Rock

Valutazione Autore
 
90
Valutazione Utenti
 
0 (0)
FAIRPORT CONVENTION - 50:50@50

Traguardo raggiunto, superato di slancio, e con qualche sostanziosa riserva di ossigeno ancora in serbo, per i gloriosi Fairport Convention. Il nastro da tagliare era quello del mezzo secolo di attività, cui allude anche il titolo. Racconta Dave Pegg, voce senza tempo e pulsante bassista del gruppo da quarantasette anni che Fairport è sempre stata, in ogni incarnazione, essenzialmente una macchina da suono per i palcoscenici, al di là dello status simbolico di certi loro dischi in studio che hanno incantato un paio di generazioni contribuendo a costruire la sostanziosa leggenda del folk rock d’Albione. Dunque anche qui il succo del palco è ben evidente: nella scelta di una buona metà dei brani ripresa dal vivo. Con risultati eccellenti, verrebbe voglia di chiosare: perché quando a raggiungere sule assi i Fairport è Mr. Robert Plant, che costruisce una Jesus on the Mainline da manuale del country blues gospelizzato, con tanto di sbuffi d’armonica cavata dai ricordi dei primi Zeppelin, e quando poi in The Lady of Carlisle è Jacqui McShee degli Steleeye Span a prendere con eleganza il posto che fu della torreggiante e Sandy Denny, i conti tornano tutti. Finisce il cd, e viene voglia di ripartire da capo, perché tanta aggraziata eleganza senza segni di incipiente senilità se la possono permettere in pochi, oggi. (Guido Festinese)

Valutazione Autore
 
88
Valutazione Utenti
 
0 (0)
THE JESUS AND MARY CHAIN – Damage And Joy

Pensate di comprare, dopo 19 anni di attesa, un nuovo libro di racconti del vostro autore preferito per poi scoprire, dai titoli e leggendolo, che cinque su quattordici già li conoscete. Con il nuovo disco dei fratelli Reid mi è capitato lo stesso; ci sono infatti alcuni brani, per fortuna i migliori, della loro attività post 1998 - svolta da soli, con nuovi gruppi o con la sorellina - che qui ricompaiono; l'iniziale "Amputation" altro non è che "Dead End Kids" dall'omonimo EP di Jim Reid del 2006; gli altri quattro mantengono almeno il titolo originale: "The Two of Us" (dall'album "Retox" dei Freeheat, 2001), "Can't stop The Rock" (da "Little Pop Rock" dei Sister Vanilla, 2007), "All Thing (must) Pass" (bellissimo singolo di TJAMC del 2008, inserito nella soundtrack della serie tv "Heroes") e "Song For A Single Secret" (singolo di Jim Reid & Sister Vanilla del 2005). Spiace che sulle note di copertina non se ne sfaccia alcun cenno; quel che è più sorprendente è che mi sembra, finora, non se ne sia quasi accorto nessuno. Ciò non toglie che "Damage and Joy" sia un gran bel disco (alle voci compaiono, tra le altre, Isobel Campbell e Sky Ferreira) che non deluderà i vecchi fans della band scozzese; non ci sono svolte stilistiche e forse è meglio così; ogni riascolto porta qualcosa in più e tocca corde che da tempo, troppo, non aspettavano altro. Can't stop the rock! (Marco Bonini)

Valutazione Autore
 
85
Valutazione Utenti
 
0 (0)
LULA PENA - Archivo Pittoresco

Lula Pena, poetessa, cantante e (ottima) chitarrista di Lisbona, con uno stile scabro e percussivo che sfrutta al meglio la possibilità di accompagnamento è una delle grandi voci del neo fado. Chi avesse in mente però una seguace della tradizione, con qualche aggiustamento tattico per la contemporaneità è completamente fuori strada. Lula, che dosa i suoi dischi a intervalli di tempo così clamorosi da far pensare che nulla le importi del mercato ( in media una decina d'anni tra uno e l'altro) sa sì affondare nelle pieghe più tormentate e scure della musica che ha preso nome dal “fatum” dei romani, ma al contempo dovete immaginare un talento che conosce ogni trucco per infiltrare il fado di chanson, di tango argentino e uruguayano, di morna capoverdiana, di atavici reperti trobadorici, perfino di ballad piegate sul blues che avrebbero avuto un bel posto nel canzoniere di un Leonard Cohen o, per restare nelle medesime estetiche, ma al femminile, di una Nico. Si sarà capito che la nostra ha dalla sua una voce conturbante e misteriosa, appoggiata su pochi e magistrali tocchi di chitarra, e che ogni brano è un viaggio decisamente  sorprendente. A un certo punto spunta fuori perfino No potho reposare, il brano classico sardo che fu illuminato dalla voce radiosa di Andrea Parodi: per lei è velluto scuro, frusciante e serpentino. (Guido Festinese)

Valutazione Autore
 
82
Valutazione Utenti
 
0 (0)
OPETH - Sorceress

Se si dovesse giudicare dal malinconico arpeggio iniziale di Persephone, uno potrebbe anche pensare di essersi i in una traccia acustica inedita della gloriosa Premiata Forneria Marconi che fu, con tanto di voce sussurrata ad insinuarsi tra le pieghe. Poi arriva un riff grande e grosso di pura impronta hard rock, e quella voce che sembra un calco di quella di Ian Anderson, il tutto si indurisce ancora con vampate metal come piaceva fare a Steven Wilson con i suoi Porcupine Tree. Altre citazioni? Un brano che si intitola Wilde Flowers, come il seminale gruppo canterburiano prima di Soft Machine e Caravan, Chrysalis, che sembra uscita di peso dai un disco dei Deep Purple Mark II, quelli più classici, The Seventh Sojourn, una specie di calco con riferimenti “etnici” dei Family, e così via. Al dodicesimo disco, gli svedesi Opeth, com'è successo anche ai cugini di suono Anathema, mostrano di aver lasciato alle spalle per sempre e senza rimpianti il death metal delle origini. Sono finiti in un trip settantino che potrebbe anche essere un vicolo cieco, ma fin quando la qualità dei brani è questa, godiamoceli senza remore. (Guido Festinese)

Valutazione Autore
 
80
Valutazione Utenti
 
0 (0)
CONOR OBERST - Salutations

Le preoccupazioni per la salute sembrano passate, quindi Oberst ci può persino scherzare su, e nel retro della copertina sembra stia subendo una rianimazione a bordo piscina, con  Jim Keltner impegnato a chiamare  il 118… Salutations è la versione full-band di Ruminations, il disco un po’ oscuro, uscito da pochi mesi,  che ha seguito il ricovero ospedaliero del poliedrico e versatile  cantautore di Omaha; lì c’era solo lui, qui c’è Jim Keltner alla batteria e i Felice Brothers come backing band (più Jonathan Wilson, M.Ward e Gillian Welch). Il tutto, oltre a rendere più piacevole l’ascolto della decina di brani già sentiti in Ruminations, ci consegna altri sette brani, forse un po’ meno densi, ma sicuramente dotati di un buon impatto sonoro, con i fratelli Felice a fare il verso alle band di Dylan, ma soprattutto a ‘quella’ Band…Che dire, infine, di questi dischi quasi gemelli? Se Ruminations vi è piaciuto, siate certi che il fratellone vi farà anche saltellare nella stanza grazie a fisarmonica e violino! (Fausto Meirana)

Valutazione Autore
 
85
Valutazione Utenti
 
0 (0)
GRANDADDY - Last Place

C’è in libreria, da qualche tempo, la ristampa di uno splendido romanzo di Kurt Vonnegut che si intitola Cronosisma.Il sarcastico scrittore americano immagina che un giorno il tempo cominci ad avvitarsi su se stesso, né futuro né passato, dunque, e una continua coazione a ripetersi degli ultimi eventi, avvitati in un loop temporale. Questo fa venire in mente un disco bello, importante e incredibilmente fuori tempo massimo come Last Place. Spieghiamoci: Jason Lytle aveva sciolto la band una decina d’anni fa, addio formalizzato con il notevole Just Like the Fambly Cat. Poi s’era rintanato a vivere tra i monti, facendo uscire un paio di dischi a suo nome che erano esattamente quanto ci si poteva aspettare: ottimo artigianato autoriale, senza il guizzo Grandaddy che spiazza e lascia qualche bella unghiata sull’anima. Adesso tornano, come se i dieci anni fossero archiviati in un filmino di dieci minuti. E riprendono le fila esattamente da dove avevano lasciato cadere la matassa:  dunque la consueta, geniale sintesi tra Neil Young, i Genesis laccati di tastiere perverse e minimali, il punk come fiammata improvvisa da consumarsi in briciole di secondi, le chitarre che sussurrano e volte si lascano scappare un ruggito su nervature pop ‘n’ roll.  E su tutto l’agrodolce siderale e tellurico assieme di quella vocina che racconta storie terribili come se ti stesse fornendo la ricetta della torta di mele, pessimismo cosmico avvolto nel miele degli armonici. A Lost Machine ruba il cuore, la conclusiva Songbird Son è la dimostrazione che si possono scrivere ancora brani spezza cuore, l’iniziale Way We Won’t, servita da un video che lascia una boccata d’amarezza è classico Grandaddy Sound. Benvenuti nel loop. (Guido Festinese) 

Top ten del mese

1.
Valutazione Autore
 
99
Valutazione Utenti
 
0 (0)
2.
Valutazione Autore
 
94
Valutazione Utenti
 
0 (0)
3.
Valutazione Autore
 
90
Valutazione Utenti
 
0 (0)
4.
Valutazione Autore
 
88
Valutazione Utenti
 
0 (0)
5.
Valutazione Autore
 
85
Valutazione Utenti
 
0 (0)
6.
Valutazione Autore
 
85
Valutazione Utenti
 
0 (0)
7.
Valutazione Autore
 
85
Valutazione Utenti
 
0 (0)
8.
Valutazione Autore
 
85
Valutazione Utenti
 
0 (0)
9.
Valutazione Autore
 
84
Valutazione Utenti
 
0 (0)
10.
Valutazione Autore
 
83
Valutazione Utenti
 
0 (0)