Capita ai gruppi musicali, con il passare del tempo, di perdere rilevanza. È quello che è successo ai Built To Spill, o almeno è l’impressione che danno, passando, le canzoni di There Is No Enemy. Poco è cambiato, in verità, rispetto a capolavori indie rock come Perfect From Now On, o a gemme sotterranee come Ancient Melodies Of The Future. Doug Martsh, voce e chitarra, gioca sempre a fare il Neil Young laterale; i brani hanno sempre melodie chiare che si perdono in sbuffi di elettrica e assoli per una volta non molesti; la sensazione di fondo è quella di ritrovare un vecchio amico. Ma l’insieme manca di incisività, pare seduto sui propri meriti (indubbi) e incapace, o indolente, alla conquista di nuovi. Così chi già apprezzava può trovare qualche conferma. Ma succede, purtroppo, poco altro. (Marco Sideri)
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