discoclub65

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CHRIS POTTER - The Dreamer Is the Dream

Sassofonista ormai affermato, Chris Potter continua ad alternare una carriera al fianco di mostri sacri come Dave Holland o Pat Metheny a progetti da leader, approdati da qualche anno sotto l’egida ECM. Questo è il terzo album per l’etichetta di Monaco, dopo il primo ispirato dall'Odissea di Omero, “The Sirens”, e il secondo alla testa di dieci elementi dell’Underground Orchestra. Qui siamo nella classica forma del quartetto coltraniano e la citazione non è casuale poiché le prime note di “Heart in Hand” rimandano inevitabilmente a “Naima”, la splendida ballad di “Giant Steps”. “Ilimba” è invece una lunga cavalcata, in cui Potter riecheggia l’altro suo grande mentore Sonny Rollins, dove c’è spazio per il pianoforte di David Virelles e la batteria di Marcus Gilmore (direttamente dal gruppo di Vijay Iyer, nonché nipote di Roy Haynes). Con il brano che dà titolo all’album si torna ad atmosfere più liriche: una sinuosa introduzione con il clarinetto basso precede una splendida esposizione di Joe Martin al contrabbasso, poi rientra il tenore del leader a terminare il sogno. “Memory and Desire” vede Potter al soprano, mentre gli ultimi due brani, gli oltre dieci minuti dell’astratto “Yosadhara” e lo spigoloso “Sonic Anomaly”, chiudono una prova di grande versatilità all’interno di un progetto coerente e omogeneo. (Danilo Di Termini)

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DIAMANDA GALÁS - All The Way

Icona dell’avanguardia radicale, nemica di qualunque ipotesi consolatoria dell’arte, più vicina alla performance teatrale che alla semplice esibizione musicale, Diamanda Galás da San Diego, da qualche anno a questa parte ha ritenuto di dover rendere più ‘accessibile’ le sue proposte. Le infernali e superbe prestazioni vocali che incrociavano i temi politicamente e socialmente rilevanti dei primi dischi, hanno lasciato il posto a opere - “Malediction & Prayer”, “La Serpenta Canta”, “Defixiones”, “Will And Testament” - composte quasi unicamente da cover di classici del rock, del blues e del jazz. A nove anni dall’ultimo della serie, “Guilty Guilty Guilty”, la performer di San Diego torna contemporaneamente con due dischi, uno dei quali, “All the Way”, prosegue in questa direzione fin dal titolo, tratto da uno standard reso celebre da Frank Sinatra nel film “Il Jolly Impazzito” (Oscar 1957 per la miglior canzone originale a Jimmy Van Heusen e Sammy Cahn). Tanto la versione di the Voice era carica di promesse e rasserenante (e la rilettura di Bob Dylan in “Fallen Angels” nostalgica come può esserlo solo un valzer country), così quella della Galás suona come un horror notturno e solitario, tra echi elettronici e urla sguaiate, in cui l’amore non sembra più essere un sentimento rassicurante, ma si costituisce piuttosto come un rapporto di potere (e inevitabilmente dolore).  È questo il mood che caratterizza anche “You Don't Know What Love Is” e “The Thrill Is Gone”, mentre la monkiana “Round Midnight” è eseguita in versione strumentale al pianoforte. Gli ultimi due brani, “O Death” e “Pardon Me I’ve Got Someone to Kill” provengono dal repertorio country e subiscono lo stesso trattamento, squartati, ridotti a brandelli e abbandonati senza voltarsi indietro. “So, if you'll let me love you, It's for sure I'm gonna love you all the way, all the way“. (Danilo Di Termini)

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SNAKE OIL LIMITED - The Hiss You Can't Miss!

E' possibile registrare un CD di Blues senza far ricorso a cover trite o a testi circonvoluti e musica fredda o incolore? Questo dubbio amletico è sciolto in positivo dal secondo CD della Snake Oil Limited di Dario Gaggero dopo il live d'esordio di due anni fa. Se non ci credete, provate ad ascoltare questo gioiello e vi sveglierete al mattino con in testa i riff taglienti ("Betty Ann") o il picking elegante ("Why?") del brillante chitarrista Stefano Espinoza, l'armonica misurata ed espressiva di Antonio "Candy" Rossi ("10 Cents in My Pocket", "Self Isolation Blues"), le tastiere raffinate di Alessandro Muda ("Concrete and Pain", "Tonight"), la sezione ritmica pulsante e precisa del bassista Andrea Caraffini (basso) e Tony Anzaldi (batteria), arricchita da Lina Di Giacomo e Sabrina Fanfani ai cori e, non ultime, la slide pungente dell'ospite più illustre (nonché produttore) Paolo Bonfanti ("Life Is A Ladder") e l'ecletticità della voce, ora profondamente blues ("Coal Heart"), ora con venature alla Sam Cooke ("I Don't Care What Nobody Say") o addirittura celestiale ("Concrete and Pain"), del leader Dario Gaggero. Un acquisto più che consigliato: obbligatorio. (Luigi Monge)

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BACCI DEL BUONO - Fondi di caffè

S'è mobilitata praticamente tutta l’eccellenza acustica di Liguria per questo disco di Bacci Del Buono, che porta un nome tanto simpatico quanto antico, e invece è ben lontano da avere trent'anni, anche se chi lo ascolta percorrere le corre di una chitarra acustica con un plettro tra le mani potrebbe, in un blind test, sostenere a ragione che si tratta di un maestro con decenni di esperienza. Bacci Del Buono tre lustri fa, giovanissimo, se n'è andato a scuola da Beppe Gambetta, che evidentemente, da principe delle note qual è non gli ha insegnato solo la tecnica, ma anche che un brano di composizione oltre al virtuosismo deve strizzarti anche un po' il cuore. E così è nato, un pezzo dopo l’altro, questo splendido esordio che riunisce attorno alle intense corde di Bacci figure come Edmondo Romano, Luca Falomi, Riccardo  Barbera, Marco Fadda, Esmeralda Sciascia, Fabio Biale, Filippo e Beppe Gambetta, Marco Ferretti,  Giulia Beatini: in pratica un elenco completo e incrociato di diverse generazioni dell'eccellenza acustica in chiave di salsedine. Troverete strumentali che sembrano raccontare storie belle e un po' segrete, echi d'Irlanda, una ninnananna, un brano in genovese che potrebbe essere  il miglior omaggio nascosto a Roberta Alloisio rapita sopra le nuvole, e tanto altro ancora. In pratica, ed è il caso di dirlo, un piccolo capolavoro di musica pan-mediterranea che ha il solo torto di essere troppo breve. (Guido Festinese)

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SLEAFORD MODS - English Tapas

È nella natura delle sorprese quella di stabilizzarsi; quindi la formula Sleaford Mods che fece tanto (relativo ma tanto) rumore con Divide and Exit (primo album da esportazione del duo inglese) oggi è una come piacevole conferma (tre anni e due dischi dopo). Ciò non toglie che sia (appunto) piacevole incontrare di nuovo i monologhi biascicati e le invettive di J Williamson sulle basi essenziali e sboccato di A Fearn. Il successo non ha dato alla tesa agli SM: i suoni sono un pelo più curati, la superficie del disco è lievemente più liscia; la sostanza però resta quella e la personalità pure; le canzoni sono cronache dal sottopancia britannico, un diario sferragliante di alienazione e dopo-punk. Musicalmente si parla di basi, più che di canzoni; ritmi sghembi, aggressivi, tastiere, drum machine. L’effetto sorpresa è svanito; il bel disco rimane. (Marco Sideri)

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