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I nostri preferiti Rock TRUE WEST - Hollywood Holiday Revisited (Atavistic 2007)
 

TRUE WEST - Hollywood Holiday Revisited (Atavistic 2007) Hot

Image Normalmente il ricordo migliora il passato. Ecco perché è preferibile non rivedere i luoghi o le persone che in altri tempi ci hanno affascinato. Ma luoghi e persone sono spesso complicati da ritrovare. Le ristampe dei dischi, invece, si fanno trovare con grande facilità (anzi sono loro a cercare noi) con il risultato che certi nostri privatissimi ‘capolavori’, una volta riascoltati, deludono. In rare occasioni, per fortuna, accade il contrario. All’interno del cosiddetto Paisley Underground, o più in generale, della neo-psichedelia californiana dei primi anni ’80, i True West non venivano considerati un nome di prima schiera. Non erano visionari come i Dream Syndicate, non erano aspri come i Thin White Rope e non erano suadenti come i Long Ryders e fu probabilmente questa somma di non-ragioni a impedir loro di trovare un contratto con una major e a farli dimenticare in tempi abbastanza brevi . Per contro è proprio questo lungo oblio (con annessa scarsa mitizzazione postuma) a rendere piacevolmente fresco l’ascolto di Hollywood Holiday Revisited, il cd che ripropone il primo ep e il primo album del gruppo (l’unico con il chitarrista e ‘mente’ della formazione Russ Tolman). Strepitose risultano in particolare le otto tracce di Hollywood Holiday (1983). Suoni tiratissimi, con le chitarre di Tolman e Richard McGrath che citano Quicksilver Messenger Service e Television (l'America da ovest a est, mica scherzi) per creare un acido, e a tratti cupo, suono desertico, mentre la voce di Gavin Blair aggiunge spine di cactus agli insegnamenti della new wave britannica.
La produzione è ruvida ma funzionale e le canzoni hanno un loro personalissimo epos senza autocompiacimenti (un po’ come per i quasi coevi australiani Died Pretty): And Then The Rain, lacerante e poetica, andrebbe considerata una delle canzoni capolavoro degli anni ’80 mentre Hollywood Holiday vale come manifesto estetico del Paisley Underground (potere alle chitarre e ai sentimenti per contrastare la deriva ‘sintetica’ del decennio) al pari di Tell Me When It’s Over dei Dream Syndicate. Una vera dichiarazione di principio è anche il recupero di Lucifer Sam dal repertorio dei primi Pink Floyd barrettiani, all’epoca del tutto fuori moda. Facile appassionarsi anche a Drifters (1984), per quanto si senta la mano di un produttore abbastanza mainstream quale Paul Mandel. La differenza d’approccio è percepibile proprio nella nuova versione, più gentile e addomesticata, di And Then The Rain così come nella dimensione quasi radiofonica di Hold On o nelle chitarre jingle-jangle di Shot You Down. Resta comunque percepibile la vitalità venata di oscurità del gruppo (Kerouac incontra l’esistenzialismo?) che per una volta si veste di abiti acustici nella bella Ain’t No Hangman.
Alla ristampa sono stati aggiunti tre brani, registrati fra l’ep e l’album e prodotti da Tom Verlaine. La collaborazione con l’ex Television non andò mai oltre questo esperimento (“Lui voleva 50000 dollari per produrre l’album, non ne avevamo solo metà,” spiega Tolman) ed è un peccato perché un suono così nitido e tagliente avrebbe fatto di Drifters un capolavoro. (Antonio Vivaldi)
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