Rock

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GARY LUCAS & NONA HENDRYX - The World Of Captain Beefheart

Mentre è da poco uscito un box di 4 cd (“Sun Zoom Spark: 1970 to 1972”: contiene tre album - "Lick My Decals Off, Baby", "The Spotlight Kid" e "Clear Spot" più i soliti inediti o presunti tali), l’opera di Captain Beefheart è anche celebrata da uno dei suoi massimi esegeti, quel Gary Lucas che molti conoscono per la sua collaborazione con Jeff Buckley. Il funambolico chitarrista fin da ragazzino ha avuto in Don Van Vliet (questo il vero nome del ‘capitano’) il suo punto di riferimento, tanto da riuscirne a diventare prima amico e poi a suonare nelle edizioni più recenti della Magic Band. Per rievocare l’opera di Beefheart (scomparso nel 2010) Lucas ha allestito un gruppo con il bassista Jesse Krakow,il tastierista Jordan Shapiro (Gods and Monsters) e il batterista Richard Dworkin (Alex Chilton group). Ma sopratutto ha chiamato Nona Hendryx, una delle tre Labelle (sì, quelle di “Lady Marmalade”), nota anche per aver partecipato ai primi tour dei Talking Heads. È lei il valore aggiunto del disco, capace di muoversi tra i dodici brani (tratti da sei dischi compresi tra il 1967 e il 1978) con meravigliosa duttilità: con il free funky di “Sun Zoom Spark” e con la malinconia di “My Head Is My Only House Unless It Rains”, con il blues di “Sure 'Nuff 'N Yes I Do”, la dolcezza di “I'm Glad” e le atmosfere zappiane di “The Smithsonian Institute Blues (or The Big Dig)”. Lucas si conferma chitarrista strabordante, a volte anche troppo, ma la voce di Nona riduce tutto intorno al silenzio. (Danilo Di Termini)

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TANGERINE DREAM - Quantum Gate

La verità, subito: questo è il miglior disco dei Tangerine Dream da almeno una decina d'anni a questa parte. Idee, scampoli di melodie pentatoniche affascinanti da quattro, cinque note che si rincorrono e deflagrano come piccole supernova, il battito fremente dei sequencer. In pratica una macchina del tempo un po' aggiornata che riprende le piste siderali di Rubycon e Stratosphear, eppure qualcosa è cambiato. Altra verità, allora, e dura da sopportare: questo è il primo disco dei Tangerine Dream in cui non ci sia in formazione neppure uno dei fondatori del seminale e visionario ensemble che inventò, assieme ad altri pionieri, la musica elettronica in Germania, quattro decenni fa. Edagar Froese se n'è andato un paio d'anni fa. Aveva fatto in tempo ad abbozzare idee e punti centrali di questo disco, il primo di una serie che avrebbe dovuto indagare, in suono, misteri e paradossi della fisica quantistica. Le idee le hanno riprese in mano Thorsten Quaeschning, Ulrich Schnauss e Hoshiko Yamane, già da tempo in formazione. Hanno germinato, sono diventate pura bellezza. Froese può esser fiero dei suoi “ragazzi di bottega”. (Guido Festinese)

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STILLS & COLLINS - Everybody Knows

Qualcuno, non in Italia, s'è divertito a strapazzare questo disco, il primo inciso assieme da Stephen Stills e Judy Collins (sì, proprio, lei la signora “dagli occhi blu” che cantavano assieme Crosby, Stills & Nash, quasi mezzo secolo fa). Varrebbe insomma la finta regola per cui i Rolling Stones sono “giovani per sempre”, e tutti gli altri da reparto geriatrico. Le cose non stanno così: Stills ha la voce più affaticata, ma se tentate un blind test sugli armonici della signora Collins, l'anagrafe non vi aiuterà: ci sono tutti. E conta il nobile artigianato rock e autoriale dei nostri, che si divertono a citare anche Dylan e Cohen, con versioni misurate e convincenti di vecchi classici, gran spolvero di arpeggi acustici, classe ed eleganza a fiotti, un inizio pressoché perfetto con Handle with Care. Un disco, insomma, che potrebbe stare accanto, mutatis mutandis, a quello recente di Crosby. La qualità non va mai in pensione. (Guido Festinese)

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DAVID CROSBY - Sky Trails

 

A settantasei anni compiuti (il 14 agosto) David Crosby sembra godere di una seconda giovinezza: dal 2014 a oggi ha pubblicato tre dischi solisti, tanti quanti ne aveva incisi fino a quel momento dal meraviglioso esordio di “If I Could Only Remember My Name”. Il percorso iniziato con “Croz” e  “Lighthouse”, prosegue con questo album in si cui rinnova la collaborazione, nella scrittura e nella produzione, con il figlio James Raymond (il cognome diverso si spiega perché i due si sono ritrovati negli anni ‘90 quando il ragazzo, adottato, ha scoperto chi era il suo vero padre). Al di là dei legami biologici, la propensione al jazz di Raymond, assecondata dalla presenza di Michael League degli  Snarky Puppy e di musicisti come il sassofonista Steve Tavaglione e il bassista Mai Agan, evidentemente cultori dei Weather Report periodo Pastorius, contribuisce a sospingere le atmosfere musicali dell’album verso un jazz vocale e crepuscolare, in cui gli Steely Dan (l’apertura di "She's Got to Be Somewhere") incontrano la West Coast più raffinata (non a caso l’unico brano non originale è una struggente "Amelia" di Joni Mitchell, da “Hejira” del 1976). La voce, appena velata, di Crosby, disegna ballad come"Before Tomorrow Falls on Love" scritta insieme a Michael McDonald o l’ispaneggiante melodia di "Curved Air". Nostalgia? E che male c’è! (Danilo Di Termini)

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THE WEATHER STATION  The Weather Station

Il problema di certi dischi è solo essere raccontati; che poi non è, tecnicamente, un problema dei dischi ma, tutto al più, di chi deve recensirli. Questo omonimo disco di The Weather Station (all’anagrafe Miss Tamara Lindeman) è una noia mortale da leggere: folk rock, al femminile, un po’ malinconico un po’ no, con qualche aria tradizionale (celtica, americana) e qualche slancio pop (indipendente, byrdsiano). È quasi impossibile non citare Joni Mitchell (ma quella pura di “Blue”, non quella involuta di poi). È facile parlare di sirena country rock. “The Weather Station” è una noia mortale da leggere ma le sue canzoni sono una meraviglia da ascoltare: rotonde, melodiche, tradizionali, lievi e pesanti come il migliore pop. Le canzoni ti prendono gentilmente al collo e non mollano più. Semplicemente brava, anzi, Brava, con la maiuscola. (Marco Sideri)   

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LCD SOUNDSYSTEM - American Dream

L’ironia di questo disco (che a scanso di equivoci è ottimo) sta nel fatto che LCD Soundsystem (e il loro padre-padrone James Murphy) sono oggi dei classici; mentre quando hanno iniziato, nei primi 2000 o giù di lì, stavano sulla cresta dell’onda sonica. Erano la rivoluzione; sono istituzione. Si erano sciolti (nel 2011) e sono tornati. “American Dream” è un album dimesso, piega a una riflessione (adulta, stratificata) suoni e modi un tempo tempestosi (elettronica, techno, dopo punk). Le canzoni sono lunghe e complesse con un cuore pop che sfocia in ritornelli (call the police) e movenze disco (tonite) alternati a pseudo ballate avvolgenti e a battuta bassa (oh baby). Il quarto disco degli LCD Soundsystem è una aggiunta sostanziale e sostanziosa a un catalogo già valido. È un disco rock che non usa un linguaggio rock. È un classico/moderno. (Marco Sideri)  

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