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Jazz Recensioni RUDRESH MAHANTHAPPA - Gamak
 

RUDRESH MAHANTHAPPA - Gamak RUDRESH MAHANTHAPPA - Gamak Hot

RUDRESH MAHANTHAPPA - Gamak

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Titolo
Gamak
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Il termine gamak pare sia un'antica parola di derivazione sanscrita, che nella musica classica indiana, carnatica principalmente, quella cioè diffusa, con la sua predominanza strumentale più che vocale, nel sud del subcontinente indiano, dovrebbe indicare il concetto stesso di ornamentazione musicale o più probabilmente, e meglio specificamente, il modo, del tutto personale, attraverso il quale ciascun musicista cerca e trova l'intonazione di una specifica nota in un dato momento. Nella tradizionale "forma aperta" della musica indiana, il raga, il gamak non svolgerebbe la funzione di semplice abbellimento, ma conferirebbe direttamente l'intrinseco carattere, cromatico soprattutto, ad un raga determinato. Nel complesso sistema microtonale indiano, infatti, vige da sempre, dai testi vedici in poi (potremmo dire, azzardando un pò), una sorta di principio di indeterminatezza tonale, tale per cui le figure del compositore e dell'esecutore improvvisatore, anche all'interno di specifiche strutture predeterminate, tendono quasi magicamente a confondersi. Mutate le cose da mutare, è un po' quello che capita nel mondo del jazz, al cui interno non solo si assiste ad un continuo gioco sul pitch, l'intonazione, oltre che sul beat, il singolo impulso ritmico (questo in sintesi il jazzistico concetto di swing), ma anche al fatto che una versione parkeriana di un qualsiasi standard, per fare un semplice esempio, risulta sì essere una nuova interpretazione, ma soprattutto una nuova composizione, con la quale doversi confrontare. Attenzione, qualcosa di simile avveniva anche nella colta musica antica occidentale - e non invece nella musica classica eurocolta successiva all'introduzione del calcolato temperamento -, nella quale gli accordi erano indicati con delle sigle, un po' come avviene oggi nella popular music di estrazione anglosassone, ma anche nel jazz ovviamente, e la composizione dell'accordo stesso, o meglio della sua componente finale, data ovviamente un tonica di partenza, veniva spesso affidata, detta molto in soldoni, al gusto del singolo musicista, che in questo modo dava un'impronta personale (in questo caso votata all'abbellimento) ad una predeterminata composizione, andando oltre il semplice ruolo di esecutore. Di tutto questo Rudresh Mahanthappa, melismatico alto sassofonista post ornettiano (anche se la definizione rischia di essere riduttiva), di origine indiana, curiosamente nato a Trieste, e da tempo animatore della scena newyorkese, è naturalmente del tutto cosciente. Cresciuto nelle fila dei gruppi dell'altro "nuovo" talento del jazz mondiale di origine indiana, il pianista Vijay Iyer, Mahanthappa è oggi unanimemente riconosciuto come uno dei migliori sassofonisti jazz in circolazione. La sua filosofia musicale sta tutta nel titolo, quasi una sorta di manifesto, affidato a questo suo ultimo lavoro, "Gamak" (appunto), il cui senso abbiamo cercato, forse un po' convulsamente, di spiegare: elaborare in itinere un estetica musicale in movimento, capace di risultare sempre un po' sfocata, frutto di una profonda, continua e sperimentale contaminazione tra diverse culture, che possono e devono parlarsi, sulla scorta di perduti e sepolti percorsi storici, in grado di offrire svariati e dimenticati punti di contatto, e soprattutto in virtù di un presente ed un futuro che il rimescolamento delle carte (purtroppo o per fortuna), anche proficuamente, lo stanno già imponendo. In "Gamak" convivono, quindi, armoniosamente cultura indiana e cultura occidentale, jazz d'avanguardia e progressive rock, heavy metal e molte altre idee e suggestioni di matrice (potremmo dire) più "etnica", africane ed orientali per esempio. Una molteplicità di soluzioni espressive appannaggio in realtà, e sorprendentemente, di un semplice agguerrito quartetto di derivazione jazz rock. Una formazione, nella quale Mahanthappa ricompone la sua prima e vivace sezione ritmica, costituita dagli esperti François Moutin al contrabbasso e Dan Weiss alla batteria, aggiungendo a questo nucleo originario la straordinaria bravura, imprevedibilità e inventiva di David Fiuczynski alla chitarra elettrica. Già assiduo collaboratore di Jack De Johnette e molti altri artisti di vaglia, Fiuczynski è il vero mattatore di questa registrazione (che è stata pensata proprio per la sua incredibile duttilità), grazie alle sue intrepide scorribande sulle corde della chitarra, tra glissandi impossibili, danze sull'intonazione, imprendibili assoli cromatici, e un'elettrica, funambolica e riverberante microtonalità, quasi suonasse un sitar o un sarod amplificati. Pirotecnico. (Marco Maiocco)

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