Rock

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JOHNNY MASCIS - Elastic Days

L’ex anima dei Dinosaur Jr., Johnny Mascis, torna dopo quattro anni con un disco solista (bello, diciamo subito); Elastic Days ci presenta una lunga selezione di brani piuttosto rilassati, caratterizzati dalle solite fughe di chitarra elettrica che sono il marchio  del chitarrista del Massachusetts. Il disco non stanca mai, anche se le canzoni sono talvolta piuttosto simili, ma hanno come valore aggiunto melodie sempre cantabili e accattivanti. Qualche volta, più che in altre pagine della discografia di Mascis, affiorano suoni che riconducono ad altri gruppi americani, come i Lemonheads di Evan Dando e persino i Son Volt di Jay Farrar. Tutto in regola, quindi, per un disco che torna sul lettore (sul piatto, nelle cuffie…)  volentieri, a dispetto della copertina bruttina ma filologicamente corretta e degli inguardabili capelli del musicista! (Fausto Meirana)

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 AGRICANTUS - Akoustikòs vol. I

L’anno prossimo festeggeranno il quarantennale. Quarant’anni belli e turbolenti, a un certo punto scanditi anche da qualche lite, perché il “marchio di fabbrica” di uno dei più significativi gruppi di world music mediterranea italiana è un bene prezioso e ambito , anche sei i tempi, oggi, non riservano più soverchie simpatie per le musiche che predicano l’incontro tra le culture. Akoustoikòs è una ripartenza coi fiocchi, bella, intensa e meditata. Anche perché il fiatista Mario Crispi, i plettri di Mario Rivera e le percussioni di Giovanni Lo Cascio hanno trovato una voce d’eccellenza a rilevare il difficile compito da “front woman” che è sempre toccato alle vocalist di Agricantus. Adesso c’è la voce intensa e drammatica della messinese Anita Vitale,  formatasi alla scuola di Maira Pia De Vito, perfezionatasi negli States, e poi presenza importante in altre band di world music. Una voce ben attrezzata per reggere l’intensità emotiva degli Agricantus, che ci piace anche ricordare spesso in studio con i “nostri” Pivio e Aldo De Scalzi, per colonne sonore tanto belle quanto fruibili anche al di là del medium cinematografico. Akoustikòs vol. I ( segno che ci sarà un altro o altri capitoli) ripercorre tracce lontanissime, lontane e vicine dalla lunga storia del gruppo. Un viaggio che a tratti  costeggia la ambient music, a volte ritmicamente pressante, altre ancora pura poesia messa in musica. Bentornati. (Guido Festinese)

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GRAHAM PARKER – Cloud Symbols

Tra il pub e il punk, non solo musicalmente, il passo può essere breve; di sicuro ad averlo fatto è Graham Parker – il primo della magnifica triade composta con Joe Jackson ed Elvis Costello a pubblicare un singolo nel lontano 1976 – che ha poi anche attraversato l’Atlantico per trovare negli States linfa, soprattutto black, vitale per la sua musica. Arrivato al 23° album in studio, Parker conferma pregi (molti) e difetti (qualcuno) di tutta una vita passata a cantare storie: un’estrema sincerità musicale, una buona capacità negli arrangiamenti (sono tornati i fiati dei Rumor Brass – con Parker fin dai tempi di "Stick To Me" del 1977 – e c’è una nuova ‘backing band’, i Goldtops con il fedele Martin Belmont alla chitarra, Geraint Watkins alle tastiere, Simon Edwards al basso e Roy Dodds alla batteria), il consueto riuscito incrocio tra un cantautorato malinconico (“Maida Hill”), l’energia del buon vecchio rock’n’roll (“Girl in Need”, “Nothin' From You”) e il fascino della New Orleans di Alain Toussaint (“Bathtub Gin”). Il difetto si può riassumere in una vena compositiva non sempre superlativa, che in un disco che supera di poco la mezz’ora assume i contorni di una tara ineliminabile. Ma per i fan Graham, e io tra loro, non si discute! (Danilo Di Termini)

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URIAH HEEP - Living The Dream

È  il caso di usare un vecchio adagio che recita, più o meno, “Più li attacchi, più li rafforzi”. Da molti, molti decenni i signori Uriah Heep, amati a spada tratta da legioni di fans in tutto il pianeta patiscono il complesso critico da “cugini poveri” dei Led Zeppelin, dei Deep Purple, dei Black Sabbath, messi in genere a sacra trimurti del classico hard rock anni ‘70. A parte il fatto che inclusioni ed esclusioni sulla “grandezza” sono faccende da bar ( perché allora non considerare nel pantheon del rock duro come il muro  i misconosciuti Budgie? E i Nazareth dove li mettiamo?), la band che nel 2019 compirà cinquant’anni di gloriosa attività nacque, notoriamente, sotto i cattivi auspici di una giornalista che affermò: “Se mai questo gruppo avrà successo mi suiciderò”.

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PAUL SIMON - In The Blue Light

Insieme all’annuncio del suo ritiro dalle scene arriva il quattordicesimo disco solista (esclusi quindi gli esordi con l’amico e compagno di ‘high school’ Art Garfunkel) di uno dei più grandi songwriter della canzone americana. Una formidabile capacità di scrittura a cui però ha sempre affiancato una straordinaria consapevolezza del tempo in cui agiva come artista e come persona. Quasi a riprova di quanto detto eccolo ripercorrere e rileggere alcune tappe della sua carriera, da “There Goes Rhymin'” del 1973 a “So Beautiful or So What” del 2011, tralasciando volontariamente brani celeberrimi o album epocali come “Graceland”. Per farlo si affida a un drappello di jazzisti (non una novità, vedi alla voce “Still Crazy After All These Years”) tra cui Wynton Marsalis che arrangia l’orwelliana “Pigs, Sheep And Wolves”, trasformandola in un’allegra fanfara New Orleans;o Bill Frisell, che colora in maniera inconfondibile “Love” “Darling Lorraine”, e “Questions For The Angels”; o John Patitucci, Jack DeJohnette e Joe Lovano (c’era David Sanborn nella versione originale) insieme per una “Some Folks' Lives Roll Easy” ancora più dolente e malinconica di fronte alla consapevolezza che “Most folks never catch their stars”.

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PAUL WELLER - True Meanings

Sono un vecchio fan (cioè: in età avanzata e da molto tempo) di Paul Weller e inevitabilmente ogni suo disco suscita in me emozioni contrastanti (di cui bisogna tenere conto per una corretta valutazione della recensione). La gioia di ritrovare un ‘vecchio’ amico si confonde con il malinconico rimpianto di anni che inevitabilmente non torneranno. Non ritorna nemmeno la musica degli Style Council e tantomeno quella dei Jam (ma qui si tratta di assecondare le leggi della natura, ché fare i punk a sessant’anni passati ‘suonerebbe’ alquanto anacronistico). Allora The Modfather decide di guardare avanti, cioè vivere consapevolmente il proprio presente: composizioni introspettive, spesso malinconiche, in cui ai consueti riferimenti si affiancano addirittura Nick Drake (l’intro di “Aspects”) o il più prevedibile George Harrison (“Books”); e poi ci sono gli ospiti, da Rod Argent, il leader degli Zombies (quelli di “She’s Not There”), che abbozza di vaga psichedelia l’apertura di “The Soul Searchers” con il suo organo Hammond (testo di Conor O'Brien dei Villagers) e la conclusiva “White horses” (qui il testo è di Erland Cooper), a Noel Gallagher, giusto per un paio di comparsate; soprattutto c’è una sezione archi che colora quasi ogni brano di riflessi autunnali, con un omaggio a “Bowie” per piano, chitarra e ‘string quartet’ davvero riuscito.

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