Questo articolo è stato pubblicato sul settimanale Diario del 29 giugno 2007
Julia Blackburn Lady Day
traduzione di Sebastiano Pezzani
pagine 352 euro 29,00
il Saggiatore
Nel gennaio del 1979 Linda Kuhel si reca a New York per assistere a un concerto dell’orchestra di Count Basie; dopo lo spettacolo, invece di recarsi al party dov’è attesa, torna in albergo, scrive una lettera e si getta da una finestra del terzo piano. Tra le motivazioni c’è l’impossibilità di pubblicare il libro cui sta lavorando da anni, una biografia dedicata a Billie Holiday per la quale ha intervistato più di 150 persone che avevano conosciuto personalmente Lady Day. Ha messo insieme centinaia di ore di registrazioni, minuziosamente trascritte e catalogate; ha raccolto documenti legali, cartelle ospedaliere, dossier della polizia, liste della spesa, fotografie, lettere di editori, di discografici, di amanti, ma, dopo la sua morte, il materiale viene accatastato in alcuni scatoloni e dimenticato fino agli anni ’90, quando la famiglia vende tutto ad un collezionista.
Qui entra in scena Julia Blackburn. Conosce Billie Holiday a quattordici anni, ad una festa organizzata da sua madre: tra gli invitati una prostituta e un omosessuale che in passato le hanno proposto di vendere la sua verginità e anche un uomo che la osserva avidamente, strizzandole l’occhio e mandandole baci a labbra strette. La ragazzina non trova di meglio che rifugiarsi in un angolo; è attirata da un disco, in copertina una donna che sta cantando con lo sguardo rapito. Lo mette sul giradischi e appena quella voce “da leonessa, allo stesso tempo timorosa come una bambina” si diffonde nella sua vita, Julia comprende di non essere più sola.
Anni dopo, alcuni saggi e due romanzi alle spalle, quella ragazzina decide di ripercorrere i passi di Linda Kuehl: riesce ad accedere al suo archivio e ne analizza il contenuto, riordinandolo; poi si rende conto che così il libro non funziona. Allora lascia i protagonisti liberi di parlare, limitandosi a inserirli in un blando ordine cronologico, aggiungendo qualche raccordo tra le varie storie. Ne viene fuori un affresco popolato da decine di volti, uomini e donne, personaggi famosi e sconosciuti, millantatori e persone semplici: come Mary “Pony” Keane, un’amica con la quale Billie rubava nei negozi, fumava spinelli e si prostituiva (“niente di inusuale, tutte lo facevano”). O come Christine Scott che l’aveva conosciuta alla Casa del Buon Pastore dove era stata mandata a nove anni per aver marinato la scuola. La ricorda carina, con la carnagione bruna, eccitatissima nel suo vestito bianco il giorno della prima comunione. Quando la Holiday vi tornerà, ormai celebre, nel 1950, canterà My man, per la gioia delle ragazze e l’orrore delle suore; Christine, che si trova ancora lì, non la vedrà: è fuori a dar da mangiare le galline e nessuno si preoccupa di avvertirla.
Nei racconti di musicisti che l’hanno adorata, magnaccia che l’hanno sfruttata (e picchiata), vicini di casa e attrici di Broadway, poliziotti e avvocati, scorre mezzo secolo di storia americana, intravista dall’interno di misere stanze in affitto, di squallidi locali in cui i clienti soddisfatti lasciano i loro dollari nella biancheria intima delle cantanti (ma la Holiday non accettò mai questa umiliazione e da qui il soprannome di Lady Day), dai sedili spellati di pullman che portano le orchestre in massacranti tournée, dai teatri dove i neri rimangono chiusi in camerino fino all'inizio dello spettacolo. Al centro c’è sempre lei, Eleanore Gough McKay, nata a Philadelphia il 7 aprile del 1915, da Sarah Julia Harris, casalinga di diciannove anni, e, forse, da Clarence Holiday, suonatore di banjo. L’infanzia a Baltimora dura poco, perché se a dodici anni un vicino di casa ti stupra non ti resta molto da giocare; poi New York, cameriera in un club dove inizia a cantare; il controverso rapporto con la madre, l’alcool, la droga, gli amori falliti, tutte le tappe di una tragica e selvaggia esistenza di cui, nel libro, ognuno espone la propria visione, il suo pezzo di verità che a volte contraddice la precedente. E tra le righe, in ogni pagina, in ogni testimonianza, il ricordo di una voce unica e irripetibile; anche negli ultimi giorni dei suoi quarantacinque anni, quando graffiata e incerta riesce ancora a raccontare come nessun’altra la solitudine della vita. Perché, ricorda il sassofonista Tony Scott, “quando Ella Fitzgerald canta My man he’s left me pensi che il suo uomo sia sceso in strada a comprare il pane. Ma se è Lady che canta, quel tizio lo vedi allontanarsi sulla strada. Ha fatto le valigie e non tornerà mai più”. (Danilo Di Termini)





