Viene spontaneo pensare: no, un’altra. Un’altra cantautrice dalla spiccata propensione per psicoanalisi (quando non psicomagia) e lacerocontusioni sentimentali suonate con tre accordi e cantate con voce sospirosa. Ora, molto di questo si ritrova anche in Marissa Nadler e in Little Hells (quarto album della musicista-pittrice del Massachussetts), però qui stranamente l’insieme funziona. Si ascolti ad esempio Loner, canzone che in teoria è un trionfo di ovvietà melodica e armonica (per non parlare dei chili di eco sulla voce) e che invece assume i connotati della ballata-fiaba un po’ psichedelica alla Mazzy Star un po’ finto-rurale alla Jenny Lewis, un po’ weird-folk come lo intenderebbe David Lynch. Il miracolo del monotono-ma-bello si ripete, con il piano al posto della chitarra, in The Hole Is Wide (qui il referente, anche diretto data la presenza di Simone Pace, sono i Blonde Redhead), mentre Ghosts and Lovers trova un ritornello che una volta tanto fa buon uso del termine ‘trasognato’. Considerando che ci sono anche un paio di momenti in cui l’introversione lascia il posto a una sensualità languida e senza troppi problemi (River Of Dirt) e a una rassicurante ampiezza di sentimenti e suoni (Rosary, Mistress), si può parlare di uno dei migliori dischi acustici degli ultimi tempi. (Antonio Vivaldi)
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