In questo ambizioso progetto, registrato nel luglio scorso all’Officina Sonora di Torino, sono messe a contatto le tradizioni musicali classiche (ma anche roots?) di India e Africa Occidentale. Esperimenti di tale fatta spesso rischiano di apparire avventati o di incorrere nei banali luoghi comuni della cosiddetta world music o ancora di essere talmente didascalici da trascurare il puro aspetto creativo. Ma in questo caso le cose funzionano eccome e senza forzature di sorta, quasi che il disco appartenga ad un unicum culturale. Ed ecco, allora, che le scintillanti cascate di note della Kora del maliano Mamadou Diabate si intrecciano alla perfezione con le ancestrali sonorità del sitar di Ustad Shujaat Husain Khan e del melismatico violino di Lalgudi GJR Krishnan.
L’idea, in effetti, non è così peregrina se si pensa all’influenza che la dominazione araba ha esercitato anche sui territori dell’Africa subsahariana, in particolare le regioni dell’antico impero mandingo, e se si riflette sull’intricato complesso di rapporti che da secoli intercorre tra il mondo arabo e quello indiano (vedi la ricca e variegata geografia cultrurale determinata dalle migrazioni indoeuropee prima e dalle molteplici peregrinazioni zingare poi). In tutto solo quattro lunghi brani, che scorrono con la fluidità dell’acqua di sorgente in un progressivo ipnotico flusso sonoro. Ad accompagnare le “corde della tradizione” un delicato tappeto percussivo di tabla e ghatam, il tradizionale vaso di terra cotta indiano utilizzato a mo di strumento ritmico. Un lavoro consigliato a chi ancora conserva la curiosità per le culture altre e la mappatura dei percorsi senza il timore di essere bollato come relativista, ma anche a tutti coloro che ascoltano estatici i Beatles di The Inner Light o il blues di Taj Mahal inciso con i musicisti di Zanzibar. (Marco Maiocco)
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