C’è in libreria, da qualche tempo, la ristampa di uno splendido romanzo di Kurt Vonnegut che si intitola Cronosisma.Il sarcastico scrittore americano immagina che un giorno il tempo cominci ad avvitarsi su se stesso, né futuro né passato, dunque, e una continua coazione a ripetersi degli ultimi eventi, avvitati in un loop temporale. Questo fa venire in mente un disco bello, importante e incredibilmente fuori tempo massimo come Last Place. Spieghiamoci: Jason Lytle aveva sciolto la band una decina d’anni fa, addio formalizzato con il notevole Just Like the Fambly Cat. Poi s’era rintanato a vivere tra i monti, facendo uscire un paio di dischi a suo nome che erano esattamente quanto ci si poteva aspettare: ottimo artigianato autoriale, senza il guizzo Grandaddy che spiazza e lascia qualche bella unghiata sull’anima. Adesso tornano, come se i dieci anni fossero archiviati in un filmino di dieci minuti.
E riprendono le fila esattamente da dove avevano lasciato cadere la matassa: dunque la consueta, geniale sintesi tra Neil Young, i Genesis laccati di tastiere perverse e minimali, il punk come fiammata improvvisa da consumarsi in briciole di secondi, le chitarre che sussurrano e volte si lascano scappare un ruggito su nervature pop ‘n’ roll. E su tutto l’agrodolce siderale e tellurico assieme di quella vocina che racconta storie terribili come se ti stesse fornendo la ricetta della torta di mele, pessimismo cosmico avvolto nel miele degli armonici. A Lost Machine ruba il cuore, la conclusiva Songbird Son è la dimostrazione che si possono scrivere ancora brani spezza cuore, l’iniziale Way We Won’t, servita da un video che lascia una boccata d’amarezza è classico Grandaddy Sound. Benvenuti nel loop. (Guido Festinese)






