D'altronde una rivoluzione c'è già stata, forse più d'una in campo musicale, ma il suo annuncio è ancora lontano dall'essere completato. Perché l'assimilazione delle musiche di Coltrane e Ravi Shankar, dell'incontro tra Grateful Dead e Stockhausen, del rock e le sue molteplici contaminazioni (colte, etniche, jazzistiche, folkloriche, etc, etc), della dialettica tra creatività afroamericana e contempornaea, e di molto altro, richiederà eufemisticamente ancora un po' di tempo. Siamo forse come tornati indietro ad un'epoca medioevale, perché ci è stato lasciato in eredità un magma sonoro ancora da comprendere, decifrare, certosinamente ricostruire, oltre che scrupolosamente custodire. L'espressione di una sorta di aurea epoca classica della popular music, alla quale seguirà un giorno o l'altro un nuovo rinascimento, non prima che qualcuno abbia immaginato e costruito un nuovo "canone", sul modello di quello trecentesco (oppure no), un sommo edificio culturale da abitare e nel tempo reinventare. Quel che di notevole ed interessante oggi avviene (e meno male, e sempre per altro che qualcosa non sfugga alla nostra attenzione) accade nel campo della riarticolazione, che è una sorta di reinvenzione, privata in parte del valore primigenio della scoperta. Niente di negativo ovviamente, la riarticolazione, soprattutto quando colta e consapevole (ma in generale non può che esserlo), è l'espressione di una cultura, spesso profonda, ovvero sia di una visione storica e prospettica. Un ethos che l'anarchivio digitale e i media corrotti con cui abbiamo a che fare certamente non possono favorire, ma che per fortuna si realizza, grazie agli imperscrutabili e coscienziosi percorsi individuali. Le biblioteche esistono ancora, così come i cantastorie, le possibilità di scavo ed approfondimento non sono impedite, la grande biblioteca digitale (opportunità straordinaria e tutt'ora immaginifica) la dobbiamo ordinare e sistematizzare noi. Un esempio mirabile di riarticolazione di elementi e di consapevolezza culturale è questo "The Constant Pageant" degli scozzesi Trembling Bells, eccellenti esponenti del nuovo folk-rock britannico, qui alla terza prova in studio. Guidati dal batterista e valido autore Alex Neilson e dalla polistrumentista e cantante Lavinia Blackwall, la cui splendida ed emozionante voce è la perfetta sintesi tra quella di Sandy Denny dei Fairport Convention e quella di Maddy Prior degli Steeleye Span, i Trembling Bells si muovono nel solco del folk-rock più classico, quello tracciato oltre quarant'anni fa dai leggendari Fairport Convention. La chiave attraverso cui ripropongono - riattualizzandolo - quel linguaggio è però quasi del tutto postmoderna, come se i Mogwai suonassero folk, interfacciandolo ai più disparati elementi: tardo beat (la musica dei Beatles più maturi è dappertutto), incursioni jazzistiche alla Albert Ayler, echi di "Basement Tapes" dylaniani, decontestualizzati "chicanismi" alla Calexico, grazie ad una ricca presenza di fiati, a tratti un po' alla Bellowhead (ma senza la loro raffinatezza), e molto altro ancora. Il tutto in modo ispirato, armonioso e calibrato, con qualche punta di ingenuità, unita ad una certa semplicità strutturale, che non sfigura, perchè in grado di aumentare l'impatto emotivo dell'insieme, sostenuto da una forza epica non indifferente. Colpisce la "sporcizia" di un suono sapientemente costruito attraverso una strumentazione fondamentalmente "urbana": le atmosfere folk sono soprattutto restituite dall'ambientazione armonica. Un'opacità sonica, zenz'altro figlia del nostro tempo, che (però) non deturpa il fondale "bucolico" del progetto, l'anima "agreste" di un ensemble che attraversa l'oggi con lo sguardo rivolto alle antiche parate medioevali, le pageants del titolo. Non c'è un brano che non colga nel segno, che non lasci colmi di meraviglia, potremmo dire di gioia, grazie anche ad una spensieratezza sixties che illumina buona parte dell'album: dalla avvolgente e declamatoria traccia d'apertura "Just As The Rainbow" alla rutilante e spettacolare "Otley Rock Oracle", dalla superba classicità di "Goathland" fino alla lennoniana "Torn Between Loves", ma tutti gli episodi del disco meriterebbero una speciale segnalazione. Determinanti nella costruzione del sound le chitarre di Mike Hastings, micidiale nel confezionare linee elettriche squarcianti come fulmini o oasi soniche più coloristiche ed ambientali. Un album prezioso, divertente, comunque innovativo e dalle "cadenze" sapienziali. (Marco Maiocco)
Rock
Recensioni
TREMBLING BELLS - The Constant Pageant
TREMBLING BELLS - The Constant Pageant
Hot
Dettagli
Artista
Titolo
The Constant Pageant
Anno
Casa discografica
D'accordo che ormai da molto tempo (per non dire da un'era geologica), e con buona pace degli appassionati di post-rock (genere per altro che non ha mai avuto alcuna velleità di rinnovamento, rassegnandosi ad una malinconica rielaborazione), non si assiste a nulla di particolarmente nuovo nella popular music, qualcosa che scompagini lo stato esistente delle cose, imponendo l'invenzione di nuove definizioni e categorie. E questo, a far data (più o meno e indicativamente) dalla metà degli anni '70, quando Miles portò a defintivo compimento la sua personale rivoluzione elettrica. Alcuni ne attribuiscono la responsabilità (o parte di essa) al cosiddetto anarchivio digitale dal quale siamo come circondati (stiamo parlando di internet ovviamente), in cui inevitabilmente tutto avviene sempre, contemporaneamente, all'infinito e senza alcun ordine preciso (da qui quelle proprietà anarchiche che favoriscono la astoricità del nostro presente): una sorta (per altro) di fotografia del continuum spazio-temporale einsteiniano, sulla quale riflettere, ma questo è davvero un altro discorso, e la nostra è semplicemente una battuta. E però (si sa), senza il senso della propria storia è ben difficile preparare un mondo avvenire.
Recensione Utenti
Nessuna opinione inserita ancora. Scrivi tu la prima!
Powered by JReviews
I più letti
- 23 aprile 2022 - 15 anni di Record Store Day
- Il 19 dicembre 1965 nasce a Genova il negozio di dischi più vecchio della città: Disco Club.
- THE BEATLES
- DISCO DELL'ANNO DI DISCO CLUB 2009 - Le Playlist
- DISCO DELL'ANNO 2012
- DESIERTOS - La Spagna e i luoghi del western
- CLOCK DVA - Post Sign
- MARK-ALMOND - Una band leggendaria e misteriosa
- DISCO DELL'ANNO 2013 - Classifica provvisoria e liste
- BLUR - All The People Blur Live At Hyde Park





