Jazz

Valutazione Autore
 
0.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)

Image Avvicinarsi al monumento “The dark side of the moon” per una rivisitazione in chiave jazz, potrebbe sembrare una follia: non per Sam Yahel, nell'ultimo gruppo di Joshua Redman e sideman di lusso per Madeleine Peyroux e Norah Jones, che ha riunito intorno al suo Hammond, Ari Hoenig alla batteria, Mike Moreno alla chitarra (nessun confronto con Gilmour, fraseggio puramente jazzistico tra Metheny e Frisell) e Seamus Blake al tenore. Tralasciando l'inqualificabile versione bossa nova di “Us and them” (ha fatto molto meglio la nostra Rita Marcotulli) e alcune cadute nel melenso (“Brain Damage”), quando la 'transgenderizzazione' riesce (in parte in “Breathe” e “Money”, totalmente in “Time”, “On The Run” e “The Great Gig In The Sky”) il risultato è davvero interessante. Incisione super audio cd ibrido per audiofili. (Danilo Di Termini)

{mos_sb_discuss:11}

Valutazione Autore
 
0.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)

Image Dopo la partecipazione al quartetto 'europeo' di Keith Jarrett negli anni '70, Jan Garbarek ha goduto di grande popolarità anche e soprattutto al di fuori della cerchia degli appassionati tra il 1992 e il 1993, con l''affascinante etno-jazz di “Twelve moons” e il medievale “Officium”. Dopo alcune prove diseguali ora ritorna con un disco, la cui titolarità è della percussionista di origine polacca, a cui è legato da un lungo sodalizio artistico. Ventuno frammenti (da 54 secondi a 4 minuti) in cui il musicista norvegese suona il sax soprano ricurvo, il tenore e il flauto in due degli episodi più riusciti (“Spirit Of Air” e “Spirit Of Sun”) mentre la Mazur espone un campionario di cento percussioni, spesso in completa solitudine. Tra Africa e Nord Europa, con tutta la bellezza e la difficoltà del caso. (Danilo Di Termini)

{mos_sb_discuss:11}

Valutazione Autore
 
0.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)

Image Un disco per tromba, pianoforte e quartetto d'archi? C’è di che essere sospettosi, se non fosse che Kenny Wheeler è un musicista che in una cinquantennale e prestigiosa carriera, raramente ha sbagliato scelte. E anche questa volta, sotto gli auspici dell’italiana Cam con cui ormai incide regolarmente e coadiuvato da John Taylor al pianoforte e dall'Hugo Wolf string quartet, il trombettista e flicornista canadese centra il bersaglio: semmai ancor più sorprendente è scoprire in alcune delle otto composizioni (tutte scritte da Wheeler, due, “Nita” e "String Quartet n.1”, eseguite esclusivamente dal quartetto) echi latineggianti o tanghi in chiave minore che vivacizzano l’austerità di alcuni brani. Un progetto non immediato, ma riuscito e affascinante. (Danilo Di Termini)

{mos_sb_discuss:11}

Valutazione Autore
 
0.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)

Image Il violinista genovese Stefano Pastor torna protagonista con un nuovo disco che lo mantiene ai vertici della sperimentazione jazzistica e non solo, confermando quello che ormai potremmo definire uno stato di grazia, vista la qualità delle sue tante recenti pubblicazioni. E altre sorprese sono in serbo per chi vivrà e vorrà prestare attenzione. Pastor è forse in questo momento l’unico musicista italiano in grado di scrivere nuove pagine da inserire nel libro mastro della storia del jazz. Lo abbiamo già detto, ma ci ripetiamo volentieri: Stefano fa la differenza soprattutto sul piano della strenua ricerca timbrica oltre che su quello tecnico e linguistico. Il suo violino ha un suono inconfondibile, impossibile da dimenticare per originalità e bellezza. Con estrema caparbietà, Pastor cerca e trova un timbro molto simile a quello di uno strumento a fiato: qualcosa di unico nel panorama mondiale. In questa incisione mette ancora più a punto pronuncia e fraseggio, che per velocità e legato sembra quello di un vero e proprio sax, tenore oppure soprano a seconda delle circostanze. Un particolare che fa immediatamente pensare all’ambiguità del “doppio significato” tanto caratteristica del jazz nero-americano: siamo alle prese con un violinista che ragiona e sviluppa il discorso musicale come un sassofonista.

Valutazione Autore
 
0.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)

Image Non si può certo dire che il trentatreenne trombonista barese affolli gli scaffali dei negozi di dischi: “Kaleido” è solo il terzo album a suo nome in quasi quindici anni. Del convincente “Indigo” (che nel 2006 ha contribuito alla vittoria nel referendum di Down Beat nella sua categoria) Petrella conserva Francesco Bearzatti al sax, Paolino Dalla Porta al contrabbasso e Fabio Accardi alla batteria (e l’affiatamento di un gruppo non improvvisato si sente) e invita alcuni ospiti tra cui Steven Bernstein (leader dei Sex Mob) alla tromba, e l’ex Quintorigo John De Leo (pregevole il suo intervento vocale in “Low tide”, in puro stile Blood Sweat & Tears). Un divertente e tradizionale “Jazz funeral”, un rapidissimo omaggio a Monk (“Evidence”) e un frenetico eclettismo nei restanti brani, tutti originali: da ascoltare. (Danilo Di Termini)

{mos_sb_discuss:11}

Valutazione Autore
 
0.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)

Image Un accordo rarefatto introduce “Black pearls make dream”; lentamente affiora un tema, sostenuto da un battito di percussioni, sospeso fino al silenzio. Così, tra Satie e Bill Evans, inizia il sesto disco del più raffinato interprete del nu-jazz, il norvegese Bugge Wesseltoft che, per la prima volta, ha deciso di fare tutto da solo. Con pochissima elettronica di supporto, alternandosi tra uno Steinway gran coda, un Fender Rhodes (modello 1971), qualche tastiera e un paio di interventi vocali (la cantante norvegese Mari Boine in "Yoyk”, il tragico e commovente appello, tratto da una trasmissione della BBC, della congolese Zawadi Mongane in “Wy”). Dieci brani eseguiti come lunga una suite, ammaliante e malinconica. (Danilo Di Termini)

{mos_sb_discuss:11}

Login