Faccio parte di quello sparuto gruppo che aspettava il nuovo album di Neil Hannon dopo l'exploit in coppia con Peter Walsh dei Pugwash dell'anno scorso (the Duckworth Lewis Method) che mi aveva fatto ben sperare in una rinnovata vena, ma mi trovo purtroppo a constatare (e garantisco ai lettori che sono un fan della primissima ora e pure sono stato indulgente rispetto a certe uscite) che Hannon fa marcia indietro e pubblica uno dei suoi dischi più autocompiaciuti e meno rispettosi del proprio fulgido passato. Difficile dire che si tratti di un brutto disco, solo che da certi personaggi (e ribadisco, rispetto all'uscita sotto falso nome) ci si aspetta sempre un qualcosa che vada al di là della pura maniera.
Questo è un disco di maniera, te lo godi solo se capisci i testi alla perfezione ma musicalmente langue, si trastulla in effettini che lasciano il tempo che trovano e, inoltre, contiene credo il peggior singolo che sia mai uscito dalla Casa Madre , quella At the Indie Disco che suppongo stata composta con la chitarra acustica durante una seduta corporale. Insomma, Hannon mi ha fatto abbastanza incazzare ma siccome non c'è molto altro in giro per quelli della mia generazione chiederò a Gian di farmi avere la limited edition dove nel secondo cd si produce in classici francesi e lo farò sentire a Bacci il cui parere è sempre ben accolto. La cosa migliore è la copertina. That's all folks. (Marcello Valeri)











