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Miscellanea Articoli miscellanea Raccontando il canto della notte: una storia per immagini dei primi Celtic Frost
 

Raccontando il canto della notte: una storia per immagini dei primi Celtic Frost Hot

celtic-frost-logo-bpSorprendenti per le soluzioni avventurose e assai sperimentali adottate in ogni loro realizzazione, gli svizzeri Celtic Frost furono, nel panorama musicale degli anni Ottanta, uno di gruppi più coerenti e controcorrente: in loro un retroterra dalla forte impronta metal – il doom di Black Sabbath e Judas Priest, lo speed con venature hardcore punk di Motorhead e Venom – si sposò con la lezione più dark della new wave di allora, quella dei vari Bauhaus, Christian Death e Siouxsie and the Banshees. Ne venne un suono inimitabile e irripetibile, con montagne di effetti digitali e un uso notevole di tastiere, archi, sintetizzatori, drum machine e campionamenti molto in anticipo sui tempi. Il gruppo di Zurigo inanellò una breve sequenza di capolavori, indimenticabili in ambito gothic-estremo, sbagliando un solo disco (il discusso tentativo commerciale di Cold Lake, 1988), per poi sciogliersi dopo averci regalato un rifacimento di Heroes di Bowie che resta nella memoria. Il culto per i Celtic Frost, che mai raggiunsero il successo che avrebbero meritato, venne tenuto in vita da legioni scelte di ammiratori devoti. Hanno dichiarato di averli amati non poco, in anni a noi più vicini, band come Enslaved, Opeth, Grave, Emperor, Mayhem e Darkthrone. E proprio a Nocturno Culto, membro di questi ultimi, spetta l'onore – la parola non è, visto il contesto, sbagliata – di aprire con la sua prefazione lo splendido volume dal titolo Only Death Is Real (Hong Kong, Bazillion Points Books, 2010). Si tratta, per la grandissima parte, di un libro fotografico, che racconta per illustrazioni e immagini, quasi sempre in b/n (solo l'ultima, magnifica, sezione è a colori) la storia dei primi Celtic Frost. onlydeathisrealAutore del libro è Thomas Gabriel Fischer, coadiuvato da Martin Eric Ain: altrimenti detto, le due menti del Gelo celtico. La narrazione si snoda per fotogrammi (tanti, notevoli e a volte quasi commoventi) e parole (poche, ma appropriate, da parte dei curatori). Il lettore ha così l'opportunità di cogliere visivamente l'alba di una vera leggenda, iniziata senza troppe speranze nel 1981 con il nome di Hellhammer. Le vicissitudini di questi ultimi, primo nucleo dei CF, sono note agli esperti: giusto tre demo tape (tutti registrati nel 1983) e un mini-LP, dal titolo Apocalyptic Raids, uscito nel 1984 e coperto dagli strali di una critica coi paraocchi, nello stesso anno in cui i Celtic Frost esordivano con Morbid Tales, primo tassello nella storia del loro contributo al verbo nero in musica, autentico manifesto di un black-thrash fenomenale e flagellato da un violino notturno. Sarebbe da bugiardi negare quanto sia emozionante sfogliare queste pagine: attraverso photo-sessions, immagini di vita in studio e sul palco, Ain e Fischer ci riportano ai giorni gloriosi di Grave Hill, ove, loro giovanissimi, tutto cominciò. Non ci sono – o meglio, non dovrebbero esserci – retorica e sentimentalismo nel raccontare quell'epoca svanita in fretta. Eppure, se è vero che sempre il tempo cristallizza il ricordo, quest'ultimo viene da Fischer ed Ain riconsegnato a noi tramite un racconto di immagini dalla suggestione fortemente evocativa. Eccessivi, provocatori, dissacranti, ingenui (una ingenuità che gli Autori del volume non nascondono), sinceri, onesti e leali, tanto verso se stessi quanto verso chi – e numerosi non lo furono mai, almeno in principio – credette in loro, aiutandoli a superare difficoltà di ogni genere: più di tutto, Fischer ed Ain intendono questo libro alla stregua di un omaggio a quel 'sogno di creare qualcosa di davvero e profondamente speciale' che rappresentò la ragion d'essere degli Hellhammer prima e dei Celtic Frost poi. Il volume si chiude con il sorgere di un'età nuova, nel 1985: in quell'anno infatti, mentre gli oramai disciolti Hellhammer comparivano sul quinto capitolo della storica compilation Metal Massacre, i Celtic Frost davano alle stampe prima il mini Emperor's Return e, quindi, To Mega Therion, pietra angolare di diversa musica a venire, dedicato ad Aleister Crowley come, moltissimi anni dopo, l'effimero e splendido come-back di Monotheist (2006), impregnato d'esoterismo e di trame occulte come ai bei tempi. Oggi tutto è nostalgia, sensazione di irreversibilità di ciò che è trascorso, ma anche consapevolezza virile d'aver coltivato un qualcosa che solo la morte ha contribuito poi a rendere reale. (Davide Arecco)

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