Jazz

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GEORGE BENSON - Guitar Man

 

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SUNDAYJAM@ROBBY’S – Lookin’ Over

Dietro questa sigla, si celano quattro ottimi musicisti genovesi, i quali propongono un jazz moderno, attento alla scrittura e assai omogeneo. Andrea Pozzo (sax alto e soprano), Roberto Marotta (batteria), Chicco Parisi Lalonde (contrabbasso; al suo posto suona, ora, Michele Marino) e Alessio Disperati (chitarra) costituiscono un amalgama compatto e unitario, in cui ogni strumento trova la propria collocazione e il suo giusto spazio in sede d'improvvisazione. Pur non essendo giusto, per un gruppo personale e con la propria identità quale sono i SJ@R's, indicare riferimenti o scuole, ma sapendo quanto i parametri siano utili a chi legge, si può parlare di un jazz che attualizza con sapienza, misura e sobrietà – senza, peraltro, mai risultare serioso o accademico – la tradizione modale e un certo Davis anni Sessanta (ma senza piano). A comporre sette degli otto brani del CD è il sassofonista: si percepiscono in Andrea i molti ascolti di Joe Henderson, di Trane, di Bob Berg e del Wayne Shorter di Super Nova. La chitarra non è rock, fermandosi intelligentemente a un passo da esso, a cui si limita a fare un fugace sorriso. Più che Metheny (un modello inevitabile per chi fa e ascolta jazz) viene alla mente sentendo Alessio il grande John Abercrombie, oppure ancora il Mike Stern più intimista.

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WYNTON MARSALIS & ERIC CLAPTON - Play The Blues: Live From Jazz At Lincoln Center

Dopo il più o meno felice incontro con Willie Nelson, Wynton Marsalis è tornato ad accogliere sul placo del Lincoln Center di New York di cui è direttore, un ospite non propriamente jazzistico come Eric Clapton. Insieme a una band di otto elementi stile New Orleans (e Taj Mahal in tre brani), i due ripercorrono i vari generi della tradizione musicale afro-americana, dallo swing al boogie-woogie, dal lamento funebre per marching-band al blues. Unico omaggio al gradito ospite (nonostante lui non fosse d'accordo), una “Layla”, più dolente dell'originale, che riprende l'arrangiamento di quella “Unplugged” incisa da Clapton anni fa. Tutto ineccepibile, ma la sensazione che, come nei peggiori western di Hollywood, dietro le impeccabili facciate degli edifici non ci sia davvero niente. (Danilo Di Termini)

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ROBERTO CHERILLO MEETS LUCA AQUINO - Soffice

Lo mette in chiaro anche il titolo, ma è bene ricordare anche quel detto anglosassone che invita a non giudicare un libro dalla costola. Dunque, ricominciando: Soffice il disco, di nome e di fatto, promessa mantenuta. Ma la "sofficità" invocata non faccia credere a smielate vacuità. Si può essere duri senza perdere la tenerezza, ammoniva Ernesto "Che" Guevara, e viceversa, diremmo noi. La spiegazione sta nel sottotitolo: "Dedicated To Chet". E allora i conti tornano: il Chet Baker cantante, con tutta la sua disossata sostanza, la sua petrosa ed estrema leggerezza è evidentemente modello vocale per l'ugola di Roberto Cherillo, qui anche al pianoforte. Chet il trombettista è invece uno degli amori del sempre più attivo trombettista beneventano Luca Equino, uno che negli ultimi anni s'è misurato nei più svariati contesti. Questo cd è un piccolo incanto, un'oasi rinfrescante, un posto dove sublimare in puro lirismo le affannate asimmetrie quotidiane. Si parte con From The Morning, pregiata ditta Nick Drake, ripresa più avanti con Voice From The Mountain, trovate poi un brano di Joan As Policewoman, , uno di Nina Simone, uno dei Depeche Mode, uno di Kurt Kobain. Che ne dite, mica male per un disco "jazz", no? Cherillo, da parte sua, scrive deliziosi originals appena macchiati di malinconia. Del tutto in tema con la "sofficità" invocata. (Guido Festinese)

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GONZALO RUBALCABA - Fe...Faith

La carriera del pianista cubano è stata segnata dalle splendide incisioni in trio per Blue Note degli anni '90. Ma dopo il “Solo” del 2006 – che la rivista Jazz Magazine ha inserito nella lista dei più bei ottantotto dischi di piano solo di sempre – e “Avatar” in quintetto del 2008 è di nuovo la volta di una realizzazione in solitudine. Qui come allora, due improvvisazioni ispirate ai cambi armonici di “Giant steps” di Coltrane (“Improvisation 1” e “2”), tre variazioni su “Con Alma” del suo scopritore Dizzy Gillespie, due versioni di “Blue in green” di Miles Davis e Bill Evans. Quindici brani in tutto, miniature rivedute e impercettibilmente corrette, in un percorso circolare, che inizia e termina con due takes di “Derivado”, ma che si potrebbe ascoltare all'infinito. Senza mai stancarsi. (Danilo Di Termini)

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OMPARTY - Petra Janca

Mai dire mai, recita in vecchio adagio. Ed allora cauti anche con il dichiarare definitivamente archiviata una stagione, quella della world music più intelligente e flessuosa, apparentemente dissoltasi sotto i colpi di marketing di chi ha confezionato un bel ritorno al folk puro e crudo, possibilmente anglofono, prima che esistessero altre etichette. La premessa è necessaria per spiegare che Omparty, spettacolare ensemble guidato dal percussionista "sperimentale" calabrese Leon Pantarei si muove proprio in quel territorio intermedio tra world music e jazz che qualche anno fa aveva migliori fortune. Qualche nome? Zakir Hussain, Jon Hassell, Bill Laswell, Garbarek, da noi, tanto per appendere uno straccetto sulla Lanterna, i gloriosi Avarta. O andando in un passato remoto che invece sembra l'altro ieri il primo Tony Esposito, o i mai troppo lodati Aktuala. Sta di fatto che siete alla ricerca di un lavoro in cui mille, telluriche pulsazioni avvolgono una matassa sonora complessiva misteriosa e "folk", aperta all'improvvisazione, arricchita da comparsate speciali (la tromba davisiana di Luca Aquino, la chitarra fatata di Lutte Berg), Petra Janca è il disco che fa per voi. (Guido Festinese)

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