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Jazz Recensioni OMAR SOSA - Eggun
 

OMAR SOSA - Eggun OMAR SOSA - Eggun Hot

OMAR SOSA - Eggun

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Titolo
Eggun
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Nel pantheon degli Orisha, le divinità della santeria cubana, la religione sincretica fondata a Cuba dagli schiavi africani e ancora oggi praticata, composta di antiche reminescenze Yoruba ed elementi della religione cattolica, gli Eggun sembrano essere gli spiriti della morte, ma anche per comprensione gli spiriti degli antenati o di coloro che ci hanno preceduto, facendoci in qualche modo da guida. È in questo universo culturale che da sempre si muove il pianista cubano Omar Sosa, con il suo straordinario pianismo afro-impressionista, che da una parte prende le mosse dalla grande lezione armonica di Bill Evans, e dall'altra dall'afro cuban jazz di pianisti come Chucho Valdes o Arturo Sandoval, ma non solo ovviamente (anche Chopin e Satie, per esempio, sono tra i grandi mentori di Sosa, e l'elenco delle sue influenze musicali potrebbe davvero non finire). Ed è proprio per ringraziare molti dei musicisti che con la loro musica hanno illuminato la vita di Sosa, gli Eggun (appunto), come lui stesso dichiara in poche note di copertina, che nasce e trova fondamento quest'ultimo lavoro, al quale partecipa un nutrito numero di musicisti, per un progetto corale dall'ampio respiro orchestrale e culturale. L'album fa rivivere di continuo, quasi in forma di leggiadra preghiera, e come in un prismatico e fantasmatico gioco di specchi, la musica e il suono di grandi maestri del passato, quali Miles Davis (proprio su tutti), John Coltrane, Bill Evans, Thelonious Monk, Machito (probabilmente il primo all'inizio degli anni '40 a New York a letteralmente inventare l'afro cuban jazz, poi portato al successo, nella sua definitiva trasformazione americana, da Dizzy Gillespie e Chano Pozo), Andrew Hill, Don Cherry, Fela Kuti e molti altri, tutti menzionati dallo stesso Sosa nelle già citate brevi note di presentazione del disco. Per avere un'idea di questo sia induttivo che deduttivo processo musicale, in cui, grazie a preziosi arrangiamenti, forme, melodie, familiari timbri, appaiono e scompaiono come dal nulla, basti ascoltare i sei interludi disseminati qua e là lungo il percorso, nei quali è la melodia di "Blue in Green" a rivelarsi ogni volta in una meravigliosa, ammaliante nuova veste, o la strabiliante "Rumba Connection", tutta costruita attorno alla linea melodica di "Sketches Of Spain", che, inutile dirlo, come "Blue in Green", rappresenta un fondamentale tassello dell'epocale e davisiano "Kind of Blue". Attorniano Sosa, lo dicevamo, una serie di valentissimi musicisti, tra i quali, oltre a un'agguerrita pattuglia di percussionisti, il sorprendente trombettista davisiano Joo Kraus, l'ottimo tenor sassofonista coltraniano Peter Apfelbaum, e l'eccezionale chitarrista Lionel Loueke, strumentista popular, sperimentale, al contempo perfettamente inscritto nella storia del jazz, e però come sempre uscito dall'Orchestra congolese Baobab, con il suo fulminante, ritmico, staccato stile. Un simbolo Loueke (potremmo dire) del raro, profondo, moderno equilibrio tra acustica, elettricità ed elettronica, che caratterizza intelligentemente l'intero album. Un illuminante e colto esempio di etno jazz orchestrale (ne sarebbero contenti sia Don Cherry che Gil Evans), chiuso da una finale e rabbrividente invocazione agli spiriti, che sembrano davvero aleggiare nell'aria, grazie a discreti e sapienti effetti elettronici, con i quali Sosa si diverte spesso e volentieri. Altamente suggestivo. (Marco Maiocco)

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