discoclub65

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THE FELICE BROTHERS - Undress

Per chi ama la musica americana che discende da Dylan ma senza complessi d'inferiorità, esce Undress, il nuovo disco dei Felice Brothers. Un disco di facile ascolto, con un rinnovato tocco di militanza politica, seppur blanda. La vena di Ian Felice, sempre un po’ malinconica, qui trova parole di critica verso l'amministrazione Trump, senza sventolare bandiere ma con ironia e sagacia. Musicalmente, oltre a quanto detto in precedenza, si sentono influenze springsteeniane (in zona Seeger sessions) ma anche l'eco ironica di John Prine e quella più disincantata di Conor Oberst. Peraltro le strade dei due cantautori si sono incrociate (nei dischi Ruminations e Salutations) e i Felice Brothers hanno accompagnato Oberst come backing band. Da artista completo, Ian Felice disegna anche la copertina floreale,  dimostrando una certa perizia, magari un po’ naif... (Fausto Meirana)

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KEVIN MORBY - Oh My God

Il precedente disco di Morby, City Lights era piaciuto abbastanza; fino a considerare la possibilità che il seguito sarebbe stato un capolavoro… Ora possiamo dire che ciò non è avvenuto, anche se Kevin Morby, con Oh My God, ci ha provato seriamente con impegno e ingredienti di qualità. Emergono, soprattutto, le tre-quattro canzoni pianistiche con accompagnamenti scarni da club e assoli di sassofono che sembrano provenire dalla colonna sonora di Taxi Driver (Bernard Herrmann). I coretti gospel che appaiono qua e là invece, sembrano rivelare un certo rispetto verso la fase ‘cristiana’ di Bob Dylan, periodo molto rivalutato  negli ultimi anni. Un altro punto di riferimento di questo disco sembra essere  il Nick Cave ‘confessionale’ situato tra The Boatman’s Call e No More Shall We Part. Un serio contendente per il disco dell’anno, con qualche brano debole, scelte coraggiose e una copertina da buttare. (Fausto Meirana)

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MEKONS - Deserted

Grande ritorno dei Mekons, dopo otto anni dal precedente disco. Il gruppo è originario di Leeds, ma molto presente negli USA, tanto da venir definito da Wikipedia come British-American Band. Deserted è un disco concept, più o meno, sul deserto. Per questo il gruppo lo ha registrato nel parco nazionale di Joshua Tree, in California. Vi si narrano storie desertiche vissute o immaginate (Iggy Pop a Berlino in cerca di un whisky bar, Lawrence di California anzichè d'Arabia e la figura di Rimbaud in Africa). Nel disco c'è il consueto mix di punk piuttosto abbordabile, à la Clash, e di folk-rock dal sapore molto inglese. I Mekons sono un miracolo che dura da più di quarant'anni, con piccoli cambi d'organico, e la consueta nonchalance nel vivere nella propria nicchia. Sempre sugli scudi i membri fondatori Jon Langford, Tom Greenhalgh e Sally Timms, menzione speciale per il violino di Susie Honeyman e gli strumenti del poliedrico Lu Edmonds. Buon ascolto, garantito... (Fausto Meirana)

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JJ CALE - Stay Around

Tara immediata sulla non appetibilità commerciale della copertina spartana, un primo piano neppure troppo nitido di J.J. Cale con cappello, nei suoi ultimi anni. Forse gli sarebbe piaciuta, schivo e orso com’era. Qualcuno ha detto che la musica di J.J. Cale non abita in un tempo normale: lo attraversa senza un passato o un presente. Tra cinque o cinquant’anni avrà lo stesso senso che quarant’anni fa. E’ il precipitato minimale e scabro dell’inimitabile (e dunque imitassimo: come la Settimana Enigmistica) Tulsa Sound, brani che si dipanano su sornioni mid tempo e vivono di lampeggianti illuminazioni blues, epifanie sottili country e rhythm and blues, schegge garbatamente jazz. Eric Clapton e Mark Knopfler gli devono molto, probabilmente moltissimo. Lui se n’è andato a 74 anni nel 2013, in punta di piedi, senza fare troppo rumore, come suo solito. Sua moglie, Christine Lakeland ha messo mano ancora una volta ai suoi prodigiosi e silenti archivi, e cavato anche queste quindici tracce. Una meraviglia. Ciò che per J.J. Cale era uno scarto, un avanzo, un qualcosa che non lo convinceva granché, per le nostre orecchie (e per quelle di tanti autoreferenziali signori della chitarra) è un miraggio e un’oasi vera assieme. (Guido Festinese)

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DERVISH - The Great Irish Song Book

Trent’anni: quest’anno gli irlandesi Dervish festeggiano tre decenni di presenza sui palchi di tutto il mondo, con una produzione discografica che ben di rado ha mostrato segni di logoramento o scarsa ispirazione. Ecco allora che suona del tutto giustificato autocelebrare un po’ la band stessa, che continua a reggere con eleganza, come in parallelo vanno facendo ad esempio gli Altan, e un po’ il gran repertorio irlandese sedimentato nei secoli, alla base di pressoché tutto il folk revival dell'ultimo mezzo secolo, e oltre, se andiamo a riascoltare qualcosa della prima metà degli anni ’60, prima ancora che esistessero i Fairport Convention, per capirsi. The Great Irish Songbook, come si conviene a tutte le feste grandi accoglie un gran parata di ospiti, ad affiancare la voce maestosa e cristallina di Kathy Jordan, che non ha perso uno spicciolo di flessuosa duttilità.

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