“È il posto più distante dove sono mai stato, è una nuova frontiera per me”. Sono i primi, esplicativi versi di “Small Metal Gods”, brano che apre il nuovo disco di David Sylvian (a sei anni da “Blemish” e quattro dal progetto Nine Horses). Insieme a quello che dà titolo e chiude l’album, è anche l’unico a mantenere una forma riconoscibile di canzone, confermando il desiderio dell’ex Japan di spingersi sempre più lontano, incurante dell’aspetto non solo commerciale, ma anche di immediata fruibilità della sua musica. Eppure nei restanti sette frammenti, compresi i dieci minuti di “The Greatest Living Englishman”, la voce di Sylvian, inseguita da un violoncello improvviso, dall’oscillazione di un’onda radio o dallo squarciante soprano di Evan Parker, si trasforma in suono allo stato puro. (Danilo Di Termini)
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