Rock

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JUANA MOLINA - Halo

Facciamo ammenda subito per non aver trattato prima di questo disco incantato e misterioso, che molti hanno inserito tra i migliori della scorsa annata. La storia di Juana  Molina, causa scarsa esposizione ai canal i mediatici più fragorosi ogni volta richiede breve riassunto: famiglia argentina scappata dagli orrori di Videla ai tempi della dittatura, un passato prossimo da attrice comica, un passato recente e attuale da streghetta ammaliante del cantautorato elettronico più trasversale che esista. Samples che girano in loop, schegge che giocano al riciclo continuo, una vocina sottile, diafana,  sempre in spagnolo, che invece di presenziare imperiosa arrotando le “erre” si tiene quasi in disparte, spesso su una sorta di dolcissimo “cantato – parlato”. Dunque tutti i riferimenti già usati in Laurie Anderson, Robert Wyatt e Biörk tornano e si confermano. E non è un limite: ma il pregio di un disco che, ascoltato tutto di fila, appare come una sorta di labirinto sismico attraversato da microfaglie. Di bellezza. (Guido Festinese)

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IMARHAN - Temet

Nel filone ormai consolidato del desert blues nordafricano, oltre ai gruppi più famosi come i Tinariwen e i Tamikrest trovano spazio anche altre band come gli Imarhan di cui parleremo qui. Il gruppo algerino (dodici anni di storia, ma Temet è solo il secondo album ufficiale) coniuga a proprio modo questo  genere, inserendo influenze molto diverse. Nonostante la presenza dei classici ‘blues’ lenti e ondeggianti, qui ci sono anche brani  funky che trasmettono voglia di ballare, tant’è che il termine ‘disco music’ può venir pronunciato (a bassa voce) per qualcuno dei brani. Nell’ambito del genere la proposta degli Imarhan si  potrebbe persino definire una deriva positiva  verso un sound commerciale e ambizioso che ricorda in alcuni momenti  il rock-blues  meticcio dei primi Santana, ma in salsa africana. (Fausto Meirana)

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CALEXICO - The Thread That Keeps Us

Il ritorno dei Calexico parte un po’ sottotono:  End Of The World With You è un brano dimenticabile e irritante. Con il  secondo brano, Voices In The Field, la scaletta si riprende, ma ancora zoppica e qualche preoccupazione comincia  ad affiorare. Di seguito, ahimè, si conferma il detto ‘non c’è due senza tre’... Ma all’improvviso, con un opportuno strappetto strumentale, dal quarto brano sembra iniziare un’altro disco, che infila una bella serie di brani come la quasi reggae Under The Wheels, la ballata The Town and Miss Lorraine e l’incalzante Another Space. Forse le bellezze della California, dove è stato registrato il disco, hanno distratto  il gruppo di Joey Burns e John Convertino, creando un disco interlocutorio. Per fortuna The Thread That Keeps Us trova bilanciamento con il disco in più dell’edizione deluxe. Lì troviamo sette brani in puro stile Calexico, con tre strumentali, come si usava un tempo... (Fausto Meirana)

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AMMUNITION – Same

Un supergruppo. Una volta, negli anni d'oro dell'hard rock (e non soltanto) si sarebbe detto così. Gli svedesi Ammunition, qui al loro debutto, per la Frontiers, riuniscono infatti il leader e cantante Age Sten Nielsen (ex Wig Wam) ed un plotone di artisti dal curriculum non certo irrilevante (sono infatti presenti ex membri di Circus Maximus ed addirittura dei finlandesi TNT, fra gli altri). Ne vien fuori un bellissimo disco di hard melodico, un AOR robusto ed appena metallizzato (quanto basta), che si abbevera, malgrado la provenienza scandinava, non tanto ai suoni nordeuropei, quanto piuttosto alla tradizione più classica degli USA anni Ottanta, Winger e Warrant in testa. Né mancano opportuni ed azzeccatissimi tocchi street-glam, stile Wasp-Twisted Sister dei bei tempi, per un risultato cromato e pressoché perfetto. C'è molta classe, cristallina davvero, nelle componenti melodiche di questi brani e l'appassionato non può che goirne. Cori aperti, adeguate armonizzazioni di chitarra, produzione a dire poco pulitissima, degna dei Def Leppard di Hysteria o dei Whitesnake di 1987: si ascolti giusto il singolo (che fa da battistrada al disco) Freedom Finder, o la dinamicissima Klondike. Atmosfere da pop metal statunitense ottantiano come se piovesse, insomma, per un grande album. (Davide Arecco)

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MARY GAUTHIER - Rifles & Rosary Beads

Siamo abituati a considerare le amare canzoni di Mary Gauthier quasi un esorcismo per i propri demoni esistenziali: una pratica di sublimazione che ha regalato dischi di rara intensità. Qui il presupposto è esattamente rovesciato: la Gauthier fa molti passi indietro, e decide di appoggiare un'associazione che si occupa di reduci traumatizzati dalle mille missioni militari che gli Usa hanno in corso, uno scherzetto che costa al Paese milioni di dollari, e una media di venti suicidi al giorno. Assieme a loro Mary ha scritto le canzoni di “Fucili & grani di rosario”. quasi un microfono aperto di storie vere su chi ha visto l'inferno, ne è stato parte, e se l'è pure riportato a casa: e a volte i diavoli erano gli stessi commilitoni, come nel racconto della meccanica in divisa in “Iraq”, dove gli stupratori sono i commilitoni. Rifulge di una luce oscura e disperata questo disco, una sorta di country rock gotico e imploso che affascina al primo ascolto, e che, peraltro, si può apprezzare appieno anche leggendo i testi, pure in versione italiana. (Guido Festinese)

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BABA SISSOKO - Mediterranean Blues

Baba Sissoko da parecchio tempo fa base in Italia, e le sue piste musicali hanno avuto modo di incrociare molto spesso quelle di altri grandi musicisti: dall'Art Ensemble of Chicago a Enzo Avitabile, in sostanza. E' un maestro dello ngoni, il piccolo cordofono che, nella forma suonata dai griot dell'Africa subsahariana è conosciuto anche come xalam, l'antenato in linea diretta del banjo nordamericano. La voce di Baba è possente, e spesso oltre allo ngoni trova modo di usare il tama, il “tamburto parlante” che riesce a riprodurre le curve melodiche di molte lingue parlate attorno al golfo di Guinea. Ogni titolo di questo splendido disco inciso dal vivo nella Piazza del Duomo a San Pietro Patti (Messina) contiene la parola “blues”, e non è un abuso: nella latenza della pentatonica usata in Africa occidentale sta la radice del blues come lo conosciamo, come hanno spiegato autorevolmente molti etnomusicologi. Qui però non troverete filologia, ma un flusso ammaliante e incendiario, spesso attizzato dalla chitarra “psichedelica” di Angelo Napoli, coadiuvato da clarinetto e tastiere di Alessandro de Marino, basso elettrico di Erick Jano, batteria di Kalifa Kone, più un paio di micidiali armonicisti ospiti. (Guido Festinese)

 

 

Top ten del mese

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