Dopo l'acclamato "Coming Tomorrow Part One" - visionaria registrazione della Cosmic Band di Gianluca Petrella, omaggio alla musica intergalattica dell'orchestra di Sun Ra - ecco uscire un secondo disco targato Spacebone Records, la giovane etichetta discografica fondata dal geniale e imprevedibile trombonista pugliese. Protagonista di "Slaves" ovviamente lo stesso Gianluca Petrella alla guida (questa volta) della sua più recente formazione: il Tubolibre. Un agguerrito, scapicollato e coraggioso quartetto con, oltre al leader, Mauro Ottolini al sousaphone (e non solo), l'altro ottone della banda, una specie di bassotuba più maneggevole, Gabrio Baldacci alla chitarra elettrica e alla balalaika, Cristiano Calcagnile alla batteria e alle percussioni. Un disco che nelle intenzioni di Petrella vuole denunciare apertamente le tante schiavitù di questo tempo presente a tinte fosche, ma che in realtà sembra soprattutto un altro avvincente modo di raccontare la diaspora africana, almeno nella sua prima parte. Prigionia, deportazione, riduzione in schiavitù, nascita del blues, sono capitoli di un libro di storia che i primi quattro brani dell'album sembrano enunciare chiaramente, con una sintesi drammatica che rasenta la perfezione. Alla fine di questa evocativa sequenza, dopo la strabiliante versione cosmica di "Cypress Groove", epocale blues di Skip James del 1931 rivisto come dallo spazio, il disco perde in limpidezza narrativa, forse perché alla ricerca di una fotografia esaustiva della complessa e irriducibile odierna realtà, ma non in forza espressiva. Il tema armonico dominante rimane quello del blues e delle sue possibili inflessioni e declinazioni, in una reinvenzione mirabolante e fantascientifica della scala pentatonica, grazie anche al supporto di un elettronica utilizzata in modo sapiente e sorprendente. Momento centrale di questa seconda parte, i quasi 22 minuti di "Slaves", un vero e proprio viaggio nel viaggio. A partire da un rimeditato, impetuoso hard-rock, che dal blues ha preso le mosse, si viene catapultati in una sorta di sintetico, crepuscolare, angosciante, futuro remoto o primitivo - una specie di didascalia del nostro tempo - per poi tornare ancora una volta al blues più autentico, nuovo punto di partenza o di svolta per ricominciare a lottare e sperare. Un lavoro solido, un progetto consapevole, in cui echi del Brill Frisell più marziano, degli imprevedibili feedback hendrixiani, del blues stravolto dalla destrutturante elettricità di Elliott Sharp, dell'hard rock più energico, convivono, come spesso accade nella musica di Petrella, con la specificità del linguaggio jazzistico, la cui immortale storia è racchiusa in ogni singola nota del suo trombone, luminoso spettro sonoro della memoria. Eccellente. (Marco Maiocco)
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GIANLUCA PETRELLA TUBOLIBRE - Slaves
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