Jazz
Nel mondo spesso sorprendente delle autoproduzioni, lavori a lungo meditati ma che attendono il riconoscimento di una buona distribuzione segnaliamo questa prima opera del duo Susto e Soranzio, rafforzato per l'occasione dal prezioso apporto di Gianpaolo Costantini, specialista del bandoneon, lo strumento che fu imbracciato da Piazzola, e che per una bizzarra sorte nacque invece in Germania come ausilio per il canto liturgico. Il bandoneon, rammentiamo, è strumento tutt'altro che semplice, per diteggiatura, dinamiche, controllo: ma in mano a Costantini volteggia con tutta la destrezza necessaria a creare incastri di suono e di silenzio con il basso di Luciano Susto, e la voce di Donatella Soranzio. Quest'ultima, mezzosoprano di formazione lirica, e specialista di foniatria è anche autrice di lavori teatrali: e una certa piacevole "teatralità" si avverte, nel piglio con cui affronta il materiale. Susto invece, allievo del grande (e prematuramente scomparso) Stefano Cerri ha all'attivo un curriculum contrassegnato dall'eclettismo: una dote che serve parecchio, ai bassisti elettrici. Repertorio largamente incentrato su classici Yddish, un bel recupero dal periodo italiano di Piazzola ("Se potessi ancora"), una riflessione sull'Argentina del terrore di Videla, e molto altro ancora: brani che, si comprende, funzionano anche meglio nella dimensione "live". Qualche difetto di "pitch" potrebbe essere corretto in fase di postproduzione: ma è un peccato veniale. (Guido Festinese)
Ecco un disco con cui potreste sorprendere anche chi dice di aver masticato molto jazz, e molti strumenti applicati alla sinuosa materia del fraseggio jazz stesso. Rino Vernizzi è uno dei pochissimi pionieri dell'uso del fagotto jazz in Italia, rara avis che può trovare una corrispondenza, in ambito italiano, nelle avventure avantgarde di Alessio Pisani, o guardando fuori dai patri confini, in Inghilterra, nel "neo bop" per fagotto del bravo Daniel Smith. Quest'ultimo ha un percorso poetico ed estetico pressoché identico a quello del "nostro" Vernizzi: entrambi si divertono, e molto, a smontare la favoletta che il fagotto sia solo l'ingombrante creatura buona per qualche bizzarra avventura timbrica orchestrale "classica" e poco altro, almeno dalla fine gloriosa dell'epoca dei concerti barocchi. Ed invece: qui, in Green Moon, troverete temi da Charles Parker e Gerry Mulligan, un ragtime del 1910 e uno del 1908, un omaggio "nascosto" a Mahler e molti a Thelonious Monk, e perfino una deliziosa rilettura di Yellow Submarine, a cui il petulante e saporito timbro del fagotto aggiunge sapida ironia, come sarebbe piaciuto a Sua Beatlestà Lennon. (Guido Festinese)
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