discoclub65

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 BEIRUT - Gallipoli

Il vezzeggiativo è infido, per natura. Può essere segno di affetto e simpatia (tesoruccio) o sinonimo di condiscendenza e levità (tesoruccio…). Beirut (il progetto oramai pluriennale di Zach Condon) è, musicalmente, da vezzeggiativo (in entrambi i sensi). Le sue, più che canzoni, sono marcette; i rimandi (a vari folk, a tradizioni vicine e lontane) sono accenni che sfiorano la superfice dei brani, al centro resta la voce di Zach e quel senso di piccola malinconia che permea dal principio i dischi di Beirut. Qui, senza sfornare capolavori, Zach riconquista il passo stupito e orchestrale degli esordi dopo anni di dischi diciamo medi. Aggiungete una spezia nostrana (il tiolo e una certa aria mediterranea dell’album vengono da un prolungato soggiorno in Italia) e il fascino dell’organo (che sta al centro del suono di Gallipoli) e il gioco è fatto. (Marco Sideri)

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 SLEAFORD MODS - Eton Alive

Quando si va in pizzeria, tendenzialmente si ordina pizza. E se si torna, ancora pizza. Magari con qualche condimento nuovo ma sempre pizza. E si va a casa contenti. Esistono suoni e gruppi che sono come la pizza: è una gioia incontrarli ancora e ancora, e trovarli uguali a se stessi. Emblematico è il caso degli Sleaford Mods che fin dalle premesse hanno poco spazio per cambiare ed evolversi. Gli ingredienti sono: una voce (inglese, biasciata, maleducata) e qualche ritmo (da tastiera, inglese, maleducato). Il risultato è lo stesso da una decina di dischi a questa parte e Eton Alive non cambia di molto la sostanza. OK, è lievemente più curato (lievemente) ed ha un paio di ritornelli (un paio) ma il pentolone di Fall, Streets, Parklife, vicoli inglesi, Suicide e polemica a buon mercato che li ha fatti emergere qualche anno fa bolle ancora. Grandissimi. (Marco Sideri)

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BRANFORD MARSALIS - The Secret Between the Shadow and the Soul

Dopo il non entusiasmante disco con il cantante Kurt Ellling, Branford Marsalis torna alla classica formazione del quartetto con il contrabbasso di Eric Revis, la batteria di Justin Faulkner (che ha sostituito Jeff "Tain" Watts nel 2009) e il pianoforte del bravissimo Joey Calderazzo. A suo agio sia insieme a Sting che con un'orchestra classica, il più anziano dei fratelli Marsalis ha ormai trovato una sua cifra stilistica originale. Dal dichiarato amore per il tenore di John Coltrane (che lo ha portato a rieseguire in un live, disponibile anche su disco, la suite di "A Love Supreme"), dagli echi di Sidney Bechet nel suo soprano ("Snake Hip Waltz" di Andrew Hill), da una densità esecutiva che ricorda il miglior Sonny Rollins ("Life Filtering from the Water Flowers"), Marsalis riesce a trarre l'energia per emergere come un autentico fuoriclasse: ascoltatelo nei due temi scritti dal suo pianista – la struggente "Conversation Among the Ruins", che prende il titolo da una poesia di Sylvia Plath, e l'altrettanto sensuale "Cianna"; o ancora nell'esplosiva versione di "The Windup" di Keith Jarrett. Grandezza che trova il giusto riflesso negli altri membri del gruppo, tutti all'altezza, tanto da risultare una delle migliori formazioni del jazz attuale. E uno dei dischi più interessanti di questa prima parte dell'anno. (Danilo Di Termini)

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BREWER AND SHIPLEY - Weeds

Ci sono nomi, nella storia del rock, che dopo qualche anno di fulgore passano in un oblio immeritato,  diventando quindi candidati ideali a periodiche riscoperte, per la gioia dei cacciatori di “antiche novità” che hanno fatto scaturire il nostro presente. Se ad esempio vi appassiona il folk rock che gravita su chitarre acustiche tintinnanti su arpeggi da manuale, voci che sanno innestarsi l’una sull’altra sprigionando voli di armonici, molte buone idee in sede di composizione, e la capacità, anche, di suonare qualche cover scoprendo angoli nascosti nell’originale, allora questa ristampa fa per voi. Brewer and Shipley ebbero un bel momento di fulgore allo scorcio dei ’60 e nella prima metà dei ’70 con una serie di dischi azzeccati e tutta sostanza, perfettamente in linea con quanto andavano facendo Crosby & Nash, Loggins & Messina, e tante altre celebri coppie in musica della California libertaria che fu. Loro erano del Midwest, ma si ambientarono perfettamente.

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PERFECT SON – Cast

Dietro questa sigla si cela il talentuoso Tobiasz Bilinski, giovane songwriter e musicista polacco, alle prese con una strumentazione elettronica (guitar synth, drum machine, programmazione, macchine ritmiche, piano digitale ed ovviamente tastiere) che fa da sfondo alla sua bella voce, proiettando l'ascoltatore in atmosfere techno-pop che profumano di anni Ottanta, ma che sanno pure aggiornare il sound di quella decade in termini più moderni, sotto il profilo sia della scrittura musicale, sia della produzione, decisamente moderna e mai patinata (del resto, il lavoro esce, non casualmente, per la Sub Pop ed in più punti pare di ascoltare una versione più sintetica e tecnologica dei Dinosaur Jr). I Perfect Son non sono – comunque – una one man band ed i tre collaboratori del leader forniscono un contributo comunque assai importante (con una batteria vera ed una chitarra significativamente presente): pertanto non si tratta di semplici comprimari. Le canzoni sono alquanto ben costruite e le melodie non banali, con talvolta quel gusto post che contraddistingue spesso questo tipo di prodotti musicali.

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