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Artisti italiani Recensioni Italiani QUINTORIGO - Play Mingus (Sam Production 2008)
 

QUINTORIGO - Play Mingus (Sam Production 2008) Hot

ImageNella bella autobiografia di Giuseppe Barazzetta, veterano della critica jazz in Italia, uscita di recente per i quaderni di Siena Jazz con il titolo Una vita in quattro quarti e disponibile in distribuzione gratuita fino ad esaurimento copie, ci si imbatte a un certo punto nella trascrizione di un carteggio datato 1964 intercorso tra Barazzetta e Charles Mingus. Una breve lettera di quella corrispondenza documenta la disperata incredibile richiesta di aiuto che il grande contrabbassista e compositore californiano rivolge a Barazzetta per promuovere meglio la sua musica e cercare di ottenere più occasioni di ingaggio, alla luce dell’ingiusta discriminazione che Mingus subisce nel proprio paese. In una nota di tenerezza, uno dei più grandi musicisti del secolo scorso informa Giuseppe Barazzetta che d’ora in avanti potrà comunicare con lui in italiano, rivolgendosi direttamente a Sue Graham, la donna che di lì a poco diventerà la compagna di Mingus fino alla sofferta scomparsa, che conosce l’italiano e che è disponibile a fare da intermediario; d’altronde, dice Mingus, “io posso a malapena scrivere in inglese”.

Come tutti i grandi del jazz, nonostante la difficile infanzia (a cavallo tra anni ’20 e ’30) a Watts, il famigerato ghetto nero di Los Angeles, Charlie Mingus aveva ricevuto fin da bambino, sia a scuola che in famiglia, una discreta educazione musicale, ma aveva difficoltà a scrivere nella propria lingua. Un dato di fatto che sottolinea ancora una volta l’importanza culturale e antropologica del ruolo che la musica riveste da sempre all’interno della comunità afroamericana, perché indispensabile forma alternativa di comunicazione in una società che per molto tempo ha previsto la discriminazione razziale ex lege. Grazie anche, quindi, al precoce contatto con gli studi musicali, ecco che la successiva sontuosa ed iperbolica opera artistica mingusiana, così ricca di spregiudicate e disparate suggestioni, campiture orchestrali, stratificazioni timbriche, strutture e forme complesse, resta tra le esperienze d’ascolto più intense, struggenti e spettacolari di ogni sempre. Oggi alcune delle sue composizioni più conosciute e intriganti vengono brillantemente rivisitate dai Quintorigo nel loro Play Mingus prodotto dalla SAM Production e distribuito da Egea. Con l’aiuto di alcuni ospiti eccezionali, come Antonello Salis alla fisarmonica e Gabriele Mirabassi al clarinetto, la formazione più sofisticata e interessante del panorama pop italiano (Valentino Bianchi, sax tenore; Andrea Costa, violino; Gionata Costa, violoncello; Luisa Cottifogli, voce; Stefano Ricci, contrabbasso) misura le proprie forze con gusto, padronanza e versatilità, su un repertorio affascinante e complicato, e tuttavia sempre immediato e accattivante, perché spesso la musica è più difficile da spiegare che da capire. Vengono così passati in rassagna i brani più famosi, da Phitecanthropus Erectus a Fables Of Faubus, da Jelly Roll a Goodbye Pork Pie Hat, ma anche pezzi meno conosicuti (si fa per dire!) come Moanin’, Reincarnation Of A Lovebird, Bird Calls ed Ecclusiastics. Il progetto ha preso forma nelle esibizioni dal vivo ed è diventato un disco solo dopo un lungo rodaggio sul campo. Un lavoro che si nutre di grandi ambizioni e che riesce a non tradire le attese, evitando il rischio di scadere nel manierismo, o nella vana ripetizione. Al di là, infatti, di una compitezza a tratti eccessiva (forse per il troppo rispetto nei confronti del materiale trattato), tensione creativa ed espressività si mantengono a livelli sempre elevati per tutta la durata di un album che sa emozionare e divertire. Un’operazione utile e intelligente, perché in grado di avvicinare al jazz e alla musica di uno dei più grandi compositori del Novecento un pubblico numeroso, una ampia platea “popular” capace questa volta di valicare quel noto confine tracciato dalla solita cerchia di appassionati. (Marco Maiocco)

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