Big Big Train è forse la formazione che meglio incarna cosa voglia dire nel 2018 classic progressive rock. Nel bene e nel male. Partiamo dal male, se di male si può parlare: difficilmente troverete nella loro musica complessa, sontuosa, drappeggiata, molto, molto british qualcosa che non vi sembra di aver ascoltato in qualche vecchio vinile frusciante della vostra giovinezza, o, se l’anagrafe ve lo consente, dalla raccolta di dischi dei vostri genitori. E dunque echi di Genesis del periodo d’oro, nella voce del solista David Longdon, nel tappeto di d’arpeggi acustici, di Camel, di Yes, finezze canterburiane qui e là, cadenze folk rock, turgori orchestrali che rimandano a mille disconi per “gruppo e orchestra”.
E un pezzo d’orchestra sono loro, peraltro, in otto sul palco, presenza ingentilita dal violino e dalla voce della splendida Rachel Hall. Con l’aiuto, qui, di un perfetto quintetto di fiati. Il bene cui si accennava è che i Big Big Train sanno fare il tutto molto, molto bene, con un perfezione e un controllo su una materia scivolosa che per molti epigoni del prog classico è un vero miraggio. E quando azzeccano la melodia giusta, come in Swan Hunter, ti viene da pensare che Gabriel non se n’è mai andato dai Genesis. Questo è un monumentale doppio dal vivo: non tutto, ma di tutto, dal catalogo dei sogni di un’epoca. (Guido Festinese)






