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NINA NASTASIA - Outlaster

 
NINA NASTASIA - Outlaster
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Artista Nina Nastasia
Titolo Outlaster
Anno 2010
Casa discografica Fat Cat

Nina N (gran bel nome, tra l’altro) rischia, nel marasma odierno, di suonare demodè. La sua formula di cantautorato indie (melodie scheletriche, produzione di Steve Albini) fa taaaaanto anni 90. Non per niente si sente spesso paragonare Nina a Cat Power & C. Non si può dire che Outlaster sia una radicale variazione rispetto a quanto sopra, ma si può dire, bello chiaro, che la qualità e la rifinitura delle canzoni di Nina sono encomiabili. Si parte dalla voce, sempre al centro del palcoscenico, per attraversare arrangiamenti tutt’altro che essenziali nella forma ma molto diretti nella sostanza. E così le molte fioriture orchestrali dei brani non hanno nulla di pomposo o posticcio, le deviazioni folk visitano paesi lontani (con preferenze a Est) e non solo l’usato orizzonte americano, e Nina, fedele a se stessa, continua a camminare il suo cammino. (Marco Sideri)

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La canzone d’autore americana al femminile, quantomeno nella versione che nasce verso metà anni ’90, è nettamente definita nei suoi tratti sonico-emotivi: inquietudine, introversione, oscurità, improvvisi strappi vagamente psicotici, scarsa propensione per una lineare sequenza stofa-ritornello. Se nei casi migliori i risultati sono stati piuttosto coinvolgenti, è pur vero che per i non specialisti può essere complicato distinguere Alela Diane da Shannon Wright o da Mirah (è il problema dei suoni molto caratterizzati: a parte i superfan chi riconosceva i Megadeth dagli Anthrax, ad esempio?). Nel caso di Outlaster, sesto album di Nina Nastasia, tutte le caratteristiche già citate sono ben presenti, al punto da far pensare di essere di fronte a un manuale del genere. Ciò che lo rende pregevole sono i begli arrangiamenti per archi e fiati e i modi decisi che prendono il potere in alcuni momenti come What’s Out There o Wakes (il cui suggestivo crescendo deve molto alla mano del produttore Steve Albini, bravo anche altrove a rendere ben definito ogni suono). E’ certamente il disco più estroflesso della ragazza newyorkese, anche se ancora una volta manca, forse per statuto, il pezzo subito memorabile o comunque dritto al cuore senza dover coinvolgere troppo il cervello.

 

f-f-f-f-f-olk

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