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Rock Recensioni RY COODER - The Prodigal Son
 

RY COODER - The Prodigal Son RY COODER - The Prodigal Son

RY COODER - The Prodigal Son

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Artista
Titolo
The Prodigal Son
Anno
Casa discografica

Musicista popular tra i più influenti, che ha saputo rappresentare nel tempo la composita e prismatica musica americana, che ha intrecciato folk e blues, raccontato l'epopea degli hobos, le disavventure dei latinos della sua Los Angeles, accompagnato le allucinate peregrinazioni metafisiche del cinema tedesco nei deserti del sud ovest, che ha instradato il mondo sulla via del son e del mambo e abituato alla relazione con le musiche degli altri, Ry Cooder torna oggi (a distanza di sei anni dall'ultima pubblicazione discografica) con un disco emozionante (forse il migliore da "My Name Is Buddy" o "Chavez Ravine" addirittura, paragonabile a certi fasti del tenore di "Paradise and Lunch"), che sembra una sorta di breviario gospel (e non solo) per l'essere umano moderno, orfano della necessaria empatia, vittima della sua solitudine.

Un lavoro realizzato ad Hollywood con il "prodigo" figlio Joachim (vero e proprio motore del progetto) ed incentrato sul senso di venerazione che certi classici (spesso sepolti e dimenticati) del repertorio afroamericano possono infondere. Un ritorno alle origini (anche qui da figliuol prodigo), agli spiritual, al rhythm and blues, al blues and roots, opportunamente rivisti nella consueta unica scanzonata sbilenca intelligente luminosa maniera, piena di ossequioso rispetto, ma priva di scrupoloso intento filologico, proprio per essere il più attuale possibile, e del resto non meno scientifica o fantascientifica.

Un album intenso e delizioso, raccolta di traditional e qualche inedito, nel quale Cooder ha deciso di riprendere alcuni vecchi pezzi gospel e blues non particolarmente celebri e certo non scelti a caso, per realizzare in sostanza quel che ha sempre o quasi fatto, ovverosia tornare su un patrimonio sonoro ormai considerato irrilevante dal pubblico di massa, rileggerlo con opportuna deferente sapienza, sì da puntualmente commentare il nostro travagliato tempo privo di punti di riferimento.
Cooder canta, senza afflato fideistico (ci mancherebbe), di diaboliche macchinazioni alle quali contrapporre rigore morale, l'ascolto della voce del Signore, per seguirne l'insegnamento sulla diritta via, lontano da una Broadway della "perdizione", aprendo con "Straight Street" degli storici texani Pilgrim Travelers (gruppo gospel vocale, poi attivo in California, degli anni '40); compone una canzone sulla "Gentrification", nella quale descrive lo scempio creato dal flusso di danaro dell'hi-tech ("The Googlemen are coming downtown"); riprende la dimenticata "Everybody Ought To Treat A Stranger Right" di Blind Willie Johnson, per esortare all'accoglienza dei migranti; rielabora un rinomato gospel classico, ancora probabilmente composto da Blind Willie Johnson nella seconda metà degli anni '20, "Nobody's Fault But Mine", estatico centro nevralgico del disco, come se ad interpretarlo fosse qualcuno alla prese con l'arrivo di un divino giudice extraterrestre; immagina, poi, un dialogo fra Gesù e Woody Guthrie ("Jesus and Woody"), in cui il primo chiede al secondo di raccontargli le sue storie sui fascisti e gli spiega che loro due si somigliano, perché entrambi sognatori; canta di morte, e come nella miglior tradizione gospel non senza ottimismo, intonando però anche testi da giorno del giudizio: "non voglio vivere da peccatore e ti spiego perché, temo di non essere pronto a morire il giorno in cui il Signore mi chiamerà".
Per essere un disco suonato sostanzialmente da due sole persone (probabilmente il vero limite dell'ultimo Cooder, per altro sempre vicino al ritiro dalle scene), ovvero Ry e il figlio Joachim a batteria e percussioni, ma anche co-autore di canzoni e arrangiamenti, "The Prodigal Son" è un album coinvolgente pieno di suoni, voci, colori, sfumature, pur mantenendosi asciutto, scarno ed essenziale. Merito di piccoli accorgimenti, come il campionamento della tromba di "Nobody's Fault But Mine" o del mandolino di "Shrinking Man", ma soprattutto delle capacità poli strumentali dei due, del loro modo dinamico e divertente di suonare, delle performance vivaci e giocose, delle colorite interpretazioni vocali (Cooder canta "educato" ed ispirato come forse non mai, quasi avesse imparato solo adesso, alla tenera età di settantun anni).
L'album è stato registrato piuttosto velocemente, con take catturate alla prima o alla seconda versione, che danno la vivida sensazione di ascoltare una band elettroacustica suonare dal vivo in presa diretta. L'inconfondibile tocco del chitarrista (anche a banjo, mandolino, basso, tastiere) è sempre magnificamente espressivo, semplice e al contempo magistrale. Solo in una traccia, "You Must Unload", compaiono (oltre ai due Cooder) altri musicisti, ovvero Robert Francis al basso e Aubrey Haynie al violino. La grande tradizione vocale del gospel, invece, è rappresentata dalle luminose armonie vocali in stile corale afroamericana di Bobby King, Arnold McCuller e del compianto Terry Evans, già collaboratore di Cooder (e non solo), purtroppo scomparso lo scorso gennaio.
Rendendo omaggio a canzoni sparite dall'orizzonte della musica popolare, Ry Cooder continua a dare voce a comunità, luoghi e suoni, letteralmente spazzati via dalla vorticosa implacabile modernità. Nelle note di copertina firmate dallo scrittore Tom Piazza, il musicista dice di non essere una persona religiosa, ma di essersi sempre sentito attratto da queste canzoni, "quando le suoni e le canti, si manifesta una sorta di riverenza". Una speciale riverenza verso il passato, il patrimonio della musica americana e del gospel, certo non elargita attraverso una predica nostalgica. Cooder non sta raccontando storie di cent'anni fa, sta cantando quelle di oggi: il suo dialogo con il passato è un rivolgersi al nostro presente e futuro. The soul of a man. (Marco Maiocco)

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