A tutti quelli che pensano che il blues sia la musica degli oppressi-neri-buoni e il country quella di oppressori-bianchi-cattivi, andrebbe fatta conoscere la tragigloriosa figura di Jeffrey Lee Pierce. Parliamo di un artista che fra i due ‘generi’ non è mai riuscito a distinguere e che, con i Gun Club, seppe raccogliere il succo doloroso e deviante di entrambi miscelandoli in beverone sonico-voodoo ancor oggi straordinario. Verso il 1992 un Jeffrey Lee Pierce dalla salute già declinante decise di fare un disco di solo blues o quasi insieme al chitarrista Cypress Grove. Evidentemente incapace di star lontano dall’altra sua musica preferita, in quello stesso periodo Pierce registrò alcuni demo di sue composizioni in uno stile country al solito parecchio perturbato. Il signor ‘boschetto di cipressi’ racconta di aver ritrovato molti anni dopo quella dimenticata cassetta durante una pulizia dei propri archivi, di averla riascoltata con emozione per poi decidere di trasformarla in atipico disco tributo all’amico nel frattempo scomparso. We Are Only Riders può essere visto come una parata di vecchi, e meno vecchi, dissipati rock sopravvissuti ai propri disastri e impegnati a celebrare qualcuno che a sopravvivere non è riuscito. L’album è pero anche l’affermazione della validità artistica di un mondo e di un modo d’ essere, a prescindere dalla scarsa esemplarità della vita giovanile di personaggi quali Nick Cave, Lydia Lunch o Mark Lanegan.
Venendo alla sostanza del disco, i titoli sono 10 (tutti inediti tranne Lucky Jim, uscita su un omonimo disco dei Gun Club), tre dei quali in triplice versione per un totale di 16 pezzi. Inevitabile che a suscitare le maggiori attenzioni sia Nick Cave, capace di cantare Ramblin’ Mind (la canzone più intesa del programma) con lo stile da letterato rock che gli si confà oggi ma anche qualche reminiscenza del disgraziato con bestemmie scritte sul petto di 30 anni fa. Lo stesso pezzo viene ripreso anche dall’ex 16 Horsepower David Eugene Edwards il quale riesce nell’impresa di pareggiare (o perdere di poco) il confronto con Cave mettendo qualcosa di personale nella canzone dell’uomo con la mente vagabonda e in tal senso proponendosi quale erede diretto di Jeffrey Lee Pierce (con migliori esiti esistenziali, si spera) . Molto bella anche l’epica ballata Constant Waiting che consente a Mark Lanegan di mettere al tappeto con un ko vocale alla prima strofa tanto i Sadies quanto Johnny Dowd. La terza canzone caposaldo dell’album è il duetto sentimentale Free To Walk; una delle versioni mette insieme le voci di Nick Cave e Debbie Harry che però la voce l’ha persa quasi del tutto e non fa una gran figura. Se la cava meglio Lydia Lunch, brava in St Marks Place e When I Get My Cadillac (pezzi non troppo sostanziosi in verità) a giocare con ironia al ruolo di cinica maitresse punk che l’età le assegna. Altrove l’album vive dell’alternanza fra riuscito e meno riuscito tipica di questi progetti con un Mick Harvey scialbo in The Snow Country e un David Eugene Edwards travolgente con i Crippled Black Phoenix in Just Like a Mexican Love. In un paio di momenti si ascolta anche la chitarra Jeffrey Lee Pierce, recuperata da vecchie session, ma è la sua idea di bellezza del/nel disastro che le canzoni riescono, nell’insieme bene, a riproporre. (Antonio Vivaldi)





