Ci sono dischi onesti. Lavori competenti e coinvolgenti, senza esagerare. Spesso i dischi onesti arrivano dalla metà in avanti di una carriera. Altre volte, prima. Dylan LeBlanc esordiva nel 2010 con Pauper’s Field, un album sorprendente, considerata la giovane età dell’autore. A neppure 20 anni riusciva a evocare desolate atmosfere country soul, con una scrittura sicura e suoni essenziali. Questa seconda prova è una conferma e insieme un piccolo “ma”. Gli arrangiamenti si gonfiano e il suono si fa più corposo, strutture pop vanno a braccetto con l’estetica sudista delle ballate, fiati e archi riempiono gli spazi, un tempo vuoti. L’umore è spesso malinconico (l’iniziale Part One: The End, giuliva fin dal tiolo) e sempre ordinato (questo non è un disco “indie”). Manca una scrittura forte. Il che rende il disco, potenzialmente molto buono, onesto. (Marco Sideri)






