocata in “Born to Live”) al suo chitarrista Martin Stone (in “Do not Go”). Come fantasmi, dal passato arrivano anche “Witches' Song” (da “Broken English”, il disco della svolta del 1979) e la sempiterna “As Tears Go By” mentre il singolo di lancio “The Gypsy Faerie Queen” è stato composto(e cantato) insieme a Nick Cave.

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BOB DYLAN - More Blood, More Tracks

Gli ultimi anni hanno portato un vero profluvio di registrazioni dagli sterminati archivi dylaniani. Non sempre, ma spesso dedicati a momenti cruciali degli anni Sessanta, quando il folksinger prese vesti e gesti da rocker, e viceversa, creando un unicum incendiario e disturbante. Massimo rispetto, come si suol dire. Ma c’è anche da pagar pegno a chi ama altre fasi del Signor Zimmermann, ad esempio la folgorante prima metà del decennio successivo, con un Dylan ultratrentenne perfettamente a fuoco nell’ispirazione, nella scrittura e nella musica, dove anche episodi apparentemente minori ( Pat Garrett & Billy the Kid, ad esempio) col senno di poi sono da considerare grandi dischi. Il capolavoro è stato Blood on the Tracks, uno dei  migliori dischi dylaniani di sempre, con quel piglio cruciale e indispettito e canzoni pressoché perfette. Sappiamo che Dylan quel particolare taglio nervoso lo cercò a lungo, alla fine abbandonando tutte le incisioni già tentate del disco, e usando anche il trucchetto di alterare la velocità delle bobine per ottenere un suono più secco e tagliente. Adesso però saltano fuori le “prime” registrazioni, e sono un pendant favoloso al disco celebratissimo: in pratica l’intera scaletta brano per brano, chitarra e voce, in un brano anche un contrabbasso. Chi conosce il disco qui troverà un Dylan molto più “cool”, quasi indolente nel porgere brani capolavoro come Shelter Form The Storm e Tangled Up in Blue. E in coda la solita grande canzone scartata, Up To Me, che per molti altri songwriter sarebbe il pezzo pregiato del disco. Lui se lo può permettere.

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ELVIS COSTELLO & THE IMPOSTERS - Look Now

A dieci anni esatti da “Momofuku” (se non si conta il live “The Return Of The Spectacular Singing Songbook!!!” del 2012) il nuovo album con gli Imposters (Steve Nieve alle tastiere, Pete Thomas alla batteria eDavey Faragher al basso; quest’ultimo è l’unico membro che li differenzia dagli ‘storici’ Attractions) non ne ripropone le atmosfere rock-oriented. Delle dodici canzoni infatti, ma sono sedici se acquistate la deluxe edition, tre sono scritte insieme a Burt Bacarach - “Don't Look Now”, “Photographs Can Lie”, “He's Given Me Things” - rinnovando la fulgida collaborazione che produsse l'imperdibile “Painted From Memory”, ed una con Carole King - “Burnt Sugar Is So Bitter” - composta nel lontano ‘97 quando i due frequentavano lo stesso ristorante di Manhattan. Le restanti, tutte della penna di Declan MacManus, non si discostano dalle cadenze da crooner del Costello più intimista e quasi jazzato, a parte “Mr. and Mrs. Hush” e il singolo radiofonico “Unwanted Number”. Tra i bonus spiccano “Isabelle In Tears” per piano, voce e campanellini che se fosse ancora vivo Chet Baker rischierebbe di diventare un altro standard e la francofona “Adieu Paris (L'envie des étoiles)”.

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