discoclub65

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ROGER WATERS - Is This The Life We Really Want?

 I Floyd senza Waters sono stati un'impeccabile navicella scintillante alla deriva senza comandante in plancia a dare una direzione altra che non fosse una rotta abusata e prevedibile. Roger Waters senza i Pink Floyd attorno è stato, ed è, un comandante pieno di idee e di voglia di osare senza le persone giuste attorno per fare il grande balzo. Risultato: alla deriva gli uni, con modesti progetti solistici, alla deriva l'altro, a celebrare se stesso con un “Muro” sempre meno giustificato e sempre più monumentale. Salvo piazzare qualche colpo intermittente a memoria di antichi fasti. L'ultimo colpo ben piazzato, necessario ma non sufficiente per i Floyd è stato, checché se ne discuta, l'ambiguo e notevole Endless River: tant'è che alla guida del suono non c'erano i Floyd, ma gente floydiana quanto loro. Nel carniere: almeno tre brani memorabili. L'ultimo colpo ben piazzato di Roger Waters si intitolava Amused to Death, e parlava di un'umanità estintasi, nell'interpretazione degli alieni, perché “morta dal ridere”. Un altro modo per ribadire, nella classicità del pensiero watersiano, che “il sogno del dopoguerra” di una generazione era finito in un'esplosione che faceva l'effetto di un implosione, come nel finale di “On the Run”. Ciò premesso, il sogno del dopoguerra oggi, seppellito nel grigio argentato dei cellulari ultima generazione, a rimuovere la tempesta di colori di una generazione,  fa chiedere a Waters se “E' questa la vita che vogliamo veramente?”. No, non è questa, piena di nuovi “omuncoli del destino” alla Donald Trump che assomigliano molto ai maiali di Animals. Stipata di cattiveria, di pressappochismo, di superficialità emotiva e mediatica spacciata per velocità di informazione a vantaggio di tutti. Il vecchio e disilluso socialista inglese ricicla se stesso in parole dure e suoni magnifici e floydiani del tutto prevedibili. Quanto c'era da inventare lui lo ha già inventato. Le briciole del Sogno non saranno mai banchetti, ma, appunto, solo briciole: preziose e trascurabili. (Guido Festinese)

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CLAUDIO LOLLI - Il grande freddo

Otto anni senza far dischi. L’ultimo avvistamento era stato il notevole “Lovesongs”, canzoni dove l’amore c’entrava sì, ma mai come svenevole aggrapparsi ad un’unica dimensione privata. Lolli, per fortuna di almeno una generazione, è uno che quando scrive “io” intende “noi”, e viceversa. Il travaso da vasi comunicanti tra persone e persona è continuo e motivato. Come dovrebbe essere, e come nessuno sa più fare. Adesso, a sorpresa, arriva questo Il grande freddo, ed ogni riferimento “sociale” è puramente voluto, perché Lolli non ha mai smesso di credere, assieme ad esempio allo scrittore  Erri De Luca,  che quanto si pensava un quarantennio fa fossero solo chiacchiere e distintivo. A prescindere dal fatto che la sconfitta storica ci sia stata, eccome: in fin dei conti anche Roger Waters oggi si domanda se “E’ questa la vita che veramente vogliamo”. E dunque: recuperati i musicisti che nel 1976 diedero polpa e caleidoscopio di suoni a “Ho visto anche degli zingari felici”, ecco il nuovo disco. Premio Tenco 2017. Dove si dice che “un grande freddo si  può sciogliere/ solo con le lacrime dei nostri furori”, dove troverete la lettera del partigiano Giovanni alla sua Nori, giù cantata anche dagli amici Gang in un bello spettacolo e nel recentissimo “Scarti di lato”. E poi, quanti ne conoscete che, come lui, per dare una definizione a chi siano oggi gli ex ragazzi del ’77 sappia ricorrere alle parole poetiche di Eugenio Montale, in “Non chiedere”, riuscendo ad essere credibile e perentorio allo stesso tempo?  Grande Lolli. Il grande freddo invece per lo spazio di nove canzoni resta fuori dalla finestra, e delegato a prossimi inverni dello spirito. (Guido Festinese)

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DUKE ELLINGTON - An Intimate Piano Session

Discograficamente parlando il 1972 è un anno molto particolare per Duke Ellington: i due dischi fino ad oggi disponibili - “Live at Whitney” in trio e “This one for Blanton” in duo - sono delle vere e proprie eccezioni in una produzione in grandissima parte dedicata all’esecuzioni per orchestra. A confermare la singolare tendenza ne arriva oggi uno addirittura in piano solo, con l’eccezione di qualche brano in cui il Duca accompagna, da par suo, i cantanti Anita Moore e Tony Watkins, e quattro bonus tracks provenienti dai bis di un concerto del 7 novembre 1969, eseguite dal solo quartetto rimasto sul palco dopo l’uscita dell’orchestra (c’è Wild Bill Davis all’organo). Ma torniamo al piano solo, formula da sempre affascinante per la relazione necessariamente peculiare che s’instaura tra esecutore e ascoltatore: appena risuonano le note di “The Anticipation” come per magia tutto scompare e la musica prende il sopravvento.

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STEVE EARLE & THE DUKES - So You Wannabe An Outlaw

Il nuovo disco di Steve Earle è dedicato a Waylon Jennings, ed è, diciamolo subito, il suo miglior disco da un bel po’; Jennings, che è scomparso nel lontano 2002, è ovviamente, l’outlaw del titolo, ma nel disco ci sono altri chiari omaggi, come al sopravvissuto per eccellenza della musica country, Wille Nelson; due cover per lui (solo nella deluxe edition, attenti!) e la condivisione del microfono nel primo brano del disco. Poi c’è il commovente ricordo del maestro-artigiano, Guy Clark, in Goodbye Michelangelo, dove il grande songwriter texano viene paragonato addirittura  al pittore rinascimentale… Sono citati inoltre, in un denso obituario, anche Merle Haggard, Steve Young, Greg Trooper e Bap Kennedy, tutti artisti scomparsi negli ultimi tempi. Il disco, però, non è per niente funereo e copre tutti gli aspetti  della musica di Earle, le ballate in punta di chitarra, il country più rigoroso con i controcanti femminili  e le sterzate rock-blues che lo hanno svelato una trentina di anni fa con il sanguigno Guitar Town. (Fausto Meirana)

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JOHN MARTYN - Head And Heart - The Acoustic John Martyn

Tra i grandi del folk mediato e poi del rock inglese, prima elettricamente ipnotico e digressivo, e poi in bilico tra jazz elettrico e pop sofisticato, sempre in combutta con i suoni di oltre Atlantico, autore, folk singer, chitarrista orchestra, dal sopraffino controllo barocco in fingerpicking sulle voci della sua chitarra, John Martyn è stato un personaggio geniale e controverso, ipersensibile e caratteriale, sempre sospeso tra lievi e gentili stati di grazia ed ombrosi terrificanti periodi oscuri (un doloroso oscillare tra "Grace and Danger", oltre che tra "Head And Heart", di cui sa certamente qualcosa la prima moglie, la vocalist Beverly Martyn). In questo doppio album, direttamente dagli archivi Island, la Universal ne ripropone la luminosa (mai del tutto esclusiva) vicenda acustica, prima della definitiva svolta elettro jazz popular, che probabilmente possiamo già datare a partire dal '77.

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