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JOEL CATHCART - Flotsam

Joel Cathcart, diciamolo subito, è un genovese acquisito, visto che è originario dell’Irlanda del Nord; qualcuno può averlo visto suonare quella strana ‘pentola/astronave’ che è lo Hang nelle strade della nostra città, suscitando curiosità e ammirazione. Oltre a percuotere quell’aggeggio, Cathcart è anche un cantautore ‘tradizionale’ con voce (una bella voce) e chitarra. Questo Flotsam (uscito qualche mese fa)  è il suo secondo disco, viene dopo ‘Praglia’, debutto forse meno personale di questa nuova opera che ci consegna una decina di canzoni piuttosto delicate e curate con qualche tocco dissonante,  ma sempre di gran fascino, ‘canzoni come gli oggetti che lascia la mareggiata’ che è poi il significato letterale del titolo. Per ognuna di queste, nel curatissimo packaging del cd, c’è un’illustrazione dell’artista Michele Lepera, di cui vorremmo sapere qualcosa di più... Apprezzabili i contributi dei quattro musicisti che collaborano con Cathcart: gli archi di Laura Monti e Mattia Tommasini, il contrabbasso di Pietro Martinelli e la tromba (o il flicorno) di Stefano Bergamaschi. Tutti e due i dischi sono disponibili in negozio. (Fausto Meirana)

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BRUCE COCKBURN - Bone on Bone

Bruce Cockburn ha settantadue anni, e una brutta artrite che spesso lo tiene piegato come un  gancio. Fine delle querimonie sullo stato di salute. Bruce Cockburn il canadese è stato figura assai amata da chi ha qualche filo grigio o, come lui, s'è imbiancato. In Italia ha avuto una specie di culto, culminato in una radiosa apparizione al Club Tenco. Ha scritto canzoni meravigliose, e dischi decisivi per un songwriting rock raffinato, strumentalmente attrezzatissimo e pieno di contenuti. A differenza di molti colleghi, quando prende in man una chitarra e suona solo linee strumentali a scintille, come, per fare un paragone attinente, faceva John Martyn. Certi suoi dischi come In The Falling Dark o Dancin' in the Dragon's Jaws non possono mancare in una discoteca che si rispetti. Dopo i fasti degli anni Settanta ci sono stati parecchi momenti bui, ma ogni tanto la zampata del vecchio ed elegante leone salta fuori. Come in questo prezioso Bone on Bone. La voce appena arrochita dagli anni, il tocco scintillante sulle corde intatto, una vena più amara e bluesy, eccellenti ospiti ad arricchire canzoni belle e memorabili al primo ascolto, come Ron Miles con la sua cornetta, ascoltato spesso al fianco di Otis Taylor. Un gran ritorno. (Guido Festinese)

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ROLLING BLACKOUTS C.F. - Talk Tight

Già ad inizio anno, parlando qui  dei Rolling Blackouts C.F., il gruppo australiano di Melbourne, si diceva che le influenze ‘di casa’ erano più che evidenti, e la lunga ombra dei Go-Betweens incombeva sul loro suono. Un’altra cosa che ci si aspettava era un vero disco d’esordio, dopo il riuscitissimo  EP The French Press,  del quale si può leggere qui sotto:(http://www.discoclub65.it/rock/archivio-mainmenu-40/6624-rolling-blackouts-cf-the-french-press.html). Al contrario, la Sub Pop ripubblica ora l’opera prima del gruppo, Talk Tight,  che uscì un po’ sottotono nel 2015; un altro disco breve, con sette pezzi fulminanti, freschi, con chitarre acuminate  registrate in primissimo piano. Una delizia per chi abbia nostalgia dello scintillante pop del gruppo di Robert Forster e Grant McLennan, ma con un tocco felice e personale  anche se a tratti acerbo. Ma i ragazzi hanno tempo per migliorare e questi due EP sono certamente un ottimo antipasto. (Fausto Meirana)

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 JACO PASTORIUS - Truth, Liberty & Soul

A voler proprio esser pignoli, esistevano già testimonianze dell'incredibile Word of Mouth orchestra diretta da Jaco Pastorius nell'82: ad esempio il Live At Budokan, con repertorio pressoché identico a molte delle tracce di questo nuovo prezioso reperto. Il punto è proprio questo, però: uno può anche ascoltarsi l'integrale delle registrazioni di un tour, poi inevitabilmente si casca su una serata speciale baciata dalla dea dell'ispirazione, della voglia di suonare, di regalare emozioni. Ed allora “quella” sera diventa la sera speciale, magica. Ora la abbiamo, anche per l'immenso Jaco Pastorius.

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GREGG ALLMAN - Southern Blood

Gregg  Allman se n'è andato dal pianeta il 27 maggio scorso. Era malato, e provato parecchio dal male che lo stava consumando. Però, come tutti i vecchi leoni del rock, ha voluto lasciare un ultimo dono che funzionasse un po' da compendio delle tracce lasciate dal suo passaggio. E con caparbietà, nervi e muscoli tesi per un ultimo sforzo, e l'aiuto decisivo, in studio,, di un fuoriclasse dì come Don Was è nato il suo disco finale, accompagnato dal gruppo che lo seguiva sui palchi da quando non c'era più la Allman Brothers Band. Gente degnissima, professionisti innamorati di quel suono torrido e sensuale, caracollante e infiltrato di mille schegge musicali “altre” che è stato (e sarà) il southern rock. E dunque, per questo disco che già in copertina mette una passerella di legno su un tratto paludoso della Louisiana (ricordate lo “swamp rock”?), quasi a dire: “passate oltre, ma la strada maestra è questa”, Gregg ha scelto di cantare il Dylan di Going, Going, Gone da Planet Waves, Once I Was di Tim Buckley, Song for Adam di Jacksone Browne ( che era presente in studio, al momento della registrazione), la struggente ed inimitabile “Willin'” di Lowell George, “Black Muddy River” di Jerry Garcia, e così via. Dieci scintille che attizzano un  gran fuoco caldo, dodici nell'edizione de luxe che comprende anche un paio di versioni “live”, e un dvd che racconta il making of. Un lungo, grande addio. (Guido Festinese)

Top ten del mese

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