Marlon Williams è un giovane neozelandese (classe 1992) con l'americana nel sangue (ma non solo in realtà), nativo della cittadina di Lyttelton, circa tremila anime affacciate sull'omonima baia nella meridionale regione costiera di Canterbury. Per metà di origini maori (il villaggio indigeno di Rāpaki è poco distante), sembra che Marlon sia cresciuto consumando i dischi dei genitori (il padre è un musicista dilettante) e che al tempo stesso abbia raccolto e assimilato la lezione del canto corale nella vicina comunità della Christchurch Cathedral, non facendosi nemmeno mancare una prima infarinatura d'educazione accademica. Questo suo esordio, inizialmente indirizzato al mercato australiano e ovviamente neozelandese, e che la statunitense Dead Oceans (l'etichetta di Ryley Walker, per esempio) ha il merito di diffondere su quello internazionale, è una pregevole e soprattutto autorevole raccolta di ballate, che possiede tutto il dramma e la tensione dei grandi spazi americani. In essa si fondono le radici tenebrose delle murder ballads e del folk più austero e rigoroso con il luminoso afflato religioso del gospel, le polverose campiture western con il country più "nero" e fuorilegge, in un'ideale mescola tra Johnny Cash, Elvis Presley, Nick Cave, Roy Orbison, non lasciando da parte il disperato lirismo della famiglia Buckley, o l'allucinata serenità del country di Gram Parson. Poco più di trenta minuti di musica, come accadeva una volta (tre cover e sei composizioni originali), per un esordio da incorniciare. (Marco Maiocco)






