Jazz

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PIERLUIGI VILLANI - Tempus Transit

L’avvento del digitale ha reso semplicissimo registrare un disco; i problemi cominciano con la distribuzione e la visibilità necessaria a far conoscere la musica. Onore quindi all’Universal, che ha deciso di dare spazio a musicisti italiani, fornendo loro un notevole supporto e lasciando ampia autonomia nelle scelte artistiche. Dopo Maria Pia De Vito e Fabrizio Sferra, ora tocca al batterista campano Pierluigi Villani, in tandem con il fratello Francesco, pianista ‘hancockiano’ (“Dolphin dance”), capace di rendere jazzisticamente una gemma introspettiva come “Things behind the sun” di Nick Drake. Sempre puntuali i sax di Gaetano Partipilo e Vincenzo Presta, la tromba di Luca Aquino e per una volta l’irrinunciabile cover - “29 settembre” – non suona del tutto pretestuosa. (Danilo Di Termini)

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MYCALE - The Book Of Angels Volume 13

Mycale è il nome di quattro cantanti (Ayelet Rose Gottlieb, Sofia Rei Koutsovitis, Basya Schecter, Malika Zarra), tutte attive da qualche anno, con origini (Israele, Argentina, Stati Uniti, Marocco) ed esperienze molto diverse. Si sono ritrovate insieme per merito di John Zorn, nel tredicesimo capitolo della serie del Secondo Libro di Masada, il Libro degli Angeli, in un disco interamente inciso a cappella, cioè senza alcun accompagnamento musicale, Ma la varietà (e la nitida bellezza) delle composizioni, (testi in Ebraico, Yiddish, Latino, Arabo, da scritti del poeta persiano Gialal al-Din Rumi, da Fernando Pessoa, dalla Bibbia) e l’eclettico e funambolico virtuosismo delle protagoniste, non fanno rimpiangere per un attimo l’assenza degli strumenti. Il vocalese del terzo millennio. (Danilo Di Termini)

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GIL SCOTT-HERON - I'm New Here (XL 2010)

Il fulminante esordio giusto quarant’anni fa, con “Small Talk At 125th and Lenox” e la prima versione della profetica “The revolution will not be televised”. Dopo anni di silenzio per drammatici problemi di droga, Gil Scott-Heron, il poeta del ‘Black nationalism’, annuncia: “I’m new here”. La voce è invecchiata, ma ha guadagnato in spessore e profondità (la versione urbana di Teddy Pendergrass). Le quindici canzoni, in parte interludi in forma di poetry speaking, sono attraversate da una tensione palpabile, mai risolta; ma sono tutte piccoli gioielli, da “Me and the devil” a “I'll Take Care Of You”, dal brano che dà titolo al disco a “Coming from a Broken Home”, in cui cita “Flashing Lights” di Kanye West e chiude il cerchio con le nuove generazioni di rapper che gli devono tanto. Capolavoro. (Danilo Di Termini)

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DAVID SANBORN - Only Everything

 

Virtuosistico erede della tradizione del sax alto alla Cannonball Adderley, David Sanborn non smentisce le sue radici, con il ventiduesimo album inciso da solista.

Un repertorio equamente diviso tra blues (“Baby Won't You Please Come Home”, delizioso duetto con l’organo di Joey DeFrancesco) e le atmosfere più soul alla Ray Charles (non a caso il sassofono di Hank Crafword, direttore musicale del “Genius” è l’altro suo grande riferimento), omaggiato in “Let The Good Times Roll”, con Joss Stone in grave difficoltà, e in “Hallelujah, I Love Her So” con un sorprendente James Taylor. Insomma, fatta salva qualche lungaggine di troppo e nonostante non vi sia una nota che non risuoni da almeno quarant’anni, è difficile parlar male di un disco così piacevole all’ascolto. (Danilo Di Termini)

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PAT METHENY - Orchestrion (Nonesuch 2010)

L'Orchestrion è un aggeggio concepito negli anni '20 sostanzialmente per far suonare un uomo come un'orchestra. Ovviamente qui siamo di fronte al suo pronipote informatico, una sorta di Orchestrion 2.0, di cui al sito del chitarrista si può vedere un esaustivo video; e che ammirare dal vivo (tournée italiana tra febbraio e marzo) potrebbe rappresentare un’esperienza suggestiva. Ma limitandosi alla musica, i cinque brani proposti, tutti inediti, sembrano usciti da un qualunque disco del Pat Metheny group, a tratti più prog, a tratti più decisamente jazz (“Soul Search”). E se il desiderio di solitudine per Metheny non è certo indisponibilità al confronto, ma irrefrenabile brama di sperimentare, al termine dell’ascolto, piacevole e di gran livello, si fatica a capire il senso dell’operazione. (Danilo Di Termini)

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ImagePuò succedere anche questo: che una cantante jazz dalla voce notevole e molto duttile, tornata a frequentare quelle radici blues che nel jazz albergano con saggia dignità, alla fine riscopra il canzoniere di Bob Dylan, che di blues nascosto, accennato, dichiarato è intriso. Questa è una registrazione dal vivo all'Auditorium del Parco della Musica, con un supergruppo in cui spiccano il pianoforte di Stefano Sabatini, e il violoncello di Giovanna Famulari. Splendidi gli arrangiamenti, che non cercano di calcare l'originale, scheletrica formula del menestrello di Duluth, e accorta la scelta di Tedesco di non “doppiare” l'altrettanto scheletrica e affascinante voce brumosa di Dylan. Si tratta di re-inventare, che è poi una delle ragioni d'essere del jazz. I rockettari potrebbero anche rimaner perplessi, specie quando i ritornelli non “tornano” con l’inconfondibile raschio del bardo di Duluth, ma questo è proprio un bel lavoro, nel complesso. (Guido Festinese)

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