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Rock Recensioni KAREN DALTON - Cotton Eyed Joe (Megaphone 2007)
 

KAREN DALTON - Cotton Eyed Joe (Megaphone 2007) Hot

ImageCi si sente parte di un mondo ingiusto a tessere le lodi, ora, di Karen Dalton, ovvero di un’artista che morì nel 1993 in una strada di New York sola e dimenticata da tutti. Certo non è colpa nostra, lontani come siamo dal centro degli eventi, se Karen non ebbe in vita la fortuna artistica che avrebbe meritato, però c’è in questo culto postumo, a cui partecipano fra gli altri Devendra Banhart e Nick Cave un po’ di compiacimento morboso. E per fortuna parliamo di una figura davvero straordinaria, di cui tutti dovrebbe possedere almeno In My Own Time, album del 1971 ripubblicato lo scorso anno e, in seconda battuta, It’s Hard To Tell Who’s Going To Love You The Best (1969). Cotton Eyed Joe riproduce invece nastri registrati in un locale di Boulder, Colorado, nel 1962 in cui la cantante si accompagna alla chitarra e in qualche caso al banjo. I ventuno brani sono tratti dal repertorio blues e folk in voga all’epoca tra i giovani revivalisti.

Karen è già bravissima e solo un ascolto distratto può far giudicare noiose queste versioni stranamente dilatate (specie in certe parti vocali) e quasi ipnotiche di Pastures Of Plenty, Cotton Eyed Joe e Blues On The Ceiling (uno dei brani che comparirà negli album già noti). Dove però si passa dal bello al sublime è negli episodi legati al repertorio tradizionale più antico, in particolare One May Morning che si accosta alla Shirley Collins giovane in viaggio fra i Monti Appalachi e Katie Cruel (che verrà incisa su In My Own Time) dagli inquietanti intermezzi fischiettati. (Antonio Vivaldi)

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