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Marco Sideri
02 Aprile, 2008
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Di solito ci vuole un po’ perché un disco, o un musicista, sia considerato un pioniere, un innovatore, gli sia riconosciuto un ruolo (attivo) nella, perdonate, storia della musica. È cosa diversa dal semplice successo, anche se spesso vanno a braccetto: è quell’attestato corale di stima che premia la personalità e l’intuizione, la capacità di infilare qualcosa dove prima non stava nulla. Compito sempre più difficile mano a mano che il rock diventa vecchio, poi muore, poi risorge e così via. Beck Hansen, a diventare un pioniere/genietto/innovatore/punto di riferimento ci ha messo pochissimo. E con “Odelay” ha assicurato a sé stesso e agli altri che la corona era meritata e non sarebbe svanita al primo cambio di vento. Ma andiamo con ordine. Mr. Beck, famiglia hippie creativa, gioventù vagabonda ma culturale, nel 1994 sgancia la proverbiale bomba sull’orizzonte musicale: Loser.
Una canzone antica/moderna/orecchiabile/sperimentale tra folk, hip hop, rock e cantilena messicana; con un ritornello immenso, che non guasta. Tutti, nessuno escluso, applaudono. “Odelay” è Loser formato LP. Post moderno per scelta e con gusto, scritto egregiamente, divertente ma serissimo, suonato e arrangiato che meglio non si può. In cima a tutto, la voce strascicata del protagonista, capace di riassumere alla perfezione l’indolenza e la creatività della cosiddetta Generazione X. La musica di Beck si fa gioco della “autenticità” sbandierata da tanti musicisti coevi per sposare un suono ibrido e meticcio ma perfettamente amalgamato in una visione di insieme. “Odelay” è forse l’unico momento, di una carriera ancora oggi attiva e scalpitante, in cui nessun ingrediente manca all’appello. Gli anni ’90 raramente hanno suonato così vivi. (Marco Sideri)
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