“Canzoni scritte con la sensazione di essere inseguito da qualcosa”. Angosciato e complicato come ogni genietto che si rispetti, David (in arte DM) Stith dà seguito al promettente ep dello scorso anno “Curtain Speech” con questo notevole “Heavy Ghost”. L’album esce per la Asthamatic Kitten di Sufjan Stevens, acuto promotore di talenti sghembi (gli indie-chiesastici Welcome Wagon) che fa sentire il suo influsso nell’ineffabilità di certe atmosfere; la differenza è che mentre Stevens tende al vaporoso-conciliante, Stith sembra prediligere il minaccioso-destabilizzante, in particolare nei toni quasi arcani delle voci. Per quanto concerne le capacità di gestione dei suoni, Stith è davvero uno dei migliori talenti espressi dal circuito alternativo americano, capace di far crescere uno spunto minimo sino a farlo diventare un piccolo muro di suono (la vaga reminiscenza etnica di Spirit Parade) o a tratteggiare un quadretto finto-pastorale che mette in improbabile contatto Brian Eno con Bon Iver (Pigs). Che cosa manca per il capolavoro? Forse il corpo a corpo con il qualcosa inseguitore di cui si diceva o una melodia che resti davvero in testa, anche se l‘inquieta Pity Dance e l’inno pianistico (alla Antony) Braid of Voices quasi ci riescono. (Antonio Vivaldi)
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