L’attacco dell’iniziale Slovenian Rhapsody potrebbe servire per un buon blindfold test per rocker incalliti dei tempi che furono. Una voce filtrata dalla cornetta, poi una manciata di arpeggi e una voce lievemente riverberata, quietamente nervosa: dalle parti di Cirrus Minor e If, per capirsi. Ma le belle avventure lontane dei Floyd alcaloidi nulla c’entrano. C’entra invece, ed è il cuore del disco, il fatto che Chris Eckman, ormai sloveno a tempo pieno, abbia convocato in studio a Ljubljana il grintoso Signor Dream Syndicate, dandogli carta bianca per scrivere di getto un pugno di canzoni. Poi, in post produzione, l’aggiunta sapiente di qualche arco ( vedi When We Talk About Forever: sembra una out take di Cohen!), secondo quelle declinazioni malinconiche che Chris e i suoi Walkabouts conoscono nel dettaglio, un piccolo coro femminile. Il più stranito, stando alle cronache, era proprio lui, Steve Wynn, alla fine del tutto: s’è ritrovato tra le mani un gran disco morbidamente psichedelico e “roots” che gratta via quasi completamente la scorza ferrosa delle chitarre, e recupera invece una aggraziata dimensione nostalgica semiacustica molto, molto europea. Si dirà: è esattamente la strada dei Walkabouts, quando lasciano nelle custodie le Fender. Appunto. Tutti i conti tornano, conviene attraversare il Ponte del Dragone. (Guido Festinese)
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